Francesco Accatoli – inediti

Nessuna nuova

Così pure cadiamo lenti
lentamente come morti ammazzati,
facendo cose quotidiane,
io cucinando paste buone, tu che cerchi un diversivo
per lo sporco più ostinato.
Qualcuno in sala ha parlato – senti?
raccontano storie anche loro,
hanno imparato in fretta, oppure ci sono nati.
Qui da noi ci sono nati. Lo dico da sempre.
I merli maschi schioccano tra gli ulivi
per i crampi della fame
tutto ha bruciato il gelo delle nevi,
la terra corrugata non li mantiene.
Nessuna nuova in primavera
sui muriccioli degli orti. Altri dalla
vergogna sono volati a sud.

Maroso

Poi c’è la resa,
il fiuto della polvere sui mobili,
la foto a cui pensiamo digiuni;
credimi, è stato un uomo a dirti
la muta dei contorni.
E vedere ci appartiene, quanto l’ocra
della spiaggia cui non sappiamo rinunciare.

Perché ci somiglia questo tratto di riviera,

il neutro maroso dei giorni
in cui non sono stati salvati momenti
alcuni, né insegnamenti, né le vittorie
che ci aspettavamo.

CHIUSURA IN TRE MOSSE

I

Acre la plastica sa di saliva
hai contato le volte che
ho detto basta e dopo questo c’è la morte,
il lungo sonno delle sedie vuote.
Ora mangiano gli avanzi
di quella sera, l’unto
amaro che galleggia sul piatto,
la crosta del formaggio andato a male.
Andato al male.

II

Adesso non ti dirò le paure
che ormai non potrai più sapere.
Mi curverò come un molo del nord,
sarò il cemento di questo ponte bianco,
la vertigine delle cicogne a collo torto.
Poserò un contrafforte all’ingresso,
un argine di contenimento
al tuo ritorno
tra gli odori della cucina e della pelle
appena lavata, di amuchina.

III

Presto sputerò la buccia dei lupini
la tua buccia bianca e amara
e berrò del vino rosato fresco
ad altre latitudini, per altre lingue che non ti sei
mai messa ad imparare;
vorrà dire che non sarà più possibile parlare
come quando si faceva giorno dopo l’amore,
come due corpi massacrati.

*******************************

(c) Francesco Accattoli

12 comments

  1. Stride quel quarto verso di nessuna nuova, infastidisce come una mosca e tutto per via di un gerundio mancato. manco fosse un geranio seccato nel vaso al ritorno dalle ferie. E’ come avere indovinato la formula della perfezione e stracciarla. Chiedo venia, oltre non sono poi più riuscito ad andare.

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  2. Si fabio, li avrei piazzati tutti e tre in fila. Mi suona come fosse chopin, mentre invece mi stride il cambio di tempo. Scusa Francesco se ho mosso questo appunto. Poi torno semmai ad una analisi più approfondita di questi branio che mi hanno comunque convinto

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  3. tre gerundi di fila non fanno Chopin, ma Remì che suona l’organetto mentre la scimmietta salta e balla, Gianluca! ;)

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  4. nessun probelma gianluca, nel momento in cui uno espone le proprie creature è passibile di critica, e in questi giorni della vicenda Ostuni, sarebbe ancor più provvidenziale accettare di buon cuore le critiche.
    Quello che mi sento di dirti è che per prima cosa due gerundi di fila se li può permetter solo quel grandissimo genio di Leopardi, ed io non mi permetto lontanamente di pormi sulla sua scia. In secondo luogo, il gerundio è un modo verbale che rallenta molto il ritmo, lo rende elastico, lento, dilata l’azione: la variatio è in questo senso necessaria alla coloritura delle atmosfere delle due azioni (io/lei). C’è poi una questione prettamente legata agli accenti e alla loro posizione, ascoltali bene…..
    un saluto
    f.

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  5. Anch’io rido: chissà cosa diavolo avrà suonato Remì la sera che hanno consegnato il nobel a quel bischero di Neruda, che di gerundi ne infilava anche cinque di fila…. Minchia, e la scimmietta l’avranno invitata? O forse Neruda non era un genio? O forse Bellini s’era bevuto il cervello,traducendo. O forse noi siamo davvero ciò che ci manca, da per sempre. Come diceva quel diavolo di un Carmelo Bene. Vai a sapendo :-)

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  6. Caro Francesco, intanto grazie per la mancata denuncia:-)
    E’ davvero interessante la questione degli accenti, che io ignoro con ormai notoria disinvoltura. Parlamene se è possibile,perchè io continuo a schiantarmi contro quel ‘ tu che cerhi’ come fosse un muraccio. Ma è un limite mio.

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  7. Caro Francesco, lasciando da parte i gerundi e certa mania autoptica di azzannare la poesia altrui, dico che si tratti di inediti che sanno di buono, forse tra le cose migliori che hai scritto. E tu sai che le ho lette tutte e sempre con il massimo dell’attenzione. Mi piace molto la seconda lirica Marosi, forse perché proprio in questi giorni ho buttato giù versi affini sulla consunzione e sulla perdita e su ciò che il mare ci concede, solo apparentemente, di ritrovare. Continua così, la strada è quella giusta, considerando (un gerundio perso o recuperato non fa mai male) che a poco a poco si fa strada un modo tutto tuo di scrivere che fa da carta di identità… e questo, al di là di tutto, è fondamentale! Un abbraccio Alessio
    (PS: nota tecnico pratica, se non rispondo a tuoi inviti in conversazione su facebook è perché a spizzicare su internet è mia moglie con la mia pass… questioni famigliari, altro che sintassi!)

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  8. Complimenti, in queste poesie colgo un tono diverso, più intimo e quasi elegiaco, rispetto alle poesie che ti ho ascoltato proporre sul palco de La Punta della Lingua nel 2011. Qui parli della tragedia del depositarsi e del farsi scoria del tempo sopra sogni, rapporti, luoghi, situazioni, là invece davi voce a una poesia socialmente impegnata e schierata. Non c’è meglio o peggio, come il fatto che all’interno di una persona convivano anime diverse e diverse esigenze. Le ho apprezzate entrambe, poichè si vive nella stessa dimensione del finito con tutto il suo trito bagaglio (spesso inestricabile) e perchè penso che, in un paese addormentato come il nostro, ci sia necessità di una poesia “sociale” e di voci critiche. Ciao

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  9. @Alessio: grazie infinite per la lettura, come sempre sappiamo trovarci, ti scriverò in pvt, grazie ancora!!!

    @Mauro: hai ragione, La neve nel bicchiere è un libro civile fino al midollo, anche nelle sue parti più liriche e più surrealiste. Però la vita privata a volte riesce nell’impresa di essere più devastante di quella collettiva, e quando questo accade non puoi farci nulla, solo cercare di limitare il più possibile i danni. E a questo servono quelle liriche. Grazie per aver trovato un momento da dedicarmi per leggere e commentare.

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