Giorno: 17 settembre 2012

Agostino Cornali – Alle Nozze

Alle nozze

 

Barcollo nel buio come un animale ferito. Sbatto contro l’armadio e la sponda del letto, poi mi aggrappo alla finestra e tiro su la tapparella. A quel punto la voce stridula di una donna attraversa tutto il corridoio, come un colpo di fucile alle spalle.

“Amore, sei sveglio?”

Sento il tintinnare di un cucchiaino e le voci dei bambini del piano di sotto. Sì, sono sveglio.

“Amore? Si raffredda il caffè! Hai visto che ore sono?”

C’è qualcun altro in casa mia. Si chiama Francesca, è la mia ragazza da tre o quattro anni. Mi trascino in cucina senza lavarmi la faccia né i denti.

“Ciao piccolo, hai dormito bene? Ti ho fatto anche due fette biscottate, se vuoi”

“Devo ancora abituarmi a vederti senza trucco, quasi non ti riconoscevo”, penso io, guardando le sue occhiaie e il suo volto pallido.

“Non ho dormito un cazzo”, le rispondo, spostando la sedia per sedermi.

“Io ho fatto dei sogni strani, sono un po’ agitata. Comunque dobbiamo muoverci, è tardi, e devo ancora truccarmi”

“Vai, dai, sistemo io qua”

“E in camera?”

“Ci penso io”

“Grazie, amore, faccio in fretta!”

Finisco di bere il caffè con calma, buttando nella spazzatura le fette biscottate che mi ha preparato. Al mattino non ho mai fame.

Torno in camera e mi accorgo del casino che abbiamo lasciato: raccolgo da sotto il letto due preservativi e un calzino, e vedo che sopra la lampada del comodino c’è il suo reggiseno nero. Di colpo sento una lieve eccitazione, mi infilo una mano nei pantaloni ma realizzo subito che prima di uscire non se ne parla, siamo in ritardo, non mi farà neanche un pompino veloce. Sistemo la stanza, mi lavo e mi vesto.

“Ti muovi? Io sono pronto”, le grido quando vedo che non è ancora uscita dal bagno.

Partiamo da casa con mezz’ora di ritardo.

“Dici che ce la facciamo?” mi chiede quando saliamo in macchina, poi tira fuori uno specchietto dalla borsa e si controlla gli occhi.

“Dipende dal traffico”.

Parcheggiamo davanti a un’edicola in uno spiazzo alberato, poi percorriamo il vialetto fangoso che porta alla chiesa. La tengo a braccetto.

“Mi si sporcano le scarpe nuove!”, si lamenta.

La chiesa è piccola e i pochi invitati sono già tutti dentro. Appena entriamo si voltano verso di noi. Ci sistemiamo su due sedie in fondo alla navata destra, accanto a una vecchia grassa con un vestito a fiori. Il prete è giovane, e durante la predica fa delle battute che nessuno capisce. Cerca di allentare la tensione degli sposi, ma in me produce l’effetto contrario; comincio a sentire il calore che sale sul viso, allento il nodo della cravatta e slaccio il primo bottone della camicia.

Dopo l’omelia la parola passa ai futuri coniugi e la sposa scoppia in lacrime ancor prima di iniziare a parlare. I presenti ridono. Io invece ho sempre più caldo, sto cominciando a sudare, e mi accorgo che la vecchia mi sta fissando. Francesca mi stringe la mano, forse ha capito che mi sta venendo un attacco, ma quando la guardo non si volta nemmeno. Ha gli occhi lucidi e lo sguardo rivolto all’altare, forse sta pensando a quando toccherà a noi.

La sposa riesce a terminare il suo giuramento, il prete alza le braccia, qualcuno applaude.

Il caldo diventa insostenibile: ho la fronte, il collo e la schiena fradici di sudore, e sono costretto ad uscire. Ha cominciato a piovere. Per tranquillizzarmi faccio un giro intorno alla chiesa, cercando di non bagnarmi troppo. Quando torno davanti all’entrata, alcuni stanno già uscendo. Francesca mi viene incontro preoccupata.

“Stai bene? Cosa ti è successo?”, mi chiede, accarezzandomi il viso.    “Scusa, non ce la facevo più”.

La pioggia comincia a cadere più forte, e tutti cercano di trovare un posto al riparo sotto il tetto della chiesa. Decine di persone che non si conoscono, stretti l’uno all’altro contro un muro, simili a dei condannati a morte. Qualcuno fuma la sua ultima sigaretta.

“Sposa bagnata, sposa fortunata!”, improvvisamente la vecchia col vestito a fiori esce dalla chiesa e si rivolge a me con tono amichevole.

“Ha ragione, signora. Da domani ci penserà il marito a farla bagnare”, le rispondo ridacchiando.

Francesca mi dà una gomitata, la signora sorride senza capire, poi si allontana sotto la pioggia camminando come un grosso pinguino.

Il ristorante dista dalla chiesa quasi cinquanta chilometri. Attraversiamo paesi che sembrano sfollati, se non fosse per qualche anziano in bicicletta e dei cani che a volte attraversano la strada. Francesca  guarda fuori dal finestrino per tutto il viaggio, senza dire neanche una parola. Forse è incazzata per la battuta che ho fatto alla vecchia. Ha ragione, ho esagerato.

Le appoggio una mano sulla coscia e lei finalmente si volta verso di me.

Ha ancora gli occhi lucidi.

*

            La sveglia del cellulare suona alle otto e un quarto. Lascio che le note della primavera di Vivaldi riempiano la stanza e mi diano la forza per affrontare questa giornata. L’uomo che è sdraiato accanto a me ha il respiro pesante, e non sente la sveglia perché dorme con i tappi nelle orecchie. Si chiama Andrea ed è il mio ragazzo da quattro anni e tre mesi.

Anche se rischiamo di arrivare in ritardo non voglio svegliarlo, perché so che poi rimarrà incazzato con me tutto il giorno, e dirà che gli ho rovinato il matrimonio di questa sua amica che neanche conosco. Non so come ho fatto a lasciarmi convincere, forse avevo solo voglia di dormire ancora una volta con lui.

Mi alzo e attraverso la camera senza accendere la luce, scavalcando i vestiti sparsi sul pavimento. Mi infilo la maglietta e i jeans che ho lasciato in bagno senza mettermi né mutande né reggiseno, che non so più dove siano finiti. Vado in cucina e comincio a preparare la colazione.

Mentre imburro le fette biscottate mi rendo conto di quanto odio questa casa, è fredda e c’è un odore che non ho mai sopportato.

Dopo quasi mezz’ora sento che apre la finestra della camera. Si presenta in cucina senza neanche passare dal bagno, ha i capelli scompigliati, gli occhi semichiusi e indossa i pantaloni del pigiama che gli ho regalato io. Spero che non voglia darmi un bacio, avrà un alito terribile.

“Non ho dormito un cazzo”, mi dice, con la testa tra le mani.

“Io ho fatto dei sogni strani, sono un po’ agitata… però dobbiamo muoverci, è tardi, e devo ancora truccarmi”.

Mentre lui sistema lo schifo che c’è in giro per la casa io vado in bagno e mi guardo allo specchio. Sto invecchiando, vedo già le prime rughe ai lati della bocca e degli occhi. Non ho più tanto tempo. È il giorno giusto, lo so, ma ho paura. La mano trema e non riesco a trattenere le lacrime, che fanno sbavare il rimmel.

Saliamo in macchina e dopo dieci minuti Andrea si rende conto di non sapere la strada. Ci perdiamo, e devo chiedere informazioni ad alcuni passanti.

A un tratto, finalmente, vede la chiesa in mezzo a un campo.

“Non dirmi che dobbiamo andare fino là a piedi!”, gli dico.

“Come vuoi andarci, volando?”

“Sicuramente c’è una strada asfaltata”

“Senti, Francy, siamo già in ritardo”

Mi costringe ad attraversare il campo a piedi, col fango che mi arriva alle caviglie.

Appena entrati una signora ci indica gentilmente due sedie libere accanto a lei. Ha gli occhi piccoli e azzurri, come quelli di mia nonna.

La sposa è più giovane di me, e ha un vestito color panna con uno strascico lunghissimo. I capelli sono raccolti in uno chignon decorato con un piccolo giglio bianco. È talmente commossa che non riesce a parlare. Il sacerdote cerca di farle coraggio, e io stringo la mano di Andrea, che la ritrae di scatto ed esce di corsa dalla chiesa.

“Cos’ha il suo ragazzo, sta male?”, mi chiede la signora.

“Non si preoccupi, sarà andato a fumare”, le rispondo.

Lei mi mette una mano sulla spalla, sorride, poi abbassa la testa e comincia a pregare.

La messa finisce e quando esco trovo Andrea appoggiato al muro della chiesa. Sembra un naufrago: ha lo sguardo perso, i capelli e il vestito completamente bagnati.

“Stai bene? Cosa ti è successo?”

“Scusa, non ce la facevo più.”

Comincia un forte scroscio di pioggia e anche la signora esce dalla chiesa, facendosi largo zoppicando tra la folla. Si avvicina a noi, le lascio un po’ di spazio sotto il tetto vicino a me.

Il viaggio fino al ristorante sembra infinito. La strada attraversa piccoli paesi immersi in una pianura deserta, a parte qualche cascina e le sagome delle fabbriche in lontananza.

So che è questo il momento giusto per dirglielo, ma non riesco a trovare le parole adatte, non riesco nemmeno a guardarlo in faccia.

A un certo punto mi mette una mano sulla gamba. Io mi volto verso di lui.

E glielo dico.

(c) Agostino Cornali