Giorno: 10 dicembre 2012

A proposito di “Per camminare rapidi sulle acque” di Domenico Ingenito

di Luca Minola

Ingenito

È un incessante lavoro sull’uomo il primo libro di Domenico Ingenito Per camminare rapidi sulle acque” In ogni frammento, l’essere umano viene ricercato nella distanza dall’altro e da se stesso. È una ricerca d’amore, di amicizia fedele per “un’alta, perpetua ansia di rinnovamento”, come scrive all’inizio nella bella introduzione Tommaso Di Dio, che deve nascere dall’unione e dalla forza persuasiva della poesia, scritta, rappresentata in parole esatte: “E non l’avevo mai capito io/ se nel pulsare stretti fra le braccia/ fosse mio oppure tuo quel cuore./ Qui dentro adesso amore nulla batte/e mi chiedo quali siano per te/ dell’addio le parole esatte.”

Nella prima sezione del libro L’angelo e il fuoco: O correnti profonde della Stella si incontrano classicità e tradizione (La Dama del Mondo e Gaspare Stampa, Petrarca e Hafez), così come omaggi a grandi poeti contemporanei nel caso di Architettura (contro il silenzio di Herberto Helder): “Città sono finestre roventi/ sventrate piazze meridiane,/ stanze scardinate dalla pioggia:/ volti come girassero su cardini,/e dentro ogni cosa, la morte, o la follia./ Statue incarnate, nel sangue innalzate./ Il silenzio poi ripiegato/ prostrato nella forza della luce”.
In altri componimenti della prima sezione si mischiano le “lingue della vita” di Ingenito: italiano, portoghese e persiano come nella lunga poesia Lisbona-Tehran, dove si fonda quel “vuoto” tra estremi”, di cui parla Giuliano Ladolfi nella postfazione, che non è punto di rottura ma è congiunzione di lingue e culture diverse. Unificazione tremenda e totalizzante.

Ingenito vive in maniera estrema ogni ragione, crede in un cambiamento collettivo: “Crediamo pure che per un respiro resistano/ i palazzi al progressivo crollo del tempo,/ fondiamo in noi una primigenia/ fede degli occhi,/ e liberiamo dalla loro nera prigionia/ gli architetti dell’anima”. Proprio in questo, nel concetto del cambiamento, si colloca la figura di Cristo, presente in ogni sezione del libro, come figura unica a cui rifarsi; un Cristo però primordiale, non dogmatico e profondamente anarchico.
Non si può non pensare al Cristo di Pasolini del Vangelo secondo Matteo: un Cristo fermo e deciso ma in movimento, portatore di rivoluzione e travaglio. Un Cristo storico e profetico.
“Scriverò i versi più ferventi/ stanotte, al pensiero che non è il Messia/ la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,/ non è la prima volta che degli infiniti amori/raccogliamo le sottili pietre/ e ingoiamo il peso oscuro della luce.”

La sezione centrale del libro Il Basilisco: Per camminare rapidi sulle acque non solo dà il titolo all’intera opera, ma ne costituisce la parte fondamentale. Il Basilisco è creatura mitologica, “re dei serpenti”, che può uccidere con un solo sguardo, figura enigmatica portatrice di misteri. I testi di questa sezione sono brevi; sono scritti in una lingua ferma, decisa e non ostacolata da ritmi discordanti e negativi. La scrittura è fresca, profonda, come fosse consegnata completamente al vivere. Perché per Ingenito il “corpo”, il “soggetto” non sono statici, fissi e appesantiti dalla negatività e finitudine, ma risultano elementi liberi, audaci e pronti.
“Sono io/ nella violenza del vento/ non abbiate paura”. Le poesie qui proposte sono base e segno di una costante “Invasione”. Se ne parla anche nell’introduzione, dove Tommaso Di Dio accosta la misura di queste poesie all’opera particolare e travolgente di Antonio Porta.
“Le gambe potranno poi sostenerci/ in strada, ma con braci/ nei talloni.”
Perché l’invadere è invadere il mondo di poesia, di senso. Lo stesso correre sulle acque è un motivo di movimento e novità, qualcosa di profetico e invasivo, invasore per eccellenza: la figura del poeta stesso, che rende significato ad ogni cosa nella più lucida verità e rende il mondo soggetto.
“Mi risuoni dentro come l’acacia/ quando a luglio è infestata dalle api”.
C’è continua esplorazione di vita, esperienza estrema da non poter replicare se non in modo diverso tutte le volte. Si osservano con sguardo unico e chiaro le profondità: “Ho il miele negli occhi/ e non vedo.”
Ma nel tempo ritrovato, nei momenti migliori, si può ancora sperare di essere altro, qualcosa di oltre, un’idea che non può finire e che diventa estremo soggetto d’amore, che può trasformare e indurire ogni elemento, ogni luogo dove lasciamo le nostre tracce: “Con le nostre stesse mani dovremmo/ far dura l’acqua, più sale, più roccia/ perché Lui senza temere torni”.

L’ultima sezione del libro è La Mandragola: O nel tempo del nome sotterraneo, capitolo di febbre e amore, fecondo nel realizzare la giusta mancanza nell’altro, nel nemico, perché l’espiazione sia lo stupore di voler essere ognuno, di essere parte della storia e di sopportare ogni vita nella propria: “Se spuntano le serpi dalle spalle/ verrei a baciare le tue scapole/ per salvarti dall’espiazione dei sovrani./ Febbri mortali, lo sai/ consumano chi dischiude il mondo/ e procede con l’acqua alle ginocchia”. In questo canzoniere d’amore le poesie fanno anche così: “Dicono stia lì, fermo/ nell’assopimento delle stanze”; procedono nel silenzio dell’attimo, sono interessate alla vita come ad una materia ignota e brillante e restano sempre poesie finite, precise, che comandano movimenti e ritorni con invocazioni di chiarezza e determinazione.
“Torna presto, presenza addolorata,/ per vegliare gli errori della sera”.

La forza della poesia di Ingenito è il saper essere antica e profondamente moderna per le sue influenze. Resta una poesia piena, dinamica nelle sue accensioni, nel suo bruciare continuo con forza e verità. Per questo il poeta rimane la forza del tutto, il dominatore di immagini ed esperienza, il solo capace di smuovere gli elementi ed essere loro stessi: “Ti trovo nella notte che di nero/ pelo mi fascia queste braccia nude:/ qualunque sia il versante/ del mio rigirarmi,/ sono fuoco, sono acqua, sono vento”.