In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La nona tappa si snoda tra “due mondi e quattro lingue” (C. Siani), i due mondi e le quattro lingue di Joseph Tusiani.

Il mio primo incontro con la poesia di Joseph Tusiani risale alla fine del secolo scorso. Stavo progettando un corso di formazione in servizio sulla competenza plurilingue e mi imbattei inevitabilmente in questo poeta straordinario. Una mattina, all’alba, Rai3 mandò in onda un servizio su un convegno di entusiasti e robusti sostenitori del latino lingua viva. Uno dei partecipanti più vivaci fu intervistato: era Joseph Tusiani. Cominciai le ricerche e venni a scoprire che uno dei più grandi studiosi di questo poeta plurilingue era un mio tanto riservato quanto stimato collega a scuola, Cosma Siani. Fu a lui che chiesi di intervenire nel corso di formazione, per raccontare la poesia plurilingue di Tusiani. Cosma mi riferì che Joseph Tusiani, alquanto incuriosito dall’iniziativa, gli aveva rivolto un bel po’ di domande sull’insegnante romana di origine meridionale e con una zia di San Marco in Lamis (suo paese natale), che lo aveva scelto come modello esemplare per poter presentare la poesia plurilingue a insegnanti di italiano, lingue classiche e lingue moderne. Qualche anno dopo, a Roma, ebbi finalmente la gioia di conoscerlo, in Campidoglio, in occasione della presentazione del bel volume di Cosma Siani su di lui. Si trattava de Le lingue dell’altrove. Storia testi e bibliografia di Joseph Tusiani  (Edizioni Cofine, Roma 2004). La voce pacata e profonda, il suo italiano dai toni classici, il sorriso aperto e attento, con qualche lampo sornione: ho cari tutti questi dettagli, che rivedo idealmente nel documentario di Sabina Digregorio Finding Joseph Tusiani: The Poet of Two Lands (2011).

In Vite parallele in un nodo di continuità, prefazione al prezioso volumetto di Cosma Siani Manhattan Log. Geografia e storia di Joseph Tusiani, Furio Colombo scrive:

«Ci sono due percorsi per rendere omaggio a Tusiani, per dirgli gratitudine da italiani (tanto più da italiani che hanno vissuto all’estero) e da lettori che conoscono, in tutte le versioni, il suo lavoro.

Il primo è considerare lo straordinario sovrapporsi, altrettanto intenso e creativo, delle lingue diverse. Il secondo è biografico, personale, storia di uno straordinario emigrante. Lo dice lui stesso. Tusiani non è la stessa persona, la stessa voce, quando scrive in latino, quando scrive in italiano, quando scrive in inglese, quando scrive in dialetto. Non è solo il suo dominio della lingua scritta e parlata a dargli il dono di trovare e cambiare, con precisione assoluta, il registro delle diverse concertazioni.

Il fatto è che si tratta di storie diverse, al modo in cui un grande attore diventa di volta in volta un altro nelle diverse interpretazioni e può farlo non a causa della sua natura di camaleonte – che è gioco di superficie e di imitazione – ma cercando in profondità le ragioni di cambiare voce». (Manhattan Log, supplemento al n. 23/2000 di “Protagonisti”, 3-4)

Il percorso proposto qui prende dunque spunto dal suggerimento di Furio Colombo è dà voce alle quattro lingue della poesia di Joseph Tusiani.

In vehiculo subviario

Omni die, omni mense,
Statione Fordhamense,
Cum per nubes sicut rima
Lux insinuatur prima,
Sine pace, sine pausa,
Laborandi semper causa,
Mihi mobile est cubiculum
Subviarium vehiculum.
Tamquam miserae sardinae
Stant personae matutinae
Semper notae sed ignotae,
Mixtae maestae mutae motae,
Oscitantes ter et quater
Mater, filius, filia, pater
Atque avunculus et frater.

                                                       Unda profunda profunda profunda
                                                      Unda profunda profunda profunda.

Alter dormit, alter legit,
Alter nudum pectus tegit,
Oculosque alter fricat
Quamquam nihil nemo dicat.

                                                      Unda profunda profunda profunda
                                                     Unda profunda profunda profunda.

Vultus omnes ego rogito
In silentio et excogito:
«Quis ex istis hic non erit
Cras viator? Quidque gerit
Ista nova dies genti?
Nos lacessunt vitae venti.»

                                                    Unda profunda profunda
                                                    Unda profunda profunda.

Si vis vivere et esse
Laborare nunc necesse.
Laborare laborare:
Quare quare quare quare?
Quid est ista vita brevis
Volans sicut umbra levis?
Quid est dolor, quid est amor,
Quid diurnus iste clamor?
Quid sum ego, quid sunt isti
Viatores?  Mente tristi
Ego vehor, vehor ego,
Ac necessitatem nego
Usque ad mortem laborandi.
Sed hi strepitus nefandi
Cessant: strident omnes portae.
Pellens, agens et irrumpens,
Paene vixdum et procumbens,
Multitudinem non piam
Linquo et exeo in viam.
Ibi labor, vitae cursus,
tenet me et tenet rursus.

1974 (Da Carmina latina)

*

Nella metropolitana

Ogni giorno, ogni mese,
nella stazione Fordhamese,
quando si insinua la prima luce
fra le nuvole squarciate,
senza pace, senza pausa,
– il lavoro ne è la causa –
per me è una mobile casetta
il metrò che giù mi aspetta.
Come misere sardine
stan persone mattutine,
sempre note e sconosciute,
miste, meste, mosse, mute,
sbadiglianti molte volte,
madre, figlio, figlia, padre,
e lo zio ed il fratello.

                  È onda profonda profonda profonda
                 E onda profonda profonda profonda.

Uno dorme, l’altro legge,
l’altro il nudo petto protegge,
uno si stropiccia gli occhi
ma nessuno dice niente.

                       È onda profonda profonda profonda
                       E onda profonda profonda profonda.

Ogni volto io interrogo
in silenzio e intanto penso:
«Chi doman non ci sarà?
e che cosa porterà
il dì nuovo a queste genti?
Della vita ci chiamano i venti».

                                 È onda profonda profonda
                                 E onda profonda profonda.

Se vuoi vivere ed esistere,
su, lavora, non desistere,
lavorare tocca a te,
ma perché, perché, perché?
Cos’è questa vita breve
Che va via come ombra lieve?
Cos’è il dolore? e l’amore?
e il clamore di ogni giorno?
che son io? cosa son questi
viaggiatori? Tristemente
son portato, trasportato:
la necessità io nego
di faticar fino alla morte.
Ma lo strepito assai forte
cessa: stridono le porte.
Tra spintoni e urti uscendo,
e per più quasi cadendo,
la moltitudine non pia
lascio ed esco sulla via.
Qui il lavoro quotidiano
mi prende la mano.

(Trad. E. Bandiera)

*

Aubade in Gray

Gray was the color of all timelessness
when timelessness and color were all one.
There was no fire yet, there was no sun,
there was God dreaming of a light called man.
And then time trembled out of timelessness,
victory rising from no battle won.
There was no music yet, no crying done,
there was God dreaming of a voice called man.
Now look and listen. In this timelessness
the first birds twitter, the first shadows run,
heaven and earth and dusk and dawn are one,
and I am dreaming of a God called man.

1965 (Da Gente Mia and Other Poems)

*

Canto dell’alba in grigio

Era il colore grigio senza tempo,
e senza-tempo e grigio eran tutt’uno.
Non c’era fuoco già, né sole alcuno,
c’era Dio sognante lume d’uomo.
E il tempo nell’eterno scosse un fremito,
vittoria senz’alcuna guerra vinta.
Non c’era musica ancora, né gemito,
c’era Dio sognante voce d’uomo.
E guarda e ascolta: in questa eternità
fischiano i primi uccelli e scorron l’ombre,
cielo è terra, alba è sera in unità,
ed io sogno un dio detto uomo.

(Trad. C. Siani)

Questa poesia, così come le due che seguono,  è apparsa anche nel volume In 4 lingue. Antologia di Joseph Tusiani, a cura di Cosma Siani, Cofine editore, Roma 2001. I riferimenti sono rispettivamente alle pagine 15, 32 e 22-23

Quistu vine iè trascente

Quistu vine iè trascente
ma ne tegne ‘nu bucchere:
se llu veve, che piacere!
se llu forne, che delore!
E cuscì te guarde e spije,
terra bella, terra mia,
culla seta inte lu core.
Te vulesse veve tutta
sine all’ùtema stezzodda,
ma te tegne perlebbata
pè quedd’ora desperata
quanne, sule inte la fodda,
i’ ha vulé ‘nu ‘mmucche duce
p’affruntà l’amara luce.

1978 (Da Tìreca tàreca)

Questo vino è abbocchevole

Questo vino è abbocchevole
ma ne ho un solo bicchiere:
se lo bevo, che piacere!
se lo finisco, che dolore!
E così ti guardo e osservo,
terra bella, terra mia,
con la sete dentro il cuore.
Ti vorrei bere tutta
fino all’ultima goccia,
ma ti conservo prelibata
per quell’ora disperata
quando, solo tra la folla,
desidererò un sorso dolce
per affrontare l’amara luce.

(Trad. A. Motta, T. Nardella, C. Siani)

Lettera a don Fernando Pessoa

alle rime non bado: è raro scorgere

alberi uguali, l’uno accanto all’altro

Col dovuto rispetto, Don Fernando,
in questo solitario andirivieni
che ha nome vita, m ’agghiaccia il pensiero
di restar solo, orridamente solo
in mezzo a creature sole, alberi soli,
in una solitudine stellare
su questa terra, stella umana e sola.
Diventa gioco anche la solitudine,
dal nascere al morire, dalla prima
ombra che, nulla in sé, s’insinua sola
sopra ogni cosa e si fa poi valere
con il nome ed il monito di notte.
Io cerco compagnia per sopravvivere
o almeno per durare fino al giorno
a me assegnato da Qualcuno ignoto
di cui avverto a volte la presenza
in me, proprio per questo mio bisogno
di sentire, a me intorno, un suono eguale
alla mia voce ed, al di là del mio
silenzio estremo, un simile tacere
d’astri e natura in vincolo fraterno.
È opulenza di musica e luce
che da recessi di radici e linfe,
con pretesto di rima, mi costringe
a ricercare rivoli ed accordi
onde allietarmi pareti senz’eco

e senza volto che mi rassomigli. […]

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Joseph Tusiani, nato a San Marco in Lamis, nel Gargano, nel 1924, ed emigrato negli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra, ha svolto carriera universitaria a New York come docente di letteratura italiana. È autore di un’opera multiforme che abbraccia un vasto corpus di traduzioni poetiche italo-inglesi (tra gli altri: Dante, Petrarca, Boccaccio, Pulci, Tasso, Leopardi, Manzoni, Pascoli), numerose raccolte di poesia creativa, un’autobiografia in tre volumi e svariati interventi saggistici e critici. Un grande archivio in rete è costituito dal Centro Studi Tusiani.

6 comments

  1. un vera scoperta, Anna Maria.
    confesso di non avere mai sentito parlare di lui, come pure confesso di volermi ubriacare col suo “vine trascente”.
    grazie

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