Giorno: 6 ottobre 2012

La banalizzazione della bellezza – dalla lettura di Bauman a un nuovo modo di fare arte

“Il bello è qualcosa a cui si può fare attenzione.”
Simone Weil

Nell’era del consumo siamo portati alla fretta, alla ottimizzazione del tempo e quindi a non accorgerci di molte cose che avvengono, e a concentrarci piuttosto su alcune in particolare (settorializzazione delle menti), cioè a perdere la nostra singola capacità critica nei confronti del Reale. Un semplice osservatore può rendersi conto di come la gente normale – cioè anche quella che di domenica va a visitare le mostre d’arte, oltre che il supermercato – non sia più interessata dalla ricezione spontanea di fenomeni belli, perché spesso non ha il tempo di contemplarli per poterli scegliere e farli propri, dunque si affida a una scelta preconfezionata (cioè banalizzata) di un oggetto o di una situazione, altrimenti detta “moda”: “I clienti, confusi dal turbinio di prodotti, dalla sconcertante gamma di offerte e dal ritmo vertiginoso del cambiamento, non possono più far conto sulla propria capacità di apprendere e memorizzare, e dunque devono accettare le rassicurazioni del mercato sul fatto che il prodotto attualmente in offerta è l’oggetto perfetto, quello che devi avere a tutti i costi. […] Tutto ha i suoi quindici minuti di bellezza, prima di finire nella discarica.” (da “L’etica in un mondo di consumatori”, Zygmunt Bauman, pp. 187-188).
Un prodotto dunque è “bello” perché viene pubblicizzato in grande quantità ed è quindi garantito; è “bello” perché viene scelto dalla massa (ma chi è poi questa massa? Chi è il primo che dà inizio alla massa?): “come per magia, se la scelta è di massa l’oggetto della scelta ne esce nobilitato. Quell’oggetto deve essere bello.” (p. 190). La fruizione di tale bellezza banalizzata passa dai supermercati ai musei, ai teatri, agli ambienti insomma di cultura, si infiltra nel mondo dell’Arte dove spesso il Bello è ormai un’operazione di marketing e di autopromozione, e dove l’artista altro non fa che reprimere il suo istinto bello per conformarsi a una bellezza comune – cioè banale; lo si può notare chiaramente nell’ambiente musicale, dove di rado si incontrano interpreti che siano cigni bianchi e più spesso si trovano i greggi che seguono in tutto “la stella del momento”, imitandone gli atteggiamenti, il repertorio, snaturando la propria identità; anche su questo si esprime l’illuminante testo di Bauman: “Un tempo progetto di vita, coincidente con la durata della vita, l’identità ormai si è trasformata in un attributo del momento” (p. 144). Proprio così, infatti, perché coloro che fanno dell’arte un lavoro (inteso come sostentamento) non hanno più il tempo di sviluppare un’identità artistica perché vivono in una costante precarietà economica, dunque si uniformano, fanno qualsiasi cosa, anche ciò che magari non farebbero mai, e fanno arte come viene richiesto dalla massa (esiste una massificazione del pubblico colto). Insomma all’artista oggi non è permesso operare la sua scelta, laddove per scelta si intende un proprio progetto di Bellezza.
La banalizzazione della bellezza dilaga pure negli ambienti dove si esercita il Pensiero, come ad esempio nei circoli letterari – dove prima della qualità della parola viene lo scambio di favori; ‘la mentalità dei favori e delle conoscenze’ (tipicamente italiana) c’è sempre stata, non è di per sé un male, anzi è una conseguenza piuttosto ovvia dello stare insieme; l’importante sarebbe riuscire a far convivere Bellezza e giro di persone, preservando la Bellezza dal giro di persone, cioè dalla mentalità muffosa del salotto che si parla addosso.
Per sconfiggere la banalizzazione del Bello c’è da riflettere, credo, su nuove proposte d’Arte. È necessario ritrovare una Verità in quello che facciamo (se “Verità è Bellezza”, ricalcando Keats); non abbiamo bisogno di marketing, non di moda, ma di un progetto.
In questo senso c’è un gran bisogno di altezza. Perché “La cultura” scrive sempre Bauman “mira più in alto della realtà quotidiana, o quantomeno si sforza di trascendere l’effetto limitante della contigenza” (p. 168).