Giorno: 16 settembre 2012

In Apulien, 8 – Lucio Toma

In Apulien, 8 – Lucio Toma

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

L’ottava tappa è dedicata a Lucio Toma, che Sergio D’Amaro, nel capitolo Bradisismi dell’ultima generazione del volume Letteratura del Novecento in Puglia, include nella “generazione di Raffaele Niro” dei poeti di San Severo.

Si chiede D’Amaro: «Possibile azzardare una linea ‘sanseverese’ della poesia in Capitanata, nel solco tracciato da Emanuele Italia ed Enrico Fraccacreta?», per affermare, subito dopo: «Certo è che almeno quest’ultima generazione sembra orientata a uno sliricamento degli esiti espressivi, assecondando un suo più corroso e aspro itinerario, che forse mette capo a un decennio seguace di ‘pensieri deboli’ e di vacue spettacolarizzazioni del vissuto». (p. 107)

Scrive Plinio Perilli nella prefazione al volume di poesie di Lucio Toma A gonfie vene (Ianua editrice — Edizione del Giano, Roma 2006): « Lucio, che si sente un po’ discepolo di Rimbaud e dunque vuol essere “assolutamente moderno” ma soprattutto farsi poeta-veggente dell’anima, ardisce di assumere cruda, realistica poesia perfino con il Buscopan, il Maalox, ed altri consimili medicinali, più o meno efficaci… Suggestioni ed esiti lirici davvero probanti, che amiamo annoverare tra i momenti più originali e disperatamente felici di questo libro, cioè di questo dimesso, divulgato esistenzialismo, che è dunque una cupa, aurea miniera di ossimori, un’armoniosa ridda dei contrari, una vera e propria cura “omeopatica” del Vivere verso e dentro lo Scrivere». Manifesto e segno della quotidiana rissa-ridda sono i versi della poesia

L’arte mia improduttiva

L’arte mia improduttiva è no profit,
non ha orari d’ufficio, appuntamenti
certi, squilli di telefono pronti (!?)
per voci di segretarie in succinti
tailleurs. L’arte mia non ha strategie
di mercato, alti piani di lavoro.
Non ha scadenze fisse, appelli e capi
in giacca e cravatta la mia arte: è solo
un frinire del cuore senza sosta,
uno sghiribizzo di mosca bianca
di pena nelle volute dei giorni
da consumarsi preferibilmente
nel giro di qualche pagina eterna
che vale una vita intera.
Neppure
le permettono di scadere, in mezzo
a tutti di morire o insomma scendere
in piazza… L’allontanano
o se ne vanno.

Perciò, sullo sfondo
monotono di un tacito baccano
crepita soltanto una ciarda d’ali
sempre diversa s’è allegra o ferita:
forse è folle di dolore o d’amore
quando ho l’emicrania o il mal di schiena.

L’arte mia spesso è veglia stralunata
di mille e una notte  tersa di punti
interrogativi, nei di luce,
stelle cadenti in parabole ignote
che squarciano la stoffa dell’anima.
Non ha problem solving, agevolazioni
fiscali o sconti questa mia fatica
dalle tasche bucate di ricordi,
spiccioli di verità: lo scontrino
della spesa sciatto o anche il foglio scritto
nell’attesa di un altro giorno, volto
di luna che mi ricorda la dote
vana d’essere quel che per te è poco
più di un semplice gioco.

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Lucio Toma nasce nel 1971 a San Severo in provincia di Foggia. Nella città natale vive e insegna. Consegue la laurea in Lettere a Bari con una tesi di analisi strutturalistica dei versi gozzaniani. Alcuni suoi testi sono apparsi su periodici locali e sulla rivista “Poesia”. La sua plaquette d’esordio, Zigrinature, con prefazione di Silvana Ghiazza (All’insegna del cinghiale ferito, Apricena, 1999), ha riscosso i consensi, tra gli altri, di Dell’Aquila, De Matteis e Perilli. Tra gli scritti di critica di Toma vanno menzionati quelli su Joseph Tusiani e su Emanuele Italia.