Giorno: 9 dicembre 2012

Michele Mari – Fantasmagonia

fantasmagonia

Michele Mari – Fantasmagonia – Einaudi 2012

 

Il personaggio, il protagonista reale di tutti i racconti di Fantasmagonia è: la letteratura. Letteratura con cui Michele Mari gioca e reinventa. Un percorso in cui il lettore sarà, di pagina in pagina, sfidato, in bilico tra il buio e il chiarore, l’affetto e le paure, gli incubi e i sogni. L’invenzione, appunto, e la realtà. Capiterà, in queste meravigliose storie, di imbattersi nel terzo fratello Grimm, in Borges e Omero (ciechi) che assistono alla finale dei mondiali di calcio Grecia – Argentina (il dialogo tra i due, che Mari crea, vale da solo il prezzo del libro), nell’intreccio tra Kafka e Pinocchio, il maestro balbuziente di Alice. Caprapelada e, poi, tre geniali riscritture de Il cielo in una stanza. «“Mi sembra un organo”, disse il padre mentre si avvicina commosso alla Thomaskirche di Lipsia. “No, è solo un’armonica”, lo si disillude spietatamente il figlio guardando un mendicante.» La nota nella quarta di copertina recita (tra le altre cose): «Michele Mari chiama a raccolta tutte le sue ossessioni: l’infanzia, i mostri, le nevrosi numerologiche, eccetera». Questi racconti, però, mostrano pure le nostre ossessioni, le nostre paure, i nostri fantasmi. L’intro dell’ultimo racconto (che chiude l’incubo cominciato col mostro della prima storia) è questo: «Per fare un fantasma occorrono, una vita, un male, un luogo. Il luogo e il male devono segnare la vita, fino a renderla inimmaginabile senza di essi. Il luogo dev’essere circoscritto, con confini precisi; più che un luogo, una porzione chiusa di luogo: preferibilmente una casa». Queste frasi racchiudono bene il senso di tutto il libro e il punto in cui vuole condurci lo scrittore: stanare i suoi e i nostri fantasmi. Ognuno di noi ha i propri fantasmi e se li porta dietro da sempre, che questi siano letterari o meno. Le storie di Michele Mari sono bellissime, colte e avvincenti. Quando la fantasia si fonde con la conoscenza, con la passione, con la semplicità e ricchezza di linguaggio, ci si trova davanti alla grande letteratura, qualcosa che resterà. Non è facile trovare libri che si ha voglia di rileggere, quasi subito e più volte, Fantasmagonia è uno di questi. Mari si concede il privilegio di scherzare con la letteratura, di usarla a suo piacimento, di riscriverla. Di scriverla. Michele Mari è scrittore unico e prezioso, qualcuno da ringraziare di tanto in tanto. Si entra e si esce da un racconto all’altro e si sta sospesi, proprio come quando da bambini i nostri genitori ci leggevano le fiabe o i nonni ci raccontavano le storie, in attesa della prossima parola. Quella indispensabile, l’ultima, quella prima della buonanotte. Solo che alla fine di questi racconti non si ha voglia di dormire ma voglia di leggere, di scavare ancora, in cerca del prossimo fantasma, che sia Rimbaud o Isotta, della prossima storia. «Non aprite quella porta. E io la apro. Non varcare quella soglia. E io la varco. Non nuotare nel mare di Amity. E io ci nuoto. Non andare ad Amityville. E io ci vado. Non accogliere l’husky nella base artica. E io lo accolgo. […] Non andare in ostello in Slovacchia. E io ci vado. Non cercare le case dalle finestre che ridono. E io le cerco. Non andare nel bosco della strega di Blair. E io ci vado. Non aprire l’armadio dell’uomo nero. E io lo apro. Non guardare la cassetta di the ring. E io la guardo. Non salire al castello del conte Dracula. E io ci salgo…»

© Gianni Montieri

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articolo uscito sul numero 12 della rivista QuiLibri