Giorno: 9 novembre 2012

in memoria di Anne Sexton

Anne Sexton, 9 novembre 1928 – 4 ottobre 1974

THE CIVIL WAR

I am torn in two
but I will conquer myself.
I will dig up the pride.
I will take scissors
and cut out the beggar.
I will take a crowbar
and pry out the broken
pieces of God in me.
Just like a jigsaw puzzle,
I will put Him together again
with the patience of a chess player.

How many pieces?

It feels like thousands,
God dressed up like a whore
in a slime of green algae.
God dressed up like an old man
staggering out of His shoes.
God dressed up like a child,
all naked,
even without skin,
soft as an avocado when you peel it.
And others, others, others.

But I will conquer them all
and build a whole nation of God
in me – but united,
build a new soul,
dress it with skin
and then put on my shirt
and sing an anthem,
a song of myself.

***

Guerra civile

Sono spezzata in due
ma io conquisterò me stessa.
Io riesumerò l’orgoglio. [Io disseppellirò  l’orgoglio]
Io prenderò le forbici
e amputerò la mendica. [e darò un taglio al[fare]l’impudente]
Io prenderò il piè di porco [un piè di porco]
e in me scassinerò [e tirerò fuori a forza i guasti]
i pezzi di Dio scassati. [pezzi di Dio che ho in me.]
Come in un enorme puzzle [come in un enorme mosaico]
Lo ricomporrò,
con la pazienza del giocatore di scacchi.

Quanti pezzi?

Paiono migliaia, [è come fossero migliaia]
Dio travestito da puttana
di un viscido verde alga,
Dio travestito da vecchietto
che barcolla ciabattando,
Dio travestito da bambino
tutto nudo,
senza pelle, [anche senza pelle]
molliccio come un avocado sbucciato.
E altri, altri, altri.

Ma Io tutti li conquisterò [Ma io li conquisterò tutti]
e una nazione di Dio costituirò [e erigerò una nazione di Dio]
– infine in me unificata – [in me – eppure unita]
un’anima nuova costruirò [fonderò un’anima nuova]
vestita di pelle.
Poi mi metterò una camicia [e indossata la mia camicia]
e canterò l’inno: [canterò un inno:]
Canto di me stessa. [una canzone su di me]

[da The Awful Rowing Toward God (1975) – Il tremendo remare verso Dio, in L’Estrosa abbondanza, Crocetti, 1997, con traduzioni di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin (Aldo Nove), Edoardo Zuccato, con variazioni mie]

Per leggere un articolo apparso qualche tempo fa, qui.

© Alessandra Trevisan

Gli anni meravigliosi – 2 – Wolfgang Hilbig

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR  – possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La seconda tappa passa per la prima raccolta di poesie di Wolfgang Hilbig, abwesenheit (assenza), che raccoglie poesie scritte tra il 1965 e il 1977 nella RDT, e che fu pubblicata nel 1979 dall’editore Fischer. Il paesaggio desolato della nativa Turingia, quello che poi Lutz Seiler  a ragione avrebbe definito “träge Landschaft” (“paesaggio accidioso”), è qui dominante: „die bagger blieben die dörfer sind fort“, „unsere worte sind / gefrorene fetzen und fallen in den geringen schnee“ (“rimasero le ruspe i villaggi non ci sono più”, “le nostre parole sono / stracci gelati e cadono nella neve scarsa”). Nella città natale Meuselwitz Hilbig era tornato nel 1970 e lì era rimasto fino al 1978, lavorando come fuochista in una fabbrica statale. Quando, diversi anni fa, lessi per la prima volta la poesia episode (episodio), a p. 202 dell’antologia Deutsche Literatur der 70er Jahre, l’invito alla traduzione fu irresistibile.  All’indomani della riunificazione tedesca, ritrovai nel romanzo Ich (1993) di Hilbig, che all’epoca – si parlava di IM, di informelle Mitarbeiter, collaboratori non ufficiali del regime della SED nella RDT – suscitò un gran polverone, il “gelo fuligginoso” della sala caldaie, scenario della poesia episode.  Poi, i soliti banali disastri informatici hanno inghiottito (gefressen,  come scrive in quel testo Hilbig) la mia traduzione, che ho ripreso e completato per questa rubrica.

episodio

nella tetra sala caldaie alla luce
di lampade fuligginose sedeva all’improvviso sulla montagna di mattonelle
di carbone un fagiano verde

                                           un pagliaccio sontuoso
argenteo e verde l’anello rosso acceso al collo con
occhio fisso con il grande becco giallo con attenzione

mirava a me

                                               così era più maestoso e bello
di un ombrello surrealista su una macchina da cucire
come sedeva lì accuratamente e intrepidamente smarrito
sulla sua vetta nera

non ci fu conversazione
io mi mossi e lui se ne volò via per la porta aperta
eppure da lontano l’odore del sole il profumo
della sua risata a colori lasciò qui nella notte
e io scartai ogni sforzo di vedere la vita in modo mitico

e quando il ghigno causale della mia testa
sbranata da energia e gelo scomparve nella notte
smisi di credere all’eclissi
delle percezioni nelle tenebre.

Wolfgang Hilbig

(traduzione di Anna Maria Curci)

episode

im düstern kesselhaus im licht
rußiger lampen plötzlich auf dem brikettberg
saß ein grüner fasan


                               ein prächtiger clown
silbern und grün den leuchtend roten reif am hals mit
unverwandtem aug mit dem großen gelben schnabel aufmerksam

zielte er auf mich


                                   so war er herrlicher und schöner
als ein surrealistischer regenschirm auf einer nähmaschine
wie er dort saß genau und furchtlos verirrt
auf seinem schwarzen gipfel

 

konversation fand nicht statt
ich bewegte mich und er flog davon durch die offene tür
doch von weit her den geruch der sonne den duft
seines farbigen gelächters ließ er hier in der nacht
und ich verwarf alle mühe das leben mythisch zu sehen

und als das kausale grinsen meines kopfes
von energie und frost gefressen in die nacht verschwand
glaubte ich nicht mehr an den untergang
der wahrnehmungen in der finsternis.

Wolfgang Hilbig

(da: Wolfgang Hilbig, abwesenheit, Fischer 1979)

________________________________________

Wolfgang Hilbig (Meuselwitz 1941- Berlino 2007) lavorò per anni nella RDT come operaio. A partire dal 1967/1968 entrò in un circolo di scrittori operai. Dal 1970 al 1978 rientrò nella nativa Meuselwitz, dove visse nella casa dei nonni materni e lavorò come fuochista per una fabbrica statale. Dal 1979, lasciata l’attività di fuochista per dedicarsi interamente alla scrittura, risiedette tra Berlino Est e Lipsia. Nel 1985 lasciò la RDT per la RFT. Così Matthias Biskupek descrive Hilbig:  „Ein im ‚Literaturbetrieb‘ wohlgelittener Mann, der immerhin 18 Literaturpreise erhielt, aber nichts von einem Intellektuellen an sich hatte… Er war umgänglich, zeigte seine Belesenheit kaum und hatte eine Boxernase. Weil er in seiner Jugend boxte.” (“Un uomo benvisto nel mondo letterario, che comunque ottenne 18 premi letterari, ma che non aveva niente dell’intellettuale.. Era affabile, non mostrava quasi per nulla la sua erudizione e aveva un naso da pugile. Perché da giovane tirava di boxe.”)