Giorno: 18 ottobre 2012

Andrea Zanzotto. Un anno. Una poesia

OLTRANZA OLTRAGGIO

Salti saltabecchi friggendo puro-pura
nel vuoto     spinto     outré
ti fai più in là
intangibile – tutto sommato –
tutto sommato
tutto
sei più in là
ti vedo nel fondo della mia serachiusascura
ti dentifico tra i non i sic i sigh
ti disidentifico
solo no solo sì solo
piena di punte immite frigida
ti fai più in là
e sprofondi e strafai in te sempre più in te
fotti il campo
decedi verso
nel tuo sprofondi
brilli feroce inconsuntile nonnulla
l’esplodente l’eclatante e non si sente
nulla non si sente
no     sei saltata più in là
ricca saltabeccante     là

L’oltraggio

 

Lemmario per Anedda

di Marilena Renda 




Fantasmi

Tutti sanno, per contatto più o meno prolungato con l’oggetto, che i fantasmi difficilmente lasciano la presa sui viventi. Spesso sono i viventi, però, ad aggrapparsi ai fantasmi, a mettere un nome sopra le immagini fantasmatiche e archiviarle tra le cose che li fondano. C’è una grande libertà, però, nel lasciarli fuggire, e ancora maggiore nel lasciar cadere i nomi; non solo la loro arbitrarietà è sgradevole, ma nei riti di passaggio i nomi tengono ferma la carne e impediscono il movimento. Che c’è di meglio che perdere un nome per dimenticarsi? A quel punto è più facile perfino prendere sonno.

Cucire

Con un identico movimento si cuce e si scuce. Già nella Vita dei dettagli, lei cuciva i pezzi di giacca dell’amato sui propri oggetti domestici, per incorporarlo tra i suoi Lari e non farlo fuggire dalla prossimità del corpo. Cucire significa non far fuggire l’ultimo resto della Presenza (e si sa, la Presenza è un attributo della Divinità). Si cuce per tentare un’incorporazione, e gli aghi possono farlo meglio delle parole. Si cuce per addensare il Tempo.

Pronomi

Si scivola dall’uno all’altro senza fare tante storie.

Immagini

Le immagini non meritano un eccessivo rispetto: sono semplicemente un tavolo da lavoro. Occorre pestarle e ripestarle, come il seme biblico, perché diano senso. Sono il testo a fronte della memoria; ma se con loro non ci si prende delle libertà diventano immediatamente inerti. Il dettaglio porta più lontano, l’anonimato della figura è quasi sempre un sollievo (anche le persone più care è bene che restino senza nome). Perché ostinarsi con l’intero quando i pezzi raccontano una storia in modo tanto più eloquente?

Spazio

“Contro il tempo trovammo l’arte dello spazio”. E’ una prospettiva molto ebraica: se il tempo risulta invivibile, l’unica dimensione salvabile resta lo spazio. Nell’ordine: spazio della paura estiva, spazio della paura diurna, spazio dell’invecchiare, spazio dell’acqua domestica. Anche in questo caso, ad essere in gioco è la libertà, la possibilità di trovare – nello spazio – agio sufficiente e riparo.

Voce

Riecheggiare, ma non essere posseduti dalle voci altrui. Se si diventa cassa di risonanza e si lascia che i morti attraversino lo scheletro del corpo, allora i giorni e le notti passeranno quasi incruenti. Il soggetto retrocede sullo sfondo, qua e là ne emergono pezzi doloranti ma silenziosi. Conta davvero il nostro dolore? Forse, se non gli diamo importanza, se ci poniamo dietro le quinte del nostro scontento, vedremo un paesaggio diverso, di tregua. Immagini di una donna che stende le lenzuola, guarda il tempo che farà, accende la luce, distende la schiena, abbozza un gesto di riconoscimento.

Polvere

Tutto sommato, lasciarla depositare è cosa saggia. Non compiere gesti superflui, tendere alla sobrietà del vegetale, al silenzio. “Adesso c’è silenzio. So che non torna più nessuno ma che esiste una tregua: questa, ora, tra mezzogiorno e l’una”.


Antonella Anedda, Salva con nome, Mondadori, Milano 2012, pp. 119, 16 euro.

[Già su Alfabeta2, luglio 2012]