Giorno: 25 ottobre 2012

Agostino Cornali – Un forte mal di testa

Un forte mal di testa

Era la prima briscola che vedeva da quattro mani ed era tentato di giocarla subito. Esitava perché aveva paura che il ragazzino avesse in mano il sette di denari, conservato fino all’ultimo per portarsi a casa l’asso di coppe, che in quel momento giaceva solitario sul tavolo davanti a lui. Ma il ragazzino non poteva aver seguito una strategia così raffinata. E allora perché il signor Ferri aveva giocato quel carico? Di sicuro sapeva che la briscola più alta rimasta in gioco era in possesso del suo compagno. Luigi si accarezzava la barba e rifletteva.

L’avvocato, davanti a lui, nel suo sudicio completo grigio, non poteva essere di alcun aiuto: ormai aveva perso del tutto ogni traccia di lucidità e da qualche minuto non faceva altro che seguire con lo sguardo le gambe della Teresa, che stava riordinando gli altri tavoli.

Mentre Luigi era immerso in questi pensieri la porta del bar si spalancò improvvisamente, lasciando entrare il gelo dell’aria di dicembre e un uomo che indossava una maschera anti-gas. Se a quell’ora nel bar ci fosse stato un villeggiante avrebbe pensato a una rapina, o all’entrata di un pericoloso squilibrato. Ma in paese tutti conoscevano quell’uomo mascherato, perciò il signor Ferri si limitò ad invitarlo a chiudere la porta. Poi esortò Luigi a giocare, finalmente, la sua carta.

“Allora, siete pronti?”, disse il nuovo arrivato con voce cavernosa e metallica, avvicinandosi al tavolo della partita.

“Teresa, gli fai un Montenegro con ghiaccio? E per noi un altro giro”, urlò il signor Ferri, “Offro io, se ci lasci in pace”.

“Dove l’hai trovata, quella?”, chiese il ragazzino.

L’uomo si tolse la maschera, tossì, si ravviò i capelli con una mano e si sedette su una sedia alle spalle di Luigi. “Giù da mio nonno, al mattatoio. Probabilmente la usavano per la puzza”

“E perché te la metti?”

“Come perché? Mancano… due ore e venticinque minuti”, rispose guardando l’orologio.

“Qui c’è una partita in corso”, disse il Ferri.

Luigi posò con delicatezza un quattro di denari sopra l’asso di coppe. Il signor Ferri fece schioccare le carte che teneva in mano come un giocatore consumato.

“Ci credi davvero?”, chiese il ragazzino, annusando la sigaretta che teneva tra le dita.

“Non hai sentito al telegiornale? In Indonesia c’è stato uno zulami”

“Adesso ci spieghi cos’è uno zulami. Giorgio, tocca a te”, disse il signor Ferri.

Il ragazzino guardò il banco, poi le sue carte, poi di nuovo il banco. Infine estrasse con orgoglio un sette di denari che atterrò sopra il quattro e rimase lì, in attesa.

“Non capisco come fate a starvene qui a giocare a carte.”

“Solo tu credi a queste stronzate. Avvocato, lei conosce per caso qualcuno che da mesi sta ammassando provviste alimentari in cantina?”

“Io in cantina conservo dei vini che voi, vi assicuro, rimarreste… ho un amico che me li manda dalla Francia e l’altro giorno…”

Teresa arrivò con un vassoio pieno di bicchieri. L’avvocato smise improvvisamente di parlare e le sorrise.

“Tocca a lei, la prego”, disse il signor Ferri.

“A che ora dovrebbe essere?”, chiese Luigi.

“Secondo i miei calcoli tra le tre e mezza e le quattro. La profezia dice esattamente tre ore prima dell’alba.”

Luigi si accarezzò la barba e rifletté. “Ma allora in altre parti del mondo non dovrebbe essere già successa?”

Il giovane esitò un momento. “Sentite, io non obbligo nessuno a far niente. Però se domani dovessimo per pura fortuna sopravvivere tutti e cinque non venite a chiedermi qualcosa da mangiare”. Trangugiò il suo Montenegro, si alzò, rimise a posto la sedia, prese la maschera e uscì.

“Sta peggiorando, poveraccio” disse il signor Ferri, mentre quello si allontanava.

Il soffio d’aria che entrò nel locale quando si aprì la porta svegliò dal suo torpore alcolico l’avvocato, che giocò un fante di bastoni regalando altri due punti agli avversari. Luigi chiuse gli occhi e sentì che stava arrivando un forte mal di testa.

Uscirono dal locale che erano quasi le due e mezza. L’avvocato faticava a stare in piedi, Giorgio si accese la sigaretta e guardò le stelle.

“Non sembrano diverse da quelle di ieri notte”

Il signor Ferri uscì in maniche di camicia e abbassò la saracinesca. Quello stridore ferì il silenzio assoluto della notte ed echeggiò per le vie del paese.

“E’ sempre un piacere giocare con voi”, disse, stringendo con forza le mani degli altri, poi attraversò la piazza e salì sul furgoncino bianco che era in attesa sull’altro lato. Teresa, uscita dalla porta sul retro per evitare le attenzioni dell’avvocato, l’aveva già messo in moto.

Luigi fece un cenno agli altri due, si infilò le mani in tasca e si avviò verso casa, passando sotto l’arco di pietra che un tempo veniva attraversato dai cavalli che scendevano lungo la valle e in piazza trovavano una stazione di posta. La via era buia e deserta, nemmeno un cane randagio in giro. Luigi camminava piano, assorto nei suoi pensieri come sempre. Mentre risaliva la strada sentì il rumore che amava: quello dell’acqua che sgocciolava nella fontana. Come ogni sera, passando davanti alla vasca di pietra, gli tornò in mente quello che era accaduto in quel luogo più di sessant’anni prima. La ragazza si chiamava Maria, ed era di Milano. Suo padre era ricoverato da mesi in ospedale per i postumi di una ferita di guerra, perciò la zia aveva deciso di portarla in montagna con lei per aiutarla a distrarsi un po’. Aveva quattordici anni, gli occhi verdi e lo sguardo triste. Si erano baciati proprio lì, la sera della festa di San Rocco, sul bordo freddo della vasca. Pochi giorni dopo suo padre era morto e la ragazza era dovuta tornare improvvisamente a Milano. Lui non l’aveva più vista né sentita. Da quel giorno Luigi non aveva più avuto nessun’altra donna e tutto ciò che sapeva dell’amore l’aveva imparato in quella sera d’agosto di tanti anni prima.

Deviò sulla destra per una scorciatoia che tagliava i tornanti passando in mezzo agli orti. S’inorgoglì del fatto che nonostante l’età era riuscito a percorrere quella ripida e impervia salita senza troppa fatica.

Quando sbucò di nuovo sulla strada principale si fermò per riprendere fiato. Guardò le cime dei monti: poca neve brillava alla luce delle stelle. Avrebbe voluto il paese imbiancato per Natale, ma mancavano ormai solo cinque giorni e del resto non nevicava prima di gennaio da molti anni, ormai. Un silenzio più profondo del solito gravava come un macigno su tutto il paesaggio circostante. Non si sentiva nemmeno il rumore del fiume sul fondovalle. Il suo mal di testa aumentava.

Guardò verso la parte bassa del paese, vide la chiesa, il campo da calcio dell’oratorio e l’alto edificio delle scuole elementari, dove aveva lavorato per quasi cinquant’anni come maestro di italiano, storia e geografia. Molti dei suoi alunni erano sposati da tempo, alcuni addirittura erano già nonni. Cos’aveva fatto lui in tutti quegli anni?

Ebbe la sensazione di essersi distratto, distratto per tutta una vita.

Accarezzandosi la barba pensò ai suoi più cari amici: in molti avevano abbandonato il paese e i pochi rimasti erano alcolisti o tossicodipendenti; tra questi, per esempio, l’avvocato, così chiamato perché da sempre aveva intenzione di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza, trascurando il fatto che non avesse nemmeno un diploma delle superiori. Poi il povero Tommaso, il giovanotto che era entrato nel bar con la maschera anti-gas: le droghe gli avevano mangiato buona parte del cervello, e in quel momento era probabilmente rinchiuso nella sua cantina in attesa della fine del mondo. E il signor Ferri? Se non ci fosse stata quella santa donna della Teresa chissà che fine avrebbe fatto, anche lui.

E pensare che per Luigi c’era stata l’occasione di andarsene, quando suo cugino aveva cercato di convincerlo a trasferirsi con lui in Svizzera a fare il boscaiolo. Gli aveva risposto che non poteva lasciare i suoi ragazzi così, da un giorno all’altro. “Magari l’anno prossimo”, diceva. Dopo qualche tempo suo cugino si era sposato e i biglietti d’auguri che gli mandava per Natale recavano sempre anche la firma della moglie. Luigi ne conservava solo sette, di quei biglietti, perché una mattina d’inverno del 1961 il cugino salì su un albero, un ramo cedette e lui cadde per terra picchiando la testa su un sasso. La salma fu trasportata, secondo le sue volontà, al cimitero del paese d’origine, dove venne celebrato il funerale. Luigi ricordava bene lo sguardo che quella donna elegante, alta e bionda, gli rivolse prima della cerimonia, quando presentarsi e fare le condoglianze fu una cosa sola. In quello sguardo c’era del risentimento verso di lui, verso il cugino che in sette anni non si era mai degnato di andare a trovare il suo povero marito.

Perché non aveva mai lasciato il suo paese? Davvero amava tanto quel luogo e i suoi abitanti? Guardando le case sotto di lui si accorse che in realtà non provava nessun affetto per quelle persone. Anzi, provava solo rancore e rabbia per chi l’aveva imprigionato tra quelle montagne per tutta una vita. Ecco cosa avrebbe dovuto dire a Giorgio e agli altri ragazzi più giovani: andatevene finché potete, scappate il più lontano possibile. Ed ecco cosa avrebbe dovuto fare lui, l’indomani mattina: salire sulla prima corriera, arrivare in città e prendere un treno. Un treno qualsiasi, non gli importava. Magari sarebbe andato al mare, avrebbe camminato sulla sabbia calda e avrebbe mangiato un gelato in uno di quei bar sulla spiaggia di cui tante volte gli avevano parlato i suoi alunni al ritorno dalle vacanze estive.

Improvvisamente sentì un boato. Un colpo molto forte, che sembrava arrivare dal centro della terra. Si appoggiò spaventato alla staccionata di legno che divideva l’asfalto dal prato verde che scendeva ripido verso il tratto di strada sottostante. Si sporse per guardare in basso e non vide nessuna luce alle finestre delle case e nessuna persona in piazza o nelle vie. Forse da qualche parte stavano già provando i fuochi d’artificio e le misteriose traiettorie dell’eco avevano fatto rimbalzare il suono fino a lì. Strano, però, a quell’ora: guardò l’orologio, erano le tre e venti.

Lasciò la strada asfaltata per imboccare il breve sterrato che conduceva a casa sua. Aprì il cancello di legno facendo scorrere il chiavistello, percorse il vialetto ghiaioso e arrivò alla porta del garage. Prese le chiavi da sotto il vaso dei ciclamini e le infilò nella toppa. Dopo la prima mandata si bloccò. Aveva sentito qualcosa cadergli in testa. Si toccò con la mano e sfregò i pollici l’uno contro l’altro; era una sostanza strana, che si sfarinava al tatto. Si voltò e guardò in alto: un numero infinito di particelle bianche stava calando lentamente dal cielo buio. Nevicava. Si stupì, perché fino a poco prima il cielo gli era parso sereno e pieno di stelle. E poi non aveva mai visto fiocchi come quelli: più che neve sembrava cenere.

Era troppo tardi per stare a pensare a quelle cose e forse aveva semplicemente bevuto troppo. Entrò in casa, salì le scale, arrivò al piano di sopra, si tolse il cappotto e le scarpe e andò in bagno. Dall’armadietto dei medicinali prese un’aspirina effervescente e si spostò in cucina. Riempì un bicchiere d’acqua e vi lasciò cadere dentro la compressa. Guardò il dischetto bianco spezzarsi in varie parti, sfrigolando. Osservò quelle parti diventare sempre più piccole fino a sciogliersi e scomparire del tutto. Pensò alla Pangea e alla deriva dei continenti.

Mentre beveva il liquido contenuto nel bicchiere il suo sguardo si posò casualmente sul quadrante del vecchio orologio da muro appeso sopra la stufa. Segnava le tre e mezza e si era fermato. Lasciò il bicchiere sul lavabo e andò in salotto a cercare in un cassetto una confezione di batterie nuove, ma un pensiero improvviso gli attraversò la mente. Corse allora nella sua camera, che aveva la finestra che dava verso la valle. Aprì le tende con una violenza tale che per poco non le strappò e tirò su con furia la tapparella.

Nessuna lingua umana potrebbe descrivere ciò che i suoi occhi videro in quel momento.

Eppure non provava paura. Lui, che aveva avuto paura per tutta la vita, stava assistendo allo sbriciolarsi del mondo e si sentiva tranquillo, quasi sollevato. Era solo sorpreso, sorpreso che quel matto di Tommaso avesse avuto ragione. La cosa più incredibile era che tutto stava accadendo nel più totale silenzio.

Di colpo si sentì esausto. Si sdraiò sul letto e osservò il soffitto: i bagliori che venivano da fuori, attraverso la finestra, proiettavano sul muro un gioco di ombre e riflessi che sembrava un misterioso messaggio in codice. Di cosa si trattava? Una rivelazione? Un’ultima promessa?

Sentì un boato tremendo, molto più forte del precedente, che fece tremare i vetri di tutte le finestre della casa. Poi, come prima, il più assoluto silenzio.

Si accarezzò la barba e rifletté. Forse il mondo, in punto di morte, stava chiedendo aiuto a lui, Balduzzi Luigi, di anni ottantaquattro, ex maestro elementare. Proprio a lui, che il mondo non l’aveva mai visto ma che in quella notte di dicembre aveva avuto il coraggio di rimanere sveglio fino all’ultimo, e di guardare in faccia la fine.

Chiuse gli occhi e sorrise. Gli sembrò di sentire un rumore lontano: l’acqua di una fontana.

Il mal di testa gli era già passato.

(c) Agostino Cornali