Giorno: 2 ottobre 2012

Mostri reali e mostri immaginari: quello che l’arte ci dice in più

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Nel 1931 Fritz Lang girò un film rimasto memorabile: il titolo è M – Il mostro di Düsseldorf, siamo alla periferia dell’espressionismo tedesco, già proiettati verso il noir. Alcune bambine sono state uccise (probabilmente violentate, ma non ci viene detto), e nella città è il panico. La taglia per il mostro campeggia sui manifesti, si diffonde il sospetto reciproco, i controlli a tappeto della polizia diventano all’ordine del giorno e della notte. Inizia così una sorta di caccia all’assassino su due fronti: da una parte le autorità, dall’altra gli ambienti della malavita che, disturbati nei loro affari dalla presenza straordinaria dei poliziotti, decidono di risolvere in proprio la faccenda. Alla fine saranno gli stessi criminali a catturare il mostro, e a giudicarlo all’interno di una distilleria abbandonata: soltanto l’arrivo improvviso della polizia impedirà l’esecuzione sul posto, riservando l’ultima parola (che non sapremo) a un vero tribunale.
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L’interpretazione di Peter Lorre nei panni del mostro è impressionante. Gli occhi liquidi ed esorbitanti, sempre spaventati e guardinghi, sembrano quelli di uno strano rettile; il viso molle, la taglia piccola, i movimenti nervosi, tutto contribuisce a creare un personaggio ossessionato dagli spettri della malattia mentale. Si badi bene, non è un semplice assassino: il suo crimine ai danni dell’infanzia è il più aberrante che esista, il più repellente e imperdonabile. Perfino i banditi terranno a precisare la distanza che li separa dal mostro. Ancora oggi i pedofili nelle prigioni devono essere isolati, per non andare incontro alle rappresaglie degli altri carcerati. Noi stessi proviamo una ripugnanza senza attenuanti quando sentiamo parlare di questi delitti, in cui la violenza nei confronti dei bambini si mescola ad una sessualità malata.
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Tuttavia, l’arte di Lang e di Lorre è talmente alta e complessa che non possiamo non avere qualche vibrazione di solidarietà per il mostro. Quando si nasconde di notte in un palazzo di uffici, braccato dagli inseguitori, i suoi occhi infantili e spaventati nel buio diventano quelli delle sue stesse vittime, ma anche i nostri. Desideriamo la sua cattura, ma al tempo stesso tremiamo con lui, abbiamo paura insieme a lui. Nella scena finale della distilleria, davanti a quel tribunale paradossale, costituito da centinaia di criminali ricercati dalla giustizia, l’assassino confessa in un monologo struggente i fantasmi che lo perseguitano. Non c’è nulla da fare: in quel momento dimentichiamo le sue colpe, passiamo dalla sua parte.
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Questo discorso non vuole e non deve sembrare provocatorio: la forza della grande letteratura e del grande cinema risiede proprio in questa ambivalenza irriducibile, in questa capacità di concedere qualche ragione perfino alla colpa più inaccettabile. Riconosciamo cioè in quella debolezza, in quella mancanza di controllo che sono all’origine del crimine e dell’abiezione, qualcosa che alla fine appartiene innegabilmente all’umano. La complicità col male può essere inconsapevole (la prima parte del nostro film), oppure più o meno cosciente (la seconda parte, e soprattutto il finale), ma in ogni caso avviene all’interno di une cornice socialmente consentita, quella della finzione. La giusta fruizione artistica richiede insomma una sospensione di pregiudizi e visioni del mondo preconcette, che mantengono invece nella vita reale una ferrea supremazia. I grandi delitti della Storia, d’altronde, sono nati spesso da un eccesso di torto attribuito agli altri, per un eccesso di ragione messo dalla propria parte. Due anni dopo l’uscita del film, in Germania vi fu l’avvento del nazismo, e di lì a poco un tribunale di criminali reali avrebbe giudicato e condannato l’umanità intera.
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@Andrea Accardi