Giorno: 27 novembre 2012

‘I padri’ di Giulia Rusconi – il coraggio della parola, la ricerca dell’Altro

[…] Vorresti
amare qualcuno ma nessuno
di “loro”;

Ingeborg Bachmann

Molti sono gli spunti di riflessione che il libro di Giulia Rusconi offre al lettore e molto è stato detto in questi giorni. La prima presentazione de ‘I padri’ (ed. Ladolfi) a Venezia il 23 novembre 2012 ha ospitato Matteo Fantuzzi curatore del libro e un prezioso intervento di Anna Maria Carpi che ha aggiunto alla prefazione un nuovo, interessante punto di vista: i padri, dice Carpi, sono un testo poetico e allo stesso tempo teatrale, adatto alla recitazione che Giulia Rusconi – e lei sola – sa rendere con forza al suo pubblico. In effetti ‘I padri’ hanno più che mai bisogno di essere detti a voce alta, di essere quasi denunciati; essi sono il prodotto di una incredibile capacità introspettiva che si fa parola, nascono da un’analisi attenta e razionale di un vissuto che è intimo e ha provocato delle ferite ora rese pubbliche: c’è coraggio nella voce della giovane poetessa, che attraverso le sue figure (quelle che lei stessa definisce ‘i miei pupazzi’) ci rivela se stessa, la sua paura. ‘Tutti mi dicono che sono una donna / e bella e che ho spalle ampie / gambe robuste di ferro: / “Cammina da sola ora”. / Io non cerco che una mano / grande che mi copra tutta la faccia / non mi faccia invecchiare.’
Dico ‘paura’ perché ne ‘I padri’ di Giulia Rusconi non vi è quasi mai dolore, mai autocommiserazione. Non è questo un testo tragico, nonostante si incontrino nella lettura delle tragedie reali, concrete: ‘Mio padre non ha una famiglia / mi insegna l’aborto. Uso la pompa / e l’acqua insaponata e rischio / ogni giorno un’infezione.’ o anche ‘Faccio tutto con amore / ma il mio sesto padre vorrebbe fare sesso / e non vuole parlare. Mi lascia / alla stazione centrale, mi disereda.’ Non è nemmeno un testo ironico, perché l’Io bambina che emerge in questi versi, l’Io che cerca la figura paterna, non si diverte, e tantomeno si diverte l’Io adulta, quella razionale e chirurgica che definisce i contorni, prepara il catalogo degli umani: ‘Li colleziono li metto in fila / sulla libreria e li conto sempre / e li classifico per età / per ordine di importanza / li seziono gli cambio le teste / qualcuna fa fatica a staccarsi dal collo.’
L’espressione del dolore che in Rusconi non è tragedia (‘e poi io al tragico sono negata’ scrive la poetessa) prende forma nel grottesco, o come meglio definisce Carpi, nel ‘raccapricciante’: sono brutti questi padri, sono malati, sformati come in un quadro di Dalì, hanno un corpo solido, un disegno. Quello di Rusconi è infatti un dolore sì interno ma di cui viene sottolineata con forza la manifestazione fisica: ‘Il mio padre numero duecento per dirmi addio / mi stringe con le mani i seni.’
L’Io bambina dell’opera ha bisogno di ritrovare nell’altro il padre che l’ha abbandonata; elegante e perfetta la citazione iniziale: ‘Eloì, Eloì, lemà sabactàni‘ che inserisce i versi in un contesto universale, dove è possibile riconoscere una crisi profonda e sociale del ruolo del maschio, o piuttosto una crisi dei sessi, perché le madri di Giulia Rusconi sono ‘sedute di sbieco’, assenti o invidiose, deboli, noiose, le confezionano un affetto che la piccola Giulia ritrova già in se stessa, allo specchio. Le donne di Giulia Rusconi prendono le gocce, si curano il male in un atteggiamento passivo; i padri invece incarnano il male attivo, e agiscono: spesso se ne vanno. Solo uno torna sempre, il padre Bios, che però è ‘l’affidato, il preoccupato, l’ottuso’ – ‘il tignoso’.
Chi o cosa si salva dunque ne ‘I padri’? Qual è la parte sana? La ricerca, la fiducia che ci sia un Altro, il desiderio costante di questo contatto che spazia a tutte le modalità del relazionarsi: ‘I padri’ di Rusconi non sono solo amanti e non sono tutti amati, ognuno però va toccato, cercato, riscritto per poi essere inghiottito nell’immagine della matrioska grandissima, che è la poetessa pronta a digerire, alla ripartenza.

Maddalena Lotter

“E’ questo che cerchi, il contatto?”
Il contatto sì il pezzo mancante
della casa, delle cose.

Giulia Rusconi

La persistenza della memoria – Salvador Dalì (1931)