Giorno: 20 novembre 2012

Giorgio Ficara, Montale sentimentale (di Domenico Calcaterra)

Giorgio Ficara, Montale sentimentale, Venezia, Marsilio 2012

Nella celebre Introducción sinfonica alle sue Rimas, Gustavo Adolfo Becquer, scriveva che «da un momento all’altro lo spirito può slegarsi dalla materia per innalzarsi fino a regioni più pure», a significare un passaggio dal qui e ora verso un altrove. In Montale, invece, è la ininterrotta partita tra materia e spirito ad alimentare la fides del poeta: è anzi la «qualità-spirito» ad essere, forzatamente, proposta come destino ultimo della materia. Questo e altri aspetti, circa la portata della riflessione poetica del ligure, vengono messi a fuoco nel prezioso ed elegante Montale sentimentale di Giorgio Ficara (Marsilio, 2012), con il quale il critico si propone d’esplorare il risvolto “sentimentale” della poesia montaliana, attraverso una ricognizione aggiornata dell’inconcluso «romanzetto autobiografico» (così lo stesso Montale in una lettera a Bobi Bazlen del 31 maggio 1939) dei Mottetti, quel gruppo di non più di venti liriche (scritte tra 1933 e il 1939) che costituiscono la seconda sezione delle Occasioni (1939). In essi si troverebbe, già pienamente dispiegata e realizzata, l’essenza di quell’«effusione sentimentale» (p. 33) propria del discorso metafisico montaliano. L’attributo “sentimentale”, che ha fatto torcere il naso a qualche recensore (e che a noi pare, al contrario, assai appropriato ed eloquente), non solo andrà inteso come sinonimo di “metafisico” ma, in definitiva, sarà da riferire all’imprinting eminentemente conoscitivo dell’esperienza d’amore; tale da far rigettare l’idea (secondo la lezione continiana) d’una discontinuità, una cesura netta, nel passaggio dall’esordio degli Ossi alla presunta svolta delle Occasioni – per quell’acquisito (?) adagio critico del convertirsi del «nulla-inerzia» nel motivo dell’«attesa» della visitazione amorosa, da parte della donna-angelo (su tutte Irma-Clizia) –, propenso, al contrario, a un inquadramento per così dire evolutivo nell’ispirazione, un continuum filosofico in progresso, senza sistema, e dove il rovello del giuoco scettico sarà il comune filo conduttore, fino alla Bufera (1956) e oltre, nelle cose più tarde, come il Quaderno dei quattro anni (1977). Assunto a cifra riassuntiva, il sentimento amoroso così inteso viene indagato nei Mottetti, cercando di farne aggallare la legge «romanzesca», centrata sull’idea, peraltro già presente nell’Ortega y Gasset di Estudios sobre el amor, che parlare di una simile disposizione amorosa equivalga, intrinsecamente, a compiere un’esperienza metafisica che trova il suo primo teatro nell’obliterante paesaggio quotidiano. E in Montale il nulla non è mai pura gnoseologia del negativo, quanto piuttosto, quasi bergsonianamente, un «nulla relativo» a principiare da un vuoto, una mancanza, un desiderio rimasto insoddisfatto: «arduo» da sostenere (come nella lirica Il balcone) per la delusa attesa di un «qualcosa-vita» o, più precisamente, un «amore-qualcosa capovolto in vuoto di qualcosa» (p. 24). Depositaria di una «Vita che dà barlumi» come l’Arletta de Il balcone, creatura di altro «stampo» (mott. IX) come la Clizia ispiratrice di quasi tutti i frammenti, l’oggetto d’amore non è percepito solamente come atteso risarcimento per una vita ridotta all’osso (vissuta al «cinque per cento», scriverà dopo, nel Diario del ’71 e del ’72) ma diviene segno che si «innerva acutamente nel mondo reale» (p. 80) del quale cogliere ogni indizio. Perciò, a interessare il poeta, sembrerebbe suggerire Ficara, più che l’esito è la qualità di quella pallida relazione d’amore vissuta come ricerca. Ma ricerca di cosa? D’un improbabile e salvifico cortocircuito tra umano e senza-tempo. E Clizia non è solo l’angelo visitatore per il quale implorare il miracolo, con le sue intermittenze, le angosciose sparizioni e i lampeggiamenti salvifici, ma diventa l’artefice stessa d’un sentimento in potenza che tutto tiene insieme, in virtù della «sutura umanistica» di un «amore-refe» (si rammenti il finale del mottetto XV, in assoluto il più sentimentale) capace di rinsaldare l’umano nei vuoti, nelle montaliane soste, e soprattutto di assicurare, proprio lì ove si perde, che il «romanzetto» (di per sé irrealizzabile), rimanga comunque aperto, possa, inatteso, ripartire. Romanzo capace di contenere anche il paradossale capitoletto della caduta dell’essere salvifico, «riparato» nel grembo dell’umano («Ti libero la fronte dai ghiaccioli», mott. XII): come a dire che nell’arco tra una inattingibile distanza e la fragile caduta bisognosa dell’umano è ricompreso l’intero orizzonte soteriologico del poeta (con qualche ammiccamento alla teologia negativa di Barth e Bonhoeffer), per cui il paradosso del prendersi cura della donna-angelo per antonomasia soccorritore, agisce come agnizione che irrompe nella trama del mondo, segreto che gli altri («ombre che scantonano nel vicolo») ignorano (efficace l’analogia chiamata in causa, tenuto conto delle dovute differenze, con la situazione poetica di Pace, lirica dello straordinario poeta gesuita Gerard Manley Hopkins).

Qualcuno ha voluto ridurre il Montale sentimentale di Ficara a nulla più che un attraversamento anti-filologico e mimetico-impressionistico, accostandolo, per strategia argomentativa, all’ibrido esperimento saggistico-narrativo (peraltro riuscito) tentato da Emanuele Trevi con l’ultimo Pasolini di Petrolio (Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, 2012), nel segno di una presunta corruzione di consolidati canoni di accertamento critico, come se ne esistessero poi di imprescindibili e fissati una volta per tutte. Certo si può discutere sul fatto di avere privilegiato talune angolature e tralasciato altre nel contornare l’effige metafisico-sentimentale del ligure, così come rimangono non meno plausibili e aperti altri potenziali scenari ermeneutici; epperò il saggio di Ficara si rivela prova esemplare di come la critica letteraria riesca esperienza autenticamente conoscitiva (per il saggista e per il lettore) ogni qualvolta s’imponga come autonoma prova d’immaginazione e di stile: punto apicale verso il quale dovrebbe tendere non solo la critica letteraria ma, più in generale, ogni scrittura saggistica.

© Domenico Calcaterra

 

Nota: articolo pubblicato sul numero 4 di  Fuoriasse periodico di Cooperativa letteraria