Giorno: 4 settembre 2012

Stelvio Di Spigno, Cinque poesie e uno scherzo (inediti)

La campanella

Puntello giorno e notte in un’ombra diseguale,
le mani tremano, da un alito di vento a un tumulto
della costa è un niente, il tempo di un vizio e di un addio,
la candela si scalda e il mondo trema,
io vedo questi piccoli, Luciano, Roberta, Ilenia,
il loro travaso dalla casa alla scuola, l’apparire
per loro del caos mattiniero, l’abitudine al caffé
che non hanno, piccole chele che si muovono
sotto la lente del potere, l’insegnante che li guarda.
Ripenso al mio liceo, a Palazzo Cariati, a un’aria
di promessa mattutina quando alle vetrate
tutta Napoli era in ginocchio e viva, morente
e luccicante, come ogni città nel suo divampare…

Ma no, era solo mia, tra il chiosco e il campo
di basket nessuno poteva circolare, se non una grande,
infinita volontà di essere in lei, guardarla, goderla
come propria, questa metropoli quattordicenne,
nessun errore poteva allontanarla, era lì ogni giorno,
era per me ed era nel sangue, arrivato il pulmino
si scendeva, si faceva colazione con milioni
di anime che latravano e io, protetto e quasi vero,
passavo il tempo amato, nessuna minaccia, la campanella
amica, l’anima nascosta in un panino, il portiere
che apriva in anticipo, io che guardavo lontano.
Lontano è quel tempo arrivato fin qui. Finita la speranza,
in un momento nuovo devo prendermi cura: Luciano
coi suoi ricci, Roberta la più bella, Ilenia che ride,
devo pensare a loro, rifanno il mio destino, non
posso scomparire: un giorno l’avrei fatto, ora non c’è
più scampo per i ricordi infranti, tutto succede in un attimo,
siamo qui per questo, perché accada ciò che non doveva.

 

Lettera ai viventi

Come sempre, da solo, guardo il mare,
la sua lontananza imbevuta di destino,
e della luna il raggio appare inestinguibile:
è il senso del tutto, che ci rovina addosso.

Nessuna pace può inondare le radici
mie e di quanti hanno incontrato il mondo:
urlano senza requie i miei morti e i miei cari,
ma tra campi di pietre piantati nel cuore
fremono gli scartati della mia città
come topi dentro un’inondazione.

Li ho visti lacerarsi come fiere infuocate,
le loro viscere come nazioni sconfinate,
non hanno avuto luce mentre io ne ho avuta troppa.
Sono stato a guardare, ma ora abiuro
le lettere consuete, ho ribrezzo
della mia stessa voce.

Solo per loro oggi devo camminare, incontrare
le loro facce una a una, cambiarle e non tradirle.
Quanto grande è il dolore, maggiore sia l’offerta.
Per la mia indifferenza incantata dal male,
devo implorare una ferma redenzione,
non voglio essere debole, non posso più morire.

 

(altro…)