ROMAMARA, in alcuni quadri d’autore. Ipotesi di letture multiple e suggestioni

Rome est une/ ville trop/ lourde pour son/ sol mou et /son ciel léger. Elle s’enfonce/ nous ne la voyons/ plus qu’à mi-corps./ Le spectacle du/ Forum consterne un/ esprit actif. On/ arrive trop tard dans/ la chambre; les bijoux ont/ disparu. Il ne reste que les/ malles ouvertes, les/ meubles / à la/ renverse,/ le linge/ épars,/ les/ tiroirs fracturés.*

Jean Cocteau, poliedrico autore francese nato nel 1889, animò la Belle Époque e oltre, e fu a Roma nel 1917 in compagnia di Pablo Picasso; si può presumere che quel suo autoritratto con testo, che descrive la città e l’alloggio capitolino messo a soqquadro, risalga a quel momento. La ‘città eterna’ che Cocteau vede è forse già distorta, ritorta, tutta rappresentata nella stanza claustrofobica in cui sta. «Elle s’enfonce (s’affonda, sprofonda, s’inoltra) / Nous ne la voyons plus qu’à midi-corps. / Le spectacle du / Forum consterne un / esprit actif»: Roma in Cocteau è una città piegata alla remissione, scolorita, rinunciataria, che resta nella penombra; se questo dessin risalisse al 1917, dobbiamo ricordare che siamo in un clima di Prima Guerra Mondiale, che segna una frattura insanabile con il prima, che apre al Secolo Breve in cui Roma – anche –, cambia faccia.

«Davanti a casa mia ce stava un vecchio, uno ricco, che proprio i milioni se lo magnavano. Tutto vestito a la Robespierre, baffi, bastone, me pareva er Re de Santa Calla ò… Lo sapete come l’aveva fatti i quattrini quello? All’epoca der Fascio. Mussolini viè e je dice: “Mi dovete fa’ ‘n quartiere per il popolo”, che sarebbe poi Pietrarancio. Questo qua je fa la prima casa: tutti muri maestri belli, co’ tutti i cessi… Oh, ce se poteva magnà dentro i cessi, tant’erano fatti bene… Mussolini i’ viè, je fa: “Bravo, è così che le volevo”. ‘Sto fijo de ‘na mignatta, come se n’è andato er duce, queo je fa’ solo i cessi, le case nun l’ha fatte più! Mò, quer quartiere, è tutto ‘na distesa lunga lunga de cacatori! Lo chiamano Cessonia! (ride, ride) Ah, è tutta na’ distesa brutta, tutta de catafalchi […]»

Nel 1962 Pier Paolo Pasolini gira Mamma Roma: la faccia sordida, povera della città, vista con gli occhi della prostituta ‘Mamma Roma’-Anna Magnani restituisce una dimensione primitiva, ancestrale, che pulsa nelle periferie, nella voce della gente e nel corpo degli ultimi; in pieno Boom, la Roma di Pasolini è quella di personaggi al limite, degli esclusi. La Roma di Pasolini è antitetica rispetto a quella de La noia di Alberto Moravia, del 1960, e lo è anche rispetto al luccichio felliniano dello stesso anno – certo provocatorio e che già porta in grembo la cancrena dei decenni successivi – rappresentato ne La dolce vita. Nel 1961 era uscito Accattone: le esistenze giornaliere, brutali, profondamente autentiche dei personaggi di Pasolini son anche quelle di cui parla nella poesia Il desiderio di ricchezza del sottoproletariato romano (La religione del mio tempo, Garzanti, Milano, 1961):

Li osservo, questi uomini, educati ad altra vita che la mia: frutti d’una storia tanto diversa, e ritrovati, quasi fratelli, qui, nell’ultima forma storica di Roma. […]

Del 1963 I comizi d’amore, e la morte di Jean Cocteau.

Nel 1972 Federico Fellini vuole la stessa Magnani nel suo Roma. La città, vista ai tempi della seconda guerra mondiale sino al dopo Sessantotto, è trasognata e anche erotica, sciolta nella satira e soprattutto visionaria. Nello stesso anno Goffredo Parise pubblica per Einaudi Sillabario n.1, una raccolta di racconti brevi sui sentimenti umani, sillabati nel titolo e dipanati nella prosa (editi nel Corriere nel ‘71; oggi in Adelphi Sillabari); nel 1982, Sillabario n.2 edito da Mondadori riceve il Premio Strega. Lì, l’unico racconto cittadino, riporta a Roma, ancora, una città abitata da ‘stranieri’, in cui un protagonista straniero d’animo prima che di provenienza, ripercorre di sera le tracce d’un’umanità ultima. L’aggettivo già pasoliniano riporta infatti ad osservare la discrepanza tra la città estrema tra anni ’50 e ’60 e questa Roma parisiana, investita da una luce violetta a neon, colta al crepuscolo, molto buia, che nasconde antri, vuoti, umani anche. La Roma di Parise (non più ‘caput mundi’) è popolata da immigrati africani ormai, che diventano i nuovi poveri. La potente violenza allucinatoria – perché a tutti gli effetti questa prosa suggerisce una dimensione a metà tra sogno ed allucinazione -, debitamente felliniana, “si fa” nel percorso a piedi del protagonista-senza-nome in questa Roma-morta e Roma-morte, una città trash (dove ‘trash’ sta anche per ‘spazzatura’), nel suo lerciume, nella sua sporcizia: la ‘via crucis’ che conduce al sangue (nel ’79 Parise scrive L’odore del sangue, pubblicato postumo), in cui s’inseriscono comparse – ambulanti, prostitute – è stritolata in una narcosi acustica, che ingabbia, e disorienta. Questa città multietnica, ti guarda in faccia con disagio: è schiacciata, ha un volto d’ombra. Il colore nero dell’allucinata visione, nero come il petrolio, elemento evocato da Pasolini appunto nel romanzo postumo Petrolio; il sangue, la morte inaspettata e feroce, che evoca quella del poeta friulano. C’è tanto di Pasolini e Fellini qui, perché l’ultima forma storica è anche questa città che ha le sembianze dell”urbe alla fine dell’Impero. E c’è anche la Roma-amara di Cocteau, ‘molle’, col suo cielo leggero che ‘non contiene’ o contiene male, come quella di Franco Buffoni, città-stratificata che riporta al presente, «Nei momenti in cui Roma ti vivo / come una gran quadreria» (Roma, Parma, Guanda, 2009); una città forse già liquida.

post scriptum: questo percorso ‘di visioni’ non vuole essere né esaustivo, né giudicante nei confronti di un luogo come Roma, amato eppure molto sfaccettato; trovo interessante che le città possano essere percorse nella loro frammentarietà, come un corpo, anche ‘malato’ o distratto.

*<<Roma è una/ città troppo/ opprimente per il suo/ sole fiacco ed/ il suo cielo leggero (vaporoso)./ Sprofonda/ noi non la vediamo/ che a mezzo busto./ La vista del/ foro avvilisce una mente attiva. /Arriviamo troppo tardi nella/ camera; i gioielli son/ scomparsi. Non restano che/ i bauli aperti, i/ mobili/ riversi/ la biancheria/ sparsa,/ i cassetti/ scassinati.>>

4 comments

  1. A questa significativa raccolta di immagini su Roma – greve e amara tra assenza totale di riscatto e luci artificiali – mi piace affiancare ancora due voci del Novecento: Cristina Campo, che nella lettera a Leone Traverso del 29 maggio 1963 scrive. “Abbi pazienza – ma Roma
    è una grande farsa ininterrotta (ed è un bene poter girare mascherati)” e Ingeborg Bachmann, che nel testo “Quel che ho visto e sentito a Roma” tratteggia, in italiano nell’originale tedesco, il proprio motto per la città eterna. “Niente sul serio, tanta pazienza”. Motto salutare,, aggiungo io, per chi vive la perenne farsa della propria città natale. Grazie, Alessandra.

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