Giorno: 10 ottobre 2012

Dialogo tra Andrea Cati e Franca Mancinelli

 

Andrea Cati dialoga con Franca Mancinelli

Cara Franca, leggendo le tue poesie mi sono ritrovato come costretto ad ispezionare la mia vita. La parola, per te, mi pare un modo per scavare alla ricerca di ciò che autenticamente sei. Ad una prima lettura in superficie, molti versi sono scritti con fulminea decisione – «quello che sono è una finestra» o «Maria come mi chiamo / nel profondo e più nascosto / viso» –, sembrano descrizioni della rappresentazione che hai di te; invece, più torno sui tuoi versi, più la tua assomiglia ad una poetica onirica, della soglia, in bilico tra la veglia e il sonno. Il viaggio di Mala Kruna (primo libro edito da Manni nel 2007) si fa sempre più una serrata introspezione attraverso il mezzo della parola. Ma in quale direzione sei diretta veramente? 

Dopo Mala kruna mi sono accorta che, in qualche modo, la pietra che pesava sulla mia vita era stata sollevata, spostata. Ne uscivo come quelle strane piccole creature che vivono negli interstizi, incerta se cercare di nuovo un nascondiglio o andare nella luce, cambiando pelle. Sono avvenute, credo, entrambe le cose: per quanto avrei voluto uscire con gli occhi nel mondo, mi sono ritrovata, inizialmente, murata in una stanza. Pochi gesti ripetuti all’interno di uno spazio chiuso che si confonde con il mio stesso corpo. Una situazione di asfissia e di prigionia, patita come una sorta di condanna, di dovere a cui tenere fede. È un po’ come mi fossi stretta le mani al collo, togliendomi la voce. In questa ritualità quasi ossessiva in cui sentivo di sprofondare, mi sono aggrappata al sonno come all’unica porta che si apriva. Così ho oltrepassato le pareti, mi sono ricongiunta agli altri. È vero che lo sguardo continua ad essere volto su di me, ma spero in un altro modo, rispetto a Mala kruna: forse ora meno legato ad un punto di partenza autobiografico, per quanto asciugato e incenerito già da allora.

Sono con te: sarebbe riduttivo sostenere che le tue poesie sprigionano la loro forza da un  piano meramente autobiografico; non si può nemmeno dire che non parlino di te o che l’io lirico sia assente. A me sembra che il tuo sguardo sia aperto alle cose che fanno parte del tuo vivere quotidiano, ma a ciò si integra una “riflessione poetica” sulle questioni universali dell’uomo: quali sono le “questioni aperte” alle quali concedi la tua voce?

Credo che dietro a questa concentrazione dello sguardo sui minimi gesti di ogni giorno ci sia una fortissima ricerca di senso. Un senso del vivere, dell’esistere, cercato nella sequenza di azioni che dobbiamo compiere quotidianamente, una volta usciti dal sonno e messi i piedi a terra. Fuori dal letto si aprono cunicoli, percorsi obbligatori, attraverso cui siamo spinti e dai quali usciamo, spesso con occhi ormai ciechi, solo verso sera (così nella poesia è il carnefice che ti alza presto). È come se dietro ogni gesto si avvertisse la possibilità di liberarsi dal gorgo, e insieme la possibilità di disfarsi, di disperdersi nello spazio. Appena fuori dal rito o dal cunicolo, si è sulla soglia di un annullamento. Quello che in Mala kruna era sentito come un “franare” e uno “scucirsi” interno, un venire meno delle difese contro la parte più oscura che portiamo in noi, qui è come una sottilissima faglia aperta sulla terra, che può diramare e crepare tutto il suolo.

Leggendo le tue parole capisco che per te la poesia, in questo momento, è uno strumento utile per divincolarsi dalla routine quotidiana. Ma più in generale, per te, cos’è poesia?

Non intendevo proprio questo. Non credo che la poesia sia un “divertere”, un deviare dalla nostra quotidianità. Credo anzi il contrario, che la poesia possa condurci nel profondo delle azioni e dei gesti che fanno la nostra giornata. I versi si scrivono in me, spesso, proprio mentre sto facendo qualcosa come lavare i piatti, spazzare, camminare, guidare. È come se calandosi nella densità sorda della materia ci sia data ad un tratto la possibilità di risalire stringendo qualcosa che assomiglia a un inizio, a un’esca. In un verso può aprirsi una grande riserva di gioia, di bene. È la nostra occasione per tornare, senza inquietudini e debiti, in un silenzio animale.

Il discorso diventa interessante. La poesia sembra che per te nasca da una sorta di ispirazione, che poi diventa parola, corpo lessicale ritmato in una sua forma precisa. Baudelaire, criticando i poeti romantici, sosteneva che “l’ispirazione è lavorare tutti giorni”. Credi anche tu nel lavoro del poeta che non si sottomette all’ispirazione miracolosa, ma fa in modo che essa accada, venga incontro alla sua volontà?

Sì, certamente. Bisogna essere così ostinati da sparire dentro quello che si aspetta, come certi cacciatori che finiscono per perdersi tra i boschi, si lasciano inghiottire dai cespugli. Bisogna mettere in conto questo rischio. E alla fine accettare l’idea di avere ucciso (e di essere stati a nostra volta, in parte, uccisi). Di un fiore ci resteranno quattro petali secchi in mezzo a un libro, del volo di una farfalla due ali infisse a uno spillo. Tutto il lavorio che viene dopo la “cattura”, la cosiddetta “officina” del poeta, si regge, per me su un filo sottilissimo teso tra istinto, ossessione e pazienza. La poesia è così viva che può sembrare una presunzione contenerla in una forma definitiva. E, una volta compiuto questo difficile e duro lavoro, ci si trova a guardarla con lo stupore e la pena con cui si torna a fare visita agli animali in gabbia, augurandosi che non si ammalino, che la loro esistenza continui il più possibile felice, adattandosi ai confini di quel nuovo spazio.

Dopo l’officina del poeta, dopo la preparazione del corpus testuale, la poesia è sottoposta alla lettura e all’ascolto di critici letterari, amici, lettori e poeti. La pubblicazione rende condivisibile la propria arte e soggetta al giudizio dell’altro da sé. C’è chi relativizza l’importanza del pubblico e scrive per se stesso o per una propria e pura ricerca, chi cerca di immedesimarsi nel solco di una tradizione letteraria, chi, ancora, per una stretta cerchia di critici letterari e poeti. Tu, invece, a chi ti rivolgi? Ha senso, oggi, proporsi a un pubblico vasto di lettori?  

Può sembrare un atto di ostinazione senza speranza scrivere poesia nei nostri anni. Una stupenda poesia di Giovanni Giudici, Alcuni, dice bene l’insania tenace che muove alcuni fragili e solitari, sordi ai richiami della concretezza. Ed è “pensando a loro”, intingendo la penna in questa piccola cerchia di consanguinei e fratelli, che è possibile scrivere, nonostante tutto. Un altro maestro in questo ostinato andare controcorrente è Fabio Pusterla (vedi il suo ultimo libro, Corpo stellare).

Non si può ignorare la forte barriera di silenzio che c’è attorno alla parola poetica. Dunque scrivo respirando questo vuoto che la circonda e pensando ai maestri che lo hanno attraversato. Quel tu a cui mi rivolgevo in Mala kruna pretendendo una vicinanza che venisse anche prima della parola, proiettando una richiesta assoluta di riconciliazione e di amore, ora credo sia infranto.

Grazie a Franca Mancinelli per il tempo dedicato. 

Andrea Cati

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Franca Mancinelli è nata a Fano nel 1981. Ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, San Cesario di Lecce 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”). È inclusa in diverse antologie, tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, 2009), La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, (Ladolfi editore, 2011), e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con «Poesia» e conaltreriviste e periodici letterari.

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da Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini Einaudi, Torino 2012 

secchi sparsi nella stanza,
quaderni vuoti.
Lo sai che torneranno
a frantumare come infiltrazioni
ma piangi pure e impara
dalle grondaie colma
acquasantiere
sulla porta dove ognuno
si medica le mani.

**

lasci la pelle sul lenzuolo
come una biscia al cambio di stagione
e un sacchetto di semi
per il deserto che sta arrivando
oltre le reti, le dighe
colme senza rimedio.
Dovrai seppellirti
tornare calda radice.

**

dormivo su una pagina ogni notte
bianca. Il mattino
un’ombra del mio peso, alcune pieghe
e subito voltava: proseguire
è questo a capo del principio,
bocca che passa calore
all’aria come potesse svegliarsi
essere ancora salvata.

solo 1500 n. 66 – Il segmento poesia (da A a B)

Solo 1500 n. 66: Il segmento Poesia (da A a B)

Prendiamo un segmento, con un’origine A e un termine B. Di recente i manager  che si occupano di gestione del personale, quando motivano le  risorse umane fanno spesso questo genere di esempio (semplifico): “Immaginiamo un segmento, prendiamone l’origine punto A (materia prima) e il termine B (prodotto finito), lo scopo di tutti noi è arrivare da A a B nel minor tempo possibile, realizzando un prodotto eccellente, dal primo all’ultimo lavoriamo per lo stesso obiettivo.” Partendo da qui vi propongo una teoria/gioco. Facciamo finta che la scrittura di una poesia avvenga su un segmento A – B. Dove A sta per l’incipit e B per la chiusa. L’intervallo tra A e B nel segmento poesia sarà la costruzione del testo. La distanza tra i due punti andrà coperta nel miglior modo possibile. Il rapporto scrittura/bellezza. La teoria con cui stiamo giocando dirà che per coprire la distanza tra i due punti nel miglior modo possibile dovrò tener presente la cura, l’efficacia, la struttura, la musicalità, il ragionamento, l’emozione, la creatività. Se questi parametri saranno rispettati non avrà alcuna importanza la distanza tra A e B (cento versi o dieci versi) perché avrò scritto nel miglior modo possibile. Se, però, in un ipotetico A – B di trenta versi ne avrò scritti quindici che sono digressioni, arzigogoli, giochi estetici fini a se stessi, perdite di tempo, avrò creato una specie di buco nel pavimento del segmento: A_B. Per risalire dall’underscore (la nostra mattonella rotta) dovrò arrampicarmi, faticare, aggiungere altri versi, illudere il lettore che quello che ho scritto serva a qualcosa. Se ci riesco, ci riesco male. Non avrò  fatto il percorso corretto tra A e B, avrò chiesto uno sforzo gratuito al lettore. La teoria/gioco contempla “lo sforzo maggiore del lettore” non quello inutile.

Gianni Montieri