Giorno: 1 ottobre 2012

Interviste credibili # 5 Lello Voce

(Intervista realizzata tra il 10 e il 20 agosto nonostante il caldo)

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Ciao Lello, comincio con tre piccole domande di servizio. Lo sapevi che in zona Pescheria a Treviso i cani non possono passare nemmeno col guinzaglio?

No, caro Gianni, non ne sapevo nulla e comunque vedo che i cani passano e spassano dove gli pare, qua in città. Anni fa, quella bella lana del Sindaco Sceriffo, Gentilini, il leghista tutto d’un pezzo, famiglio dei neo-nazisti e dei cattolici più integralisti e intolleranti, provò a fare qualcosa del genere per davvero, proibendo, per presunta igiene, ai cani di transitare in centro (ovviamente, pur volendo, come avrebbe fatto a proibirlo a gatti, colombi, sorci, ecc…), condannando così molti di loro a una sorta di ‘arresti domiciliari’; ma ci fu una mobilitazione spontanea, e trasversale, dai pochi punkabbestia alle siorette con barboncino figo , tutti andarono in piazza, quattrozampe compresi e abbaianti, e lo Sceriffo dovette fare una precipitosa marcia indietro. Si può dire che sia stata l’unica lotta vinta davvero dall’opposizione contro la Lega, qua a Treviso, da decenni. Viste le attuali condizioni della Sinistra locale, in attesa delle elezioni, forse alle primarie del PD farebbero bene a far presentare un terranova, o un cocker, così si rischia di vincere.

In che Stato siamo ridotti?

In uno stato di anarchia e abbandono, in uno stato entropico, direi… Un anarchico come me sa bene che l’unico a praticare l’anarchia, oggi, è proprio il potere e i suoi rappresentanti. Per dirla più seriamente siamo al centro di una crisi sistemica e nessuno di noi ha la minima idea di come fare a venirne fuori prima del crack down definitivo, forse semplicemente perché non c’è alcuna soluzione prima del crack down, ahimé… L’Italia poi (anzi l’Ytaglia, come diceva Emilio Villa) è da sempre un laboratorio del peggio, in Europa, dunque c’è poco da farsi illusioni, temo.

Siamo entrambi napoletani che vivono al nord, qualcuno direbbe “un classico”. A tal proposito volevo chiederti (al di là dei luoghi comuni) qual è la fortuna di essere nati a Napoli e, dopo molti anni, cosa resta di quel privilegio?

Napoli è una forte identità, il rapporto con radici ben strutturate, la coscienza innata che il melting pot è l’unica reale dimensione della società (e direi dell’arte). Anche quando essa si industri a negarlo. Essere napoletani è una fortuna, proprio perché il napoletano sa bene che essere napoletano non significa nulla…

Quanto è contata (e conta) nel mondo della letteratura italiana una figura come quella di Antonio Porta? Quanto è importante per te?

Porta è una figura importantissima. Io non l’ho mai conosciuto personalmente, tranne per un fugace incontro negli Ottanta, al Portnoy di Milano, dove mi aveva invitato a leggere, e per il breve periodo nel quale abbiamo condiviso temporalmente quest’attività ho fatto piuttosto l’esperienza delle sue aperture agli ‘innamorati’. Dunque per apprezzarlo davvero ho dovuto aspettare, leggerlo a lungo, scoprirlo. Pur non essendo mai stato un pasdaran della Neoavanguardia (amavo, ed amo molto figure eretiche come Villa, Costa, Vicinelli, Spatola, ho avuto rapporti intensi sia con Fortini che con Zanzotto), per altro verso Porta mi sembrava quello che aveva sancito l’addio alle armi dello sperimentalismo e legittimato figure di nuovi poeti che sentivo molto lontani da me, sentivo più vicini Pagliarani, o Balestrini, o Giuliani, tanto per esplicare semplificando… Oggi la vedo in modo piuttosto diverso, la sua scrittura, la sua acribia critica, la capacità di guardare alla realtà poetica senza paraocchi, le sue intuizioni a proposito dell’importanza della ‘voce’ in poesia, me lo fanno apprezzare molto. Lo considero un maestro

Parliamo un po’ del Poetry Slam. Stabilita l’importanza che ha, avuto e che potrà avere, come  strumento di diffusione della poesia attraverso l’oralità e quindi come “certificatore” dell’esistenza  ( e del ritorno) di nuove forme con cui veicolare i versi, non pensi che – ultimamente – il proliferare di Slam dove chi partecipa si dimentica che tra i presupposti della “gara”ci sia, anche e soprattutto, quello di avere testi validi, possa minarne le fondamenta?

Ciò che mina le fondamenta dello slam – e lo sta facendo in maniera seria e preoccupante – è piuttosto la tendenza, tutta italiana, ad utilizzare questo strumento con superficialità e sciatteria, semplicemente come veicolo spettacolare, senza curarsi troppo delle sue caratteristiche fondanti, che sono etiche e politiche, oltre che strettamente poetiche, anzi svendendole al migliore offerente, o curvandole all’interesse dell’opportunità personale, o del momento. Mi spiego: il problema non è tanto che chi partecipa allo slam sia, o meno, un buon poeta. Ovviamente se sono dei bravi poeti a fare slam, lo slam sarà più bello. Se i poeti sono cattivi lo slam verrà male. Più gli slam sono buoni, più si amplia la possibilità di un loro radicamento efficace, per carità, è vero, ma c’è dell’altro. Questo accade per un Festival, una rassegna, addirittura per una collana di poesia scritta. Questo non danneggia altri che chi lo fa, non direttamente il medium in sé, anche se poi è ovvio che più saranno noiosi e brutti i Festival, meno saranno le possibilità di farne altri. Ma uno slam non è costituito solo dai poeti che partecipano, ma anche dal pubblico che attivamente vi partecipa, e soprattutto dalle regole che stabiliscono questa relazione, dal contesto etico che presuppone l’atto di profonda umiltà che ogni poeta fa nei confronti della comunità quando per una volta tanto si sottopone al suo giudizio e non a quello della confraternita di esperti che chiamiamo critica letteraria. Se, però, si decide che per avere visibilità va bene anche far slam per vendere i libri della Mazzantini, o si decide che tutto diventa più invitante montando sul palco un ring da boxe all’interno del quale far esibire (è proprio la parola giusta!) i poeti, o quando si affianca alla giuria estratta a caso tra il pubblico una contro-giuria fatta di ‘tecnici’, allora sì che si uccide lo slam. Là dove esso è più rigoglioso (USA; Germania, Inghilterra, Francia, ecc..) e dove ha più autorevolezza, è proprio laddove una serie di ‘regole’, che sono poi le ‘forme’ essenziali e irrinunciabili del medium-slam, vengono rispettate. Qui in Italia si chiama slam ormai qualsiasi competizione di poesia, anche se magari è semplicemente un’estemporanea di poesia, dove a giudicare sono magari un po’ di presunti esperti, o parroci di questa o quella parrocchia poetica, preferibilmente localissima. Alla faccia del pubblico, cioè della comunità. In Italia, per far metafora politica, la democrazia diretta è scandalosa, bisogna delegare sempre, almeno un po’, ecco allora che spunta come un malvagio asparagione, la giuria di esperti, o roba del genere a trasformare lo slam nel solito inutile premio di poesia, in diretta, se vuoi, ma la minestra è quella. Tutto questo sta uccidendo lo slam, sta togliendo autorevolezza a una forma di trasmissione della poesia che altrove sta dimostrando di avere grande vitalità ed efficacia. Ma è colpa nostra, non dello Slam.

Rispetto alla poesia, cosa non hanno capito gli editori italiani? O cosa fingono di non capire?

Discorso lungo. Non posso che rimandarti al mio intervento sul Corsera di qualche settimana fa. Lo trovi qua [http://www.absolutepoetry.org/Voglio-vivere-in-un-altra-lingua]. Sostanzialmente diciamo che l’editoria italiana concepisce la poesia come uno stagno immobile, che non si può prosciugare solo perché sarebbe ‘ineducato e poco culturale’ farlo, ma che mai le procurerà alcun profitto. Ed un editore è prima di tutto un imprenditore, vende merci, siano pure merci artistiche. Per lui il valore di scambio di un bene è essenziale. Né ci troviamo di fronte ad imprenditori (o ad editor) coraggiosi, capaci di inventare nuovi mercati, di concepire la loro attività non legata esclusivamente alla ‘carta. Anzi il ricatto delle Direzioni sugli editor è costante e così loro si limitano a promuovere ciò che già si sa che in qualche modo venderà qualche pugno di copie.’ Ciò fa sì che le collane di poesia divengano semplici feudi, terreni infruttiferi ma che garantiscono il ‘blasone’,  da concedere a questo o a quello dei propri valvassini. I quali poi da feudatari li gestiscono. Un feudatario difficilmente è la persona giusta cui affidare una efficace strategia di comunicazione e vendita di una merce nuova. Un feudatario consuma parassitariamente, non produce e non vende nulla. L’immagine che dà di sé l’attuale editoria italiana di poesia è quindi desolante. E integralmente provinciale. E del tutto inefficace e in forte ritardo agli sviluppi spesso multimediali di quest’arte così antica e pure sempre futura. Basti guardare alla Bianca di Einaudi. Paradossalmente questa assoluta mancanza di valore di scambio della merce poesia potrebbe, però, rivelarsi vincente, le dà assoluta libertà di rischiare, sperimentare, immaginare. A patto che si abbia voglia di farlo e di impegnarsi poi nella sua veicolazione attraverso quei canali alternativi che oggi esistono. In musica, o nel cinema, quella che si chiama ‘autoproduzione’ è una realtà capace di influenzare anche il panorama mainstream, persino in Italia. In poesia non è così, mi pare. Peraltro chi volesse convincersi che il pubblico della poesia e i critici di poesia italiani hanno l’editoria di poesia che si meritano non dovrebbe che guardare con attenzione le classifiche di vendita, o di qualità, dedicate ai versi. A cominciare da quelle che certamente dovrebbero essere alternative e più aperte, per esempio Dedalus, dei cui lettori ho pur fatto parte anch’io. I nomi sono sempre gli stessi e quando c’è qualche novità ai piani alti il più delle volte si scoprono cloni di ciò che già c’era… In Italia sin Sanguineti è ancora considerato indigeribile e ancora si polemizza con la Neo-Avanguardia. Ovviamente il problema è altrove e anche la qualità…

Qualche mese fa è mancato Elio Pagliarani, il ricordo che ne scrivesti su Satisfiction fu quello che mi colpì e commosse di più, forse perché avvertii in te, oltre al rispetto, qualcosa di molto simile all’amore, è così? Pagliarani  ‘o teneva ‘ddinte ‘o sanghe?

Pagliarani ‘ m’ o ddava’, come si dice, non era fridd’ ‘e chiammata’. Era poesia al calor bianco, nata nella voce e per la voce, Pagliarani era un amore, sì, un amore profondo e mai tradito, nato da un riconoscimento reciproco e immediato. Parlavamo la stessa lingua, non sembri troppa ybris da parte mia, che magari la balbetto. Ma sbaglio a dire ‘Pagliarani ‘era’, la poesia di Elio è nostalgia del futuro. Dunque Pagliarani ‘sarà’, sarà sempre di più, la sua voce si sentirà sempre più chiara, ne sono convinto, come quella di Emilio Villa peraltro. Il tempo di Pagliarani non è ieri, è domani.

Raccontami come è nata “Piccola cucina cannibale” una vera opera, più che multimediale mi viene da pensare, multi sociale. Se la cultura deve dare un segnale su come tutto migri, si sposti, si fonda, torni nello stesso posto (che non sarà più lo stesso) tu, Nemola, Calla l’avete dato.

Piccola cucina cannibale è un ‘multiverso’. Un oggetto ad entrate plurime, se vuoi è una sorta di manifesto di ciò che io intendo per poesia, un’arte capace di fondersi con le altre, di sviluppare sinergie senza perdere le proprie caratteristiche, di comunicare con forza sentimenti e ragioni. Di emozionare, dare identità, indurre alla riflessione.  La poesia è l’arte del futuro, per molti aspetti. A patto che sappia mutare, cambiare pelle, senza rinunciare a ciò che ha di basilare. Le arti migrano, stanno migrando, come migrano, da sempre, gli uomini che le praticano. Anche su questo mi è già capitato di approfondire il discorso. Piccola cucina cannibale è una scommessa nella quale , da una parte si fa il punto su circa vent’anni di sperimentazione di forme poetiche con musica (la cosiddetta spoken music), dall’altro si cercano strade ancora nuove, quella dell’incontro con i Comics. Lo scopo è sempre il medesimo, riuscire a comunicare sempre meglio, sempre più efficacemente, e in maniera complessa, la ragione dei sentimenti e il sentimento della ragione, come piace dire, senza rinunciare alla ricerca linguistica e alla qualità formale. Ed è il suggerimento del fatto che la parola ‘libro’ ormai significa poco, anche nel caso in cui ci si riferisca a opere puramente ‘segniche’, scritte. Il libro, così come lo intendiamo noi, non esiste da sempre e certamente non è l’unico medium con cui veicolare un testo scritto. E’ ora di iniziare a riflettere anche su questo. Diciamo che il mio saggio Per una poesia ben temperata, che trovi qua [http://www.inpensiero.it/archives/771] è il regesto delle ragioni teoriche che sono all’origine di un oggetto tanto complesso e probabilmente scomodo, come Piccola cucina cannibale.

Quanto ti è pesato dover rinunciare a una cosa come i Cantieri di poesia? Pensi, che in futuro, ammesso che tu ne abbia voglia, sia possibile rimettere in piedi un evento del genere?

Moltissimo, ovviamente. Ma bada, non tanto per quel che riguarda me, personalmente. Dal momento in cui ho smesso di organizzare e dirigere Absolute Poetry ho pubblicato due libri-dischi, L’esercizio della lingua e Piccola cucina cannibale, ho messo su finalmente il mio spettacolo di spoken music, con Frank Nemola e Antonello Salis, con cui sto girando anche in questi giorni e che è la dimensione in cui mi riconosco di più, in cui sono davvero a mio agio, ho intrapreso questa nuova avventura dei Poetry Comics grazie alla complicità di Claudio Calia. Tutte cose bellissime per le quali non avevo mai tempo prima: bisognava organizzare il festival, prima di tutto. Mi è costato moltissimo perché è stata uccisa un’avventura strepitosa cui avevo lavorato con dedizione assoluta (avendo al fianco, negli ultimi anni amici e giovani di qualità eccezionale, come Luigi Nacci e Gianmaria Nerli) tentando, a partire da una cittadina piccola e sostanzialmente sconosciuta a livello letterario, di creare il primo spazio italiano per le sperimentazioni poetico-musicali, un laboratorio che negli ultimi anni si era arricchito di iniziative didattiche, stage, e tante altre attività collaterali che avevano permesso ad Absolute Poetry, partendo da zero, di conquistarsi una rilevanza ed un’autorevolezza anche a livello europeo ed internazionale, raccogliendo e trasformando l’esperienza di altri festival storici italiani, da Milano poesia, di Gianni Sassi a romapoesia, che pure avevo diretto con Balestrini e Luiigi Cinque. Absolute era l’unico spazio in Italia dove chi facesse operazioni di poesia con musica (o spoken word) potesse trovare un suo spazio, senza per questo fare mai scelte ideologiche, ma chiamando sul suo palco anche autori ‘diversi’, se vuoi più tradizionali, ma sempre di altissima qualità, invitandoli ad incontrare il nuovo e a dialogare con le esperienze più diverse e radicali. Sono stati sei anni fantastici, senza mai un flop, sempre con centinaia di spettatori paganti a riempire la sala; un Festival in attivo che raccoglieva le sue risorse, sempre pubbliche, a livello regionale e nazionale, senza pesare che per una decima parte sul piccolo comune che lo ospitava. Che destra e sinistra monfalconesi si siano unite per assassinarlo è una cosa molto triste, la dimostrazione che i politici italiani scelgono quali iniziative culturali appoggiare solo sulla base dei loro tornaconti elettorali. Non mi pare che a Monfalcone o in Friuli oggi ci sia, a livello poetico, nulla di simile. Né l’Italia mi par messa meglio: non è un caso che quando da Medellin gli organizzatori del festival più grande e noto del mondo hanno dovuto individuare un evento italiano da coinvolgere nella fondazione del World Poetry Movement proprio a noi di Absolute si siano rivolti.  La situazione dei festival italiani è attualmente molto triste, sono una sorta di antologia parlata, dove i soliti noti (i ‘muti di guerra’, di cui parlavo sul Corriere) hanno monopolizzato ogni spazio, magari scimmiottando, grazie a qualche ‘posteggia’ o orchestrina d’occasione, la scelta anche musicale da noi fatta tanti anni fa, pronti poi appena scesi dal proscenio a riaffermare trombonescamente che l’unica poesia vera è quella muta, che sta nei libri. Non è bello. Ma qualcosa sta iniziando a muoversi di nuovo, mi pare: ad esempio c’è un festival che procede sempre meglio, si ingrandisce, fa cose molto interessanti e che mi piace molto, La punta della lingua, dell’ottimo Luigi Socci & Bros., che mi pare davvero uno spazio plurale, dove c’è coraggio di rischiare e sufficiente immaginazione e curiosità per rinnovare l’asfittico panorama attuale, senza inutili steccati ideologici, ma sempre con la sensibilità di cogliere i valori reali, vicini o lontani che siano dai gusti dei curatori. Spero per loro sorte migliore di quella di Absolute.

Il web rispetto, alla diffusione della poesia e allo spazio concesso alla critica letteraria, ha sprecato più occasioni o creato maggiori opportunità?

Sprecando molte occasioni, sta creando tante nuove opportunità. Com’è ovvio che sia…

Mi capita ogni tanto di passare da Treviso, dimmi che c’è un bar dove si possa bere un caffè decente

Treviso è la città dove risiedono molti degli importatori di caffè più importanti d’Europa. Dunque in giro c’è ottimo caffè. Ciò che manca è l’acqua. Se te la porti da Napoli, lo facciamo a casa mia, un caffè decente.

Sappiamo che un gesto sportivo, pur meraviglioso,  non dovrebbe essere definito “poesia” ma, in tutta onestà, potresti negare di aver fatto, almeno una volta sola, l’abbinamento Poesia/Maradona?

Io ho più volte detto che odio quando si trasforma la poesia in aggettivo. La poesia è un sostantivo. Mi fanno andare fuori di testa quelli che parlano di film poetici, brani musicali poetici, ecc. persino romanzi molto poetici.. qua, chi vuole, trova il discorsetto al proposito [http://www.lellovoce.it/spip.php?article627]. Né sono particolarmente appassionato di calcio (giocavo a basket, adoro ginnastica artistica e atletica, ecc…). Ma Maradona è il mio cadavere nell’armadio. Confesso: l’ho detto, lo dico, lo dirò… Maradona è poetico, non solo per come giocava a calcio, ma proprio per averci fatto comprendere che il calcio non è solo una palla da mettere in rete, ma molto di più, almeno lo è stato nella nostra povera città stracciona. L’ha fatto sbagliando, mischiandosi con la camorra, e questo non posso perdonarlo neanche a lui, ma rifiuto di scandalizzarmi per il suo essere cocainomane, ad esempio. E’ un uomo che ha giocato soffrendo, e senza nascondere il suo dolore, né la sua gioia, la sua rabbia. Anche i poeti scelgono di giocare il gioco della vita senza nascondere, senza rimuovere il dolore ( e la gioia, e la rabbia). Un suo gol, da questo punto di vista è stato per me sempre un’allegoria della rivoluzione- Maradona mi rende ingenuo e naif, lo so, che ci vuoi fare… Ho il tallone di… Maradona.

Il caffè è pronto, quanti cucchiaini di zucchero ti metto, Gianni?

Amaro, grazie

(c) intervista di Gianni Montieri

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