Giorno: 11 ottobre 2012

L’inesauribile forza del passato. Un resoconto storico nel libro di Francesco Bisciglia, Mio padre senza papà

L’inesauribile forza del passato
Un resoconto storico nel libro di Francesco Bisciglia, Mio padre senza papà
di Davide Zizza.

“La storia siamo noi” recita una nota canzone di De Gregori. Quel ‘noi’ riempie uno spazio che definisce un significato proveniente dal passato, capace di accomunare cammini e destini. La storia raccoglie in un’unica direzione l’incomprensibile fatalità di una comunità di persone. Questa comunità di persone sono i soldati, l’incomprensibile fatalità è la guerra che la storia – non solo italiana – ci ha consegnato nel corso dei tempi. Allora si comprende che i resoconti della storiografia ufficiale relativi alle guerre mancano della parte più importante: il senso della verità. Perché la verità sta nascosta sottoterra: è lì che sta il risultato di quanto è accaduto e ancora accade. È lì, dove i soldati sepolti parlano ancora con la loro voce muta e persistente. Ma c’è un qualcosa che dal passato risale, ed è la forza della memoria, o la ricerca di essa, la spinta al recupero del senso della verità di cui si diceva prima.
È questo l’intento perseguito da Francesco Bisciglia, autore di un approfondito resoconto storico e umano intitolato “Mio padre senza papà” (tip. Ideaprint). Il libro ha un duplice obiettivo, da un lato fornire in modo dettagliato una relazione di una scoperta privata – ovverosia l’aver ritrovato le spoglie del suo nonno paterno Vincenzo Bisciglia, una figura che il padre dell’autore non ebbe modo di conoscere – e dall’altro contestualizzare e riferire tale scoperta in una cornice storica quale fu il Secondo Conflitto Mondiale e per la precisione lo scontro a Tobruk, durante la Guerra d’Africa, in una data (il 14 giugno 1942) in cui Vincenzo perse la vita. Man mano che veniamo a conoscere gli eventi legati sia al ritrovamento delle spoglie (il soldato Bisciglia riposa oggi nel Sacrario Militare Caduti d’Oltremare di Bari) sia alla ricostruzione del momento storico, saltano subito agli occhi due fattori penetranti e sottili: il primo è che le date che scandiscono gli eventi, il numero dei soldati, statistiche e cifre, sono numeri vivi, cioè dietro ogni singola cifra ritroviamo il volto, pur se sconosciuto, di ciascun soldato partito e non più tornato dal conflitto e fra il partire e il non tornare c’è la parentesi del drammatico sacrificio; il secondo è rivedere simbolicamente, nella richiamata alle armi di Bisciglia (avvenuta il 22 maggio 1941), una richiamata alle armi di chi come lui si avvierà verso un destino che mieterà vittime sia in ambito militare sia fra le pareti domestiche dove moglie e figli verranno privati dell’affetto paterno. L’analisi tanto storica quanto personale è stringente e tiene in equilibrio i due mondi – biografico e oggettivo – focalizzando l’attenzione alle frequenti offensive tra le forze italo-tedesche e quelle inglesi. Il taglio cronistico dell’autore non si risparmia di catturare il momento, per es. nel passo relativo all’inizio della seconda battaglia di El Alamein in cui racconta: “Alle ore 22 del 30 agosto, Rommel iniziò un nuovo attacco che però fu immediatamente ritardato dai numerosi campi minati, “i giardini del diavolo” che i vari reparti si trovarono di fronte […]”.
Purtroppo la storia ci ricorda che diversi, fra i morti in questo conflitto, non hanno nome e pertanto non sono e non saranno identificati, come l’incisione sulla parete interna del Sacrario di El Alamein commemorante i 1300 Caduti italiani che recita: “Queste pareti custodiscono milletrecento Caduti ignoti a noi – noti a Dio” oppure nei colombari dello stesso Sacrario il cui nome comune è ‘ignoto’. La parte centrale del libro di Bisciglia è contenuta nel quarto capitolo, centrale in quanto riferisce invero di una parte delicata di quel periodo le cui figure hanno campato nell’immaginario collettivo di allora, fra cui il già citato Rommel, il generale Graziani, Italo Balbo, Gheddafi (che nel 1970 decise di espellere tutti gli italiani vivi e morti dalla Libia), il Presidente della Repubblica Leone, ma perché vengono mostrati dati obiettivi e toccanti, relativi alla morte e alla successiva traslazione della salma del soldato Bisciglia e di tutti gli altri commilitoni al Sacrario Militare Caduti d’Oltremare di Bari. Documenti dell’epoca e appendici arricchiscono questa ricerca nel tempo e negli eventi con coerenza e ordine di sviluppo.
Il libro di Bisciglia conferma, oltre l’interesse della ricostruzione di una figura importante quale fu suo nonno, una tendenza culturale e popolare che comincia a diventare tradizione nel nostro Sud, ossia l’interesse verso argomenti storici e storiografici, da parte di specialisti e non, per delineare con metodo e passione i motivi di un periodo che ha segnato un’epoca.
E in fondo, un’ulteriore finalità è colmare la distanza fra chi oggi non c’è più e chi ha portato avanti la memoria. Forse per tale motivo nel percorso di ritrovamento, ci accorgiamo che pur non avendo mai saputo prima chi fosse Vincenzo Bisciglia, egli diventa una figura a noi vicina, capace nel suo silenzio di rappresentare tutti quei soldati che hanno condiviso un tragitto di andata e ritorno. Un silenzio difficile e sofferto, per cui il nostro autore ha trovato le parole giuste.