Giorno: 6 dicembre 2012

Nocturnes #2: Les Chansons de Bilitis (Debussy)

Il faut chanter un chant pastoral, invoquer
Pan, dieu du vent d’été.

(Pierre Louys)

Les Chansons de Bilitis nascono come un falso letterario: il poeta francese Pierre Louys (1870-1925) scrive una raccolta di poesie imitando stile e contenuti dei versi di Saffo, poetessa di Mitilene (VI a.C.), nel tentativo di esprimere una sensualità di gusto pagano, orientando la propria scrittura e i suoi temi al Simbolismo, movimento che in Francia conosce il suo apice con Verlaine e Mallarmé (di cui ricordiamo la poesia Prélude à l’aprés midi d’un faune, che ispirò la celebre composizione di Claude Debussy del 1894). Sempre Debussy si interessa a tre dei testi di Louys, appunto, per comporre una prima stesura delle Chansons, per voce e piano: La flûte de Pan, La Chevelure and Le Tombeau des Naïades; il compositore ritorna nel 1901 alla raccolta di Louys e concepisce le Six Epigraphes Antiques, che qui proponiamo nella versione a quattro mani al pianoforte. I brani vengono pensati per questa formazione: due flauti, due arpe, una celesta e voce recitante i testi della raccolta. Les Chansons de Bilitis sono dunque ideate come musica di scena, così come sarà nel 1913 Syrinx per flauto solo, brano concepito come musica di scena all’interno del dramma Psyché di Gabriel Mourey: anche qui i contenuti si rivolgono alla mitologia greca (l’amore tra il dio Pan e la ninfa Siringa).

È interessante notare come nelle sue collaborazioni fra poesia e musica, Debussy abbia scelto di affidare il ruolo della voce recitante al suono del flauto (Prélude à l’aprés midi d’un faune, Les Chansons de Bilitis, Syrinx scelgono il flauto (o i flauti) come protagonisti – in Syrinx poi è un flauto ‘assoluto’). È in effetti il flauto nel mondo degli strumenti a fiato ad avvicinarsi maggiormente all’espressività della voce umana, con i suoi colori, le sue dinamiche e la sua agilità. È il flauto che tocca, per così dire, la stessa onda sonora su cui si snoda la parola poetica; non a caso in musica si parla di ‘articolazioni’, di ‘frasi’ e ‘fraseggi’, tutte terminologie che suggeriscono un contatto con il mondo della parola, dell’espressione. Accanto a questa ‘umanità’ della voce del flauto, però, non è da dimenticare che essa richiama sempre un contesto mitologico e in questo una particolare figura: quella del fauno, al limite tra l’umano e il ferino, tra apollineo e dionisiaco (se vogliamo rientrare in due categorie ‘estetiche’); è il fauno ad accompagnare l’impulsività dell’uomo, la sua diversità intesa come unicità nel mondo, la sua tensione comunicativa verso l’Altro – quella ricerca del contatto che sta alla base della musica come della letteratura e di ogni forma d’arte.

Propongo qui anche l’ascolto del celebre solo del Prélude à l’aprés midi d’un faune, che spalanca le porte alle novità del flautismo del Novecento nel panorama sinfonico.