Giorno: 19 novembre 2012

TFA o della lunga attesa: Lettera pubblica al Rettore dell’Università degli studi di Palermo

Al Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Palermo
Prof. Roberto Lagalla

Al Delegato del Rettore per la Didattica
Prof. Vito Ferro

Al Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia
Prof. Mario Giacomarra

Al corpo docente della Facoltà di Lettere e Filosofia

Ai colleghi

Vorremmo portare alla vostra attenzione la situazione attuale che riguarda le procedure di accesso al TFA di questo Ateneo, e in particolare quella che interessa la classe A051 (materie letterarie e latino nei licei e nell’istituto magistrale).
Il secondo esame scritto per questa classe – prova di lingua latina e di letteratura italiana – è stato svolto il 5 ottobre; i candidati erano 53. Com’è noto, si è arrivati a questa seconda fase dopo un test nazionale odioso e ottuso nella sua concezione e nella sua formulazione, prova che ha sollevato indignazione da molti fronti dell’accademia e dall’unanimità dei concorrenti, e una necessaria e tardiva revisione da parte del Ministero dei risultati della prova stessa. Già in questa fase – esprimendo una posizione personale, ma che crediamo condivisa dalla totalità dei partecipanti al test – abbiamo vissuto sulla nostra pelle il totale disprezzo nei nostri confronti da parte degli estensori di quelle prove d’esame, e la loro lontananza dall’idea di intelligenza, onestà intellettuale, concetto di preparazione universitaria, insegnamento scolastico e selezione.
La seconda prova scritta, che ci illudevamo in controtendenza rispetto a modalità ministeriali vessatorie, è stata contestabile sotto diversi aspetti, e ha consolidato in noi l’idea di un totale scollamento tra il mondo accademico e la realtà della società in cui viviamo e in cui – da aspiranti insegnanti – vorremmo lavorare. Di nuovo, abbiamo provato su noi stessi un’incapacità (o un dolo) da parte del corpo accademico nell’affrontare, anche intellettualmente, l’organizzazione di un sistema – il TFA e le sue prove di accesso – che già di per sé rappresenta l’ennesima illusione ammannita a due generazioni di studenti di questo ateneo e di questo Paese.
Il motivo che ci spinge a scrivere questa lettera, tuttavia, è l’estenuante ritardo nella pubblicazione dei risultati di questa classe di concorso, ritardo che – come facilmente si immagina – compromette non solo una qualsivoglia serena preparazione ad un orale (tutt’ora al buio), ma che riteniamo offensivo nei confronti di tutti i partecipanti al concorso. Ad oggi, 19 novembre, sono passati 45 giorni dallo svolgimento del test. I compiti da correggere 53, e formulati secondo criteri decisi dalla stessa commissione, anche riguardo alla loro lunghezza e alla difficoltà di correzione. Può risultare fastidioso entrare nel merito dei tempi di correzione di altre persone, con altre incombenze professionali: tuttavia anche noi partecipanti al concorso abbiamo una dignità e una vita.
L’esame orale è stato programmato a partire dal 13 dicembre, lasciando dunque ben poco tempo, seppure arrivasse oggi stesso la pubblicazione delle graduatorie, per la preparazione (per la quale non è neppure stato indicato un programma di massima). In altre università le procedure concorsuali sono già terminate, da settimane.
Nessuna comunicazione ufficiale né alcuna indicazione sulle procedure o sulle fasi di elaborazione dei risultati è stata data. Invece che venire smentito da docenti con cui ci siamo formati, che hanno avuto la possibilità di calibrare le prove di accesso nel migliore dei modi, abbiamo solo visto rinnovato l’arbitrio di un’intera generazione di professori universitari e professionisti nei nostri confronti. Hanno reso perfino peggiore l’esperienza di un TFA che sappiamo tutti lungi dall’essere una soluzione per il mondo della formazione e per gli aspiranti docenti.
Se solo non fosse ormai un’espressione abusata e rispetto alla quale le orecchie sono ormai desensibilizzate, diremmo che siamo indignati dal trattamento subìto. In realtà, forse, ci state togliendo perfino le forze e l’animo per indignarci.

Distinti saluti,

Stefano Nicosia
Luciano Mazziotta

[Un articolo sui test d’accesso al TFA era stato già pubblicato su questo blog con il titolo TFA: dove la metto la croce?]

Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre

Qualche giorno fa è uscito il terzo romanzo (molto atteso) di Luigi Romolo Carrino. Pubblico, con grande piacere, un estratto. Libro consigliato!

gm

( Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre – Perdisa Pop 2012) estratto, pagine da 61 a 63)

Quattro

Tutta la mezzanotte è nera. Mi faccio caldo con le mani, le
sfrego sui pantaloni e si riscaldano anche le gambe.
Il pero trema di freddo i suoi rami addormentati, fa le facce
strambe sulla casa di fronte.
C’ è l’uomo nero che viene a prendermi.
Non posso andare da zia Adele. Se ci vado, zia Adele saprà
che non sei ancora tornata e lo dirà alla nonna.
Non posso andarci. Mi puniresti. Le mani mie bucheresti, con
gli spilli di sarta, quelli sulla Singer, la macchina per cucire.
Nel vialetto, all’entrata, arrivano i fari di una macchina e
mi s’appiccia un fuoco ai lati della testa. Salto dal gradino come
un grillo e sono così felice che un po’ il freddo, un po’ il fuoco, un
po’ la contentezza, io non sento più fame e c’ è luce come si fosse
fatto mezzogiorno.
Sono i fari della macchina di papà.
Mi fa le formiche nei pantaloni. Vado a mettermi dietro la
siepe, dietro il muretto.
Non riesco a trattenermi, correndo mi faccio la pipì addosso.
Non riesco a capire perché questo caldo che scivola lungo le gambe
mi fa tranquillo.
Non riesco proprio a capire se il freddo che sento nelle mutande,

se la pelle di papera che si fa ora sulle gambe, è paura o è gelo che
mi fa a nuvola il fiato.
Se papà mi trova seduto qui fuori, lo capirà immediatamente
che mamma non è rientrata. E quando lei tornerà saranno
urla e strilli, schiaffi e capelli strappati, puttane zoccole cornuti
e parolacce nere più nere dell’uva marcia del pergolato dietro la
casa, parole più sporche di Calimero. E poi calma e lacrime e
baci belli per fare pace, e poi non ne parliamo più e poi andiamo
a dormire. E poi io non ce la faccio nemmeno a mettere la testa
sotto le lenzuola, perché c’ è qualcuno nella mia stanza, sotto il
letto, nell’armadio, fuori dalla finestra, sul pero.
Ma va bene, non fa niente. L’ importante è che torni. Tanto
poi papà non ti fa niente. Tanto c’ è sempre qualcuno sotto il mio
letto, tutte le notti.
Papà apre lo sportello, scende, papà chiude lo sportello.
Sento rumore di chiavi. Papà arriva davanti alla porta e
infila la chiave nella serratura. Mi metto dietro di lui e tutto è
zitto, tutto è niente che si vede.
Papà penserà che stiamo dormendo. Quante volte è tornato
tardi dal lavoro?
Dietro di lui sento l’odore di grasso, di cose meccaniche, odore
di olio e di fatica. Lo sento tutto quanto, il mio papà, che
lavora tutto il giorno, va anche lontano a lavorare e certe volte
non torna nemmeno per la notte.
Papà sfila le chiavi dalla toppa e apre la porta.
Da dietro le sue spalle butto gli occhi in casa e non c’ è un
niente di nessuno, lo capisce anche papà che rimane ancora fermo
e non entra e trema. Ma non ha freddo, a lui trema solo una
mano. Io tremo tutto quanto. Non vuole entrare, papà non lo

vuole sapere se è tutto vero questo nessuno. Dietro di lui guardo
le sue gambe storte. Da ragazzo, un incidente con la motocicletta
Motom gli lasciò la gamba destra più corta. Non zoppica,
cammina un po’ sali-e-scendi. Quando fa due passi, sale la gamba
destra scende la gamba sinistra.
Papà fa un passo avanti e accende la luce.
Il neon. Fa prima un lampo. La luce del neon illumina a
scatti il nostro salotto-cucina.
Uno scatto un lampo.
Flash.
La cucina vuota.
Guardando da dietro le spalle di papà, sembra che qualcuno
faccia una fotografia con il flash, sembra che i miei occhi facciano
una fotografia Polaroid.
Un secondo scatto un secondo lampo, due lampi ravvicinati.
Flash, flash.
Sei seduta, sul divano.
Un terzo, un quarto scatto. Due lampi, uno dietro l’altro.
Flash-flash.
No. Il divano è vuoto.
Flash-flash-flash, e adesso c’ è tutta la luce nel salotto-cucina.
Tutto è il niente che si vede. Tutto è nessuno.
Io sto dietro al mio papà, faccio un passo, metto un piede sul
gradino e lui si accorge di me.

(c) Luigi Romolo Carrino

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Sinossi del libro:

Giuseppe, un uomo di 42 anni, è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario da quando ne aveva 16. Per essere rinchiuso qui Giuseppe ha commesso un atto criminoso ed è stato giudicato incapace di comprendere l’atto compiuto. In realtà, Giuseppe non lo ricorda nemmeno il motivo del suo internamento.

All’interno dell’OPG, in una casa-dependance approntata nel parco dell’ospedale come un set cinematografico della memoria, una volta all’anno Giuseppe compie il rito dell’attesa: rivivere la notte in cui la madre lo lasciò, all’età di 8 anni. Quella notte Giuseppe aspettò per dieci ore il ritorno di sua madre sul gradino di casa, rifiutandosi di credere che la donna più bella del mondo lo aveva lasciato per sempre.

Giuseppe aveva e ha una sola domanda per sua madre: perché mi hai abbandonato?

Ad ogni ora che passa Giuseppe usa la sua voce come fosse quella di sua madre, per trovare una ragione che giustifichi l’abbandono e per rimproverarsi la sua inadeguatezza di figlio. Ma è anche il modo per ripresentificare il sé bambino in tutti i minuti di quell’attesa, perché è questa mancanza l’unico testimone della sua esistenza.

Al termine della notte, Giuseppe tenta di comprendere la crudeltà materna, sperando di arrivare alla salvazione del suo io-bambino rimasto nella camera ardente della sua infanzia, e provando ad assolvere il rifiuto della donna più importante della sua vita.

Sua madre, allucinata nella casa dell’attesa, gli dirà che le cose non stanno così come lui crede. La colpa è un’altra, nascosta in un’altra notte da ricordare, quella in cui lui è stato internato.

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Luigi Romolo Carrino è nato a Napoli nel 1968. Ha pubblicato tre raccolte di poesie ed è autore di testi teatrali. In narrativa ha esordito nel 2006 con due racconti in Men on Men 5 (Mondadori). Ha scritto i romanzi Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008 – anche con il cd del recital La versione dell’acqua) e Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009), il racconto lungo Calore (Senzapatria, 2010), la raccolta di racconti Istruzioni per un addio (Azimut, 2010), il reportage A Neopoli nisciuno è neo (Laterza, 2012).