Giorno: 6 settembre 2012

I poeti sono vivi – (In classe una poesia al giorno)

La poesia? Quest’anno si legge in classe sul blog
La poesia sta scomparendo dall’orizzonte quotidiano e quando rimane ancora in vista appare come qualcosa di speciale e in fondo stravagante. Anche la scuola, uno dei pochi posti dove ancora si sente menzionare questa parola, quasi sempre la tratta come una cosa lontana dal presente e assolutamente incomprensibile se non attraverso concetti complessi, che scoraggiano qualsiasi entusiasmo.
E poi, diciamo la verità, tutti i poeti di cui si parla sono morti  e stramorti. Così si dà l’impressione che anche la poesia non sia che un singolare ricordo di qualcosa che si faceva un tempo, quando erano vivi uomini e donne che adesso non lo sono più. Inutile aggiungere che fino agli anni ’80 del secolo scorso si studiavano e si portavano all’esame di stato molti autori di poesia veramente contemporanea, cioè viventi, operanti nel nostro stesso tempo, e che condividevano una parte della nostra esperienza. Anche se spesso la differenza di età, rispetto a quella degli studenti, era notevole, i poeti erano vivi, come erano vivi i genitori, gli zii e i nonni. E quelli che erano morti, appartenenti alle stesse generazioni, condividevano una reciproca donazione di senso con i vivi, come sempre, come accadeva per la morte di un genitore, di uno zio e di un nonno.
Eppure i poeti sono vivi. I poeti sono vivi perché la poesia vive nel presente, si nutre ed è nutrita dalla vita, dal tempo, dall’esperienza che attraversiamo ogni giorno.
E, nei fatti, possiamo cambiare la situazione a cominciare dalla scuola.
Che cosa fare per cambiare il senso di un manuale scolastico che appare come una vasta e complicata necropoli?
È da qui che nasce l’idea promossa dal Liceo Majorana e realizzata da Gian Mario Villalta e Roberto Cescon (con l’aiuto di alcuni importanti compagni di strada come Piero Simon Ostan e Francesco Tomada) di creare il blog http://ipoetisonovivi.com in cui verrà pubblicata una poesia al giorno (solo di poeti viventi) da leggere in classe. Una poesia da leggere, preferibilmente senza commenti, solo il titolo e il nome dell’autore. Una poesia al giorno, perché c’è, la poesia, perché abbiamo bisogno di riprendere confidenza e intimità nei confronti di quest’arte. Dentro e fuori dalle classi.
Male che vada, tra qualche anno, quando un ex alunno sentirà parlare di poesia, potrà dire:”Ah, sì! Mi ricordo, a scuola abbiamo avuto l’anno della poesia”.

Massimiliano Santarossa – Viaggio nella notte

Massimiliano Santarossa  – Viaggio Nella Notte – Hacca ed. – 2012

Ore 6:17

L’alba dell’ultimo sabato

Cammino sopra la strada lucida.

Il nero della notte si sta spaccando per colpa di un grigio esploso dal basso e di fili azzurri caduti da un cielo vuoto. La vedo che si apre laggiù in fondo, lontana e irraggiungibile come solo una visione può essere. L’alba che nasce si mostra dentro l’unica fetta di cielo visibile da qui, da questo luogo antigeografico dominato dai mostri di cemento armato.

Qualcuno, una faccia sotto il cappuccio di una felpa, comincia una giornata uguale ad altre mille. Questa, però, sarà l’ultima. L’uomo dentro la felpa è stato un operaio, poi è diventato uno schiavo, ora mentre si avvia verso la fabbrica per il suo ultimo cartellino, le sue ultime ore,  è già meno di niente. Per scrivere qualcosa degna di questo libro bisogna provare ad indossare quella felpa, ed è quello che ho fatto. Massimiliano Santarossa ci rende (ancora una volta) complici e fratelli attraverso una scrittura (passatemi il termine) tridimensionale. Il nostro non protagonista, il nostro non uomo, striscia sporco e stanco in un Nordest gonfio di casermoni e dolori. Un regno morto sotto un cielo metallico. Le “Case rosse”, luci tutte uguali in cucine tutte uguali, corpi che non si riconoscono, escono col buio, tornano col buio. Tra l’andata e il ritorno: le fabbriche. Le distese di campagna e capannoni tra Pordenone e Treviso. Un mondo degradato, senza speranza, un oltremondo. Santarossa non ci racconta il dolore, il dolore sono le persone stesse, la sofferenza e l’alienazione sono la carta d’identità. Il protagonista ha poco più di trent’anni, lavora in fabbrica da quando ne aveva quattordici, un padre che ha fatto la stessa vita fino alla morte. Viviamo con lui dentro questa che ha deciso essere la sua ultima giornata. I suoi gesti, i suoi rituali, l’affettato comprato al market per la pausa pranzo. Un forte odore di ruggine, di andato a male. Mentre cancella se stesso il non uomo ci mostra una parte dei suoi ricordi: L’ingresso nella fabbrica/prigione, amici perduti per droga, gente che ha perso tutto e vive appesa a un bicchiere, l’anziana sola incollata a videopoker, rave party, amori svaniti in fretta, piccole salvezze a pagamento. Il niente dietro ogni angolo. «Io taglio montagne di plastica bianca per dare a voi muri più caldi, più silenziosi, muri che vi contengono.» Muri che contengono chi? Perché la distanza tra l’uomo con la felpa e quello in giacca e cravatta è più breve di quella che possa sembrare. Poco più di un muro ben isolato, quella che passa dal quartiere giusto a quello sbagliato. Dallo schiavo al padrone, dal sogno all’incubo. Santarossa scrive col coltello tra i denti e, in questa storia, non concede respiro, perché non c’è più fiato, non c’è più tempo. Poche volte ho incontrato pagine che raccontassero l’indifferenza e la malattia del nostro tempo con tale intensità, qualcosa che va oltre il disincanto. <<Ricomincia a cadere la solita pioggia leggera e lenta e oleosa. Una pioggia che porta con sé l’odore della fine. È il piscio di qualcuno infinitamente alto e infinitamente distante e infinitamente distratto.>> L’autore non ha bisogno di amplificare la realtà per mostrarcela, gli basta attraversarla. Non vi dirò cosa si prova arrivati in fondo, perché a ogni lettore quella felpa starà in maniera diversa, a ognuno il suo finale. Buona lettura.

(c) Gianni Montieri