Mese: settembre 2012

Paul Celan a Ilana Shmueli: due poesie

Nel carteggio tra Paul Celan e Ilana Shmueli, la poesia 19, datata 20 gennaio 1970, accompagna la lettera spedita da Paul a Ilana il 22 gennaio 1970. Ilana si trova in quei giorni a Ginevra.

 

Gedicht 19

Längst
hat uns das Fremde im Netz,
die Vergänglichkeit keimt
ratlos durch uns hindurch,

zähl meinen Puls, auch ihn,
in dich hinein,

dann kommen wir auf,
gegen dich, gegen mich,

etwas kleidet uns ein,
in Taghaut, in Nachthaut
fürs Spiel mit dem obersten
Ernst.

Poesia 19

Da lungo tempo
l’ignoto ci tiene nella rete,
la caducità ci germina dentro
ci pervade perplessa,

conta le mie pulsazioni, anche quelle,
dentro i tuoi battiti,

allora la spuntiamo
contro di te, contro di me

qualcosa ci riveste,
di pelle di giorno, di pelle di notte,
per la partita con la somma
serietà.

Paul Celan
20 gennaio 1970
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

La poesia 20 accompagna la lettera del 24 gennaio 1970 di Paul a Ilana. La data di composizione dei versi, che sono apparsi postumi nella raccolta Zeitgehöft (Dimora del tempo), è indicata dallo stesso Celan: 22 gennaio 1970. Ilana, amica dai tempi di Czernowitz, negli anni Sessanta risiede in Israele. I due si rivedono a Parigi nel 1965. Nell’autunno del 1969 Celan si reca in Israele. Nel dicembre dello stesso anno è Ilana a recarsi a Parigi, dove ora risiede Celan. Questa è l’ultima delle poesie composte durante il soggiorno di Ilana in Europa. Lo stesso Celan annuncia per telefono a Ilana l’invio dei versi. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile 1970 Celan si toglie la vita nelle acque della Senna.

Gedicht 20

Umlichtet die Keime,
die ich in dir
erschwamm,
freigerudert
die Namen – sie
befahren die Engen,
ein Segensspruch, vorn,
ballt sich
zur wetterfühligen
Faust.

Poesia 20

Circondati di luce i semi
che in te
ho affogato nuotando,
liberati a colpi di remo
i nomi – essi
passano per le strettoie,
una benedizione, davanti,
si chiude
nel pugno
meteoropatico.

Paul Celan
22 gennaio 1970
(Traduzione di Anna Maria Curci)

Nell’originale in tedesco, i testi sono tratti da: Paul Celan – Ilana Shmueli, Briefwechsel, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2004, pp. 83 e 87.

Luigi Di Ruscio – Firmum – 1953-1999 – poesie (post di Natàlia Castaldi)

forse un giorno mio figlio racconterà a mio nipote
che il nonno era comunista e questa frase
acquisterà un sapore assurdo
come se mi avessero detto che il mio bisnonno
era giacobino e regicida
comunque io non ho fatto che scrivere versi
ho messo carta davanti alla belva
e quando scrissi una lunga poesia per un parto
improvvisamente avvenuto in vicolo borgia
una lunga poesia di cui rimane solo un verso
i tuoi piedi che ancora non hanno toccato la terra
questo verso potrai adoperarlo
per una divinità ancora non incarnata
nonostante tutto incarnato come ero

Luigi Di Ruscio

Firmum
1953-1999

Ed. Pequod  (collana Rive)

Un libro lungo una vita piena di vite. Un libro da tenere a portata di mano per tutta la vita, perché non salva, non promette requie né ristoro, ma la sana schiettezza della rabbia, dell’indignazione, della consapevolezza – amara e lucida – che la sopravvivenza necessita di grandi sogni e mani callose per piedi ben piantati in terra.
Uno spaccato umano privo di fronzoli, lirico nell’aderenza schietta del linguaggio al suo racconto; un racconto crudo, popolato di porci (umani ed animali), immagini rurali, aneddoti ed episodi lavorativi, morti cruente e reali, che accompagnano e segnano il viaggio dell’esistenza nell’arco di più di quarant’anni; un tempo lungo abbastanza per percepire, capire, analizzare e viverne i cambiamenti, la storia, le corse, le innovazioni e i progressi, pagina dopo pagina, verso dopo verso, sì da giungere fino in fondo senza altra speranza che un’estenuante lotta con quella che pare essere l’ineluttabile e amara condizione degli ultimi in qualunque luogo (da Fermo ad Oslo) di qualunque tempo. (nc)

_____________________________________________

Voi che da mille anni
Portate i mali del mondo
E ne ridete
E ne morite

Franco Fortini

*
12 – pag.26

La pensione da impiegato comunale
è di ottomila ogni due mesi quarant’anni di fatica
per pane e cacio grattugiato
per imparare a stendere la mano per morire solo
oppure finire al ricovero dei vecchi
ubbidire a bacchetta la madre superiora
alzarsi presto imparare a pulirsi l’anima
per avere sempre il pasto abbondante
e morire in un posto fatto per i vecchi
perché crepino senza dare fastidio.

*
13 – pag. 27

E’ morto lavorando
ottant’anni l’ha passati di fatica
sulla fossa ha la croce di latta
un numero e un mucchio di terra
andava a tutte le manifestazioni del partito
diceva che non avrebbe voluto il prete
ma la paralisi
non lo fece più parlare

*
14 – pag.28

E’ quella che canta la tristezza della strada
suo marito è in Francia
e non fa sapere più nulla
e lei e la figlia vivono
degli uomini che vengono la notte.
E il suo canto è come la strada
stridulo e stonato
è come il vapore che esala
dai tetti dopo la pioggia.
Dice a tutti qual è la sua arte
e a volte lo grida ridendo
con l’amaro delle donne.

*
18 – pag. 32

quando ero piccolo avevo paura
di non ritrovare la strada per ritornare a casa
quando ero a casa avevo paura di non riuscire più ad uscir fuori
c’era un bottaro che batteva le doghe e rimbombavano i colpi
nell’oscurità salivamo i gradini che dovevano essere tutti contati
nella tenebrosità dell’aria e dell’acqua
raccoglievo tutto quello che stava per terra
come se camminassi su un cielo pieno di miracoli

*
26 – pag. 40

quando rigetto la bomba lacrimogena che scotta
getto per te il fumo più bello del mondo
e mi ritrovo in un corpo dilatato da comprendere tutti i corpi
e tutto è come fosse per sparire disfarsi nell’aria azzurra
credevamo a quello che prima mai era stato creduto
tutto era come fosse visto per la prima volta
come se i nostri occhi fossero quelli di un altro
ridevamo di quello che mai aveva fatto ridere
adoperavamo parole che prima mai erano state dette
la vita passata era alle nostre spalle come una scorza vuota
e ti sia preziosa la tua gioia perché è sulla nostra gioia
se salvi la tua gioia si salva anche la nostra
ci specchiavamo nelle nostre pupille
sbalordito a vedermi intatto
dentro le tue pupille ridenti

*
31 – pag. 45

canta canzoni di chiesa o d’amore
e se gli dicono di smetterla canta più forte
urlati segnali della ritirata o del silenzio
la calce viene sbattuta sul muro al ritmo delle canzoni
e risparmiare per l’inverno quando ci sarà
infinito tempo per mirare la carta decisiva
mani e carte incrociate che si dilatano
oltre le figure oltre i bar oltre la piazza

*
37 – pag. 51

ha un numero di anni che non si contano
perché per il cantiere non si può superare i sessanta anni
e deve aver falsificato le carte
ha fatto la prima guerra mondiale d’ardito
anche la guerra d’Etiopia ebbe la sua presenza volontaria
avrà pensione miserabile perché in guerra non si mettono marchette
trovare qualche proiettile savio che spacchi qualche osso secondario
non è una fortuna che capita a tutti
normalmente in guerra spaccano tutto
e la fortuna si perde subito nascendo

*
39 – pag. 53

il colpo di martello che spezza il mattone
o il verso allucinato che smaglia
guardare la cosa mentre ci accieca
l’improvviso bagliore della fiamma ossidrica
o quello che cadde nella vasca della calce viva
scavata la fossa scaricate le pietre cotte
poi con l’acqua tutto ribolliva e fumava
il ribollire delle pietre cotte fu l’ultima cosa che vide

*
40 – pag. 54

camminava nell’universo firmino
sventolando una carta tutta timbrata
della trappola brevettata per decapitare sorci
non fatevi abbacinare dall’odore del formaggio
che vi parte di netto la testa
sputare in faccia a quel porco rappresentate di tutti i porci
sperando di avere anche dopo morto sputo in bocca
e sperando anche che quel porco
abbia il coraggio ancora d’avere la faccia

*
43 – pag. 57

i gatti veloci nello scappare con le flessibili code
il vicolo era nel tripudio dell’erbe murane
con una gioia disperata
e una disperazione gioiosa
correvamo verso l’ignoto spalancato

*
49 – pag. 63

è morto con la testa spaccata sul selciato
sporco di olio benzina e sangue
e senza dignità buttando pezzi di cervello
tutta la nostra fragilità davanti ai mostri
in quello spavento del cozzo in quell’ultimo istante
con gli occhi scoppiati vedere la vita che ci esplode

*
50 – pag. 64
camminare nella più profonda estate
con un vestito scuro completamente abbottonato
entrare nelle fresche ariose ombre
con l’estremo rigore dell’abbottonamento
tutto il lecito ristretto su un filo sospeso sopra un baratro
il più innocuo degli abbottonamenti è la catastrofe

*
51 – pag. 65

si accorgeva che doveva parlare
e per parlare doveva smettere di fumare
parlava chi ascoltava faceva sorrisetti
smetteva di parlare e si rimetteva a fumare
scrivere è facile parlare è impossibile
riesce in un certo controllo solo su quello che scrive
tutto il resto diventa incontrollabile e insostenibile
un leggero sorriso giocava sulle sue labbra
che esprimeva la paura più che la gioia
guardava gli altri dal basso
sembrava che stesse sempre a chiedere scusa
come se si aspettasse uno schiaffo da un momento all’altro

*
52 – pag. 66

e noi con noi senza nulla
col male che ci resta
appoggiati al muro
come fucilati

*
73 – pag. 87

il nazionalista cattolico spiegava con denti pieni di ferocia che il fronte guerriero è un altare dove in continuità s’immolano poveri cristi un iddio non come luce ma come una esplosione di tenebre e se fanno passare uno scemo per un genio tutti gli scemi si credono geni e pochi che non sono scemi faranno del tutto per adeguarsi allo scemo nazionale

*
74 – pag. 88

le nostre storie sconnesse e degradate
incapaci persino di un inventato lieto fine
e tanto meno di una qualsiasi catarsi
come la merda che serve per tutte le fecondazioni
la ferocia di quei denti sarà perfino premiata e decorata
se messa al servizio dello stato

*
75 – pag.89

l’utopia era la liberazione di questi cristi risucchiati dall’orrore
su una lotta che durerà per una eternità di tempi
nell’ultime cellule rimaste vive la volontà di resistenza
sarà sempre più cieca e totale
più la sopravvivenza diventa improbabile
e maggiormente verranno lanciati
messaggi disperati verso tutte le direzioni

*

Luigi Di Ruscio

Luigi Di Ruscio

89 – pag. 104

ovunque l’ultimo per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra per la sua voce italiana
ultimo ad odiare e l’odio di quest’uomo marca tutto
schiodato e crocifisso ogni ora
dannato per un mondo di dannati

.

.

Anna Ruotolo, Dei settantaquattro modi di chiamarti (alcuni estratti)

Da Dei settantaquattro modi di chiamarti”, Raffaelli editore, 2012
(pubblicazione Premio ClanDestino)

 

Primo. Cielo indiviso,
cielo nevicato all’improvviso

Terzo. Mani di bandiere
nell’aria
e nella nebbia

Quattordicesimo. La notte
più lunga passata
con te –
giro di rotte
e di pianeti

 

Ventiduesimo. Quando arriva mattina,
biglia nella mano.
Quand’è notte, biglia persa
nell’oscurità del letto

Quarantaquattresimo. Autostrada di venti
e di bandiere

 

Modi

(una montagna)

Mi manca il fiato. Scalatori. La corda è tesa, corre sui pendii.
Qualcuno sale, invoca l’aria. Si avvicina al fuoco e a Dio. Sono esseri speciali, crediamo. Esseri di nervi e di coraggio, qualunque forza li attragga.

Qualunque bene.

[…]

Una montagna è un uomo. Un uomo è una montagna.
Da lì viene. Dalla sua polvere e dalla sua roccia.

Poi l’uomo si abbassa: è una collina. Si accomoda alla terra,
un poco la tocca poi si ritira. È il passaggio della sua crescita
nei primi giorni, dall’inizio di tutto.
Poi si abbassa ancora: è un altipiano. Sfiora coi piedi
il fuoco e l’accensione della crosta. Si ritira ma se si lascia
per intero nel suo spazio sente che tutto è un battere dal cratere,
dal suono e dal caldo primordiale.
Poi l’uomo si appiana: è una pianura.
Ed è il giorno della discesa. Piano piano si livella alle cose dell’acqua
e alle cose dell’erba. Non sente lo sbalzo, finito è il gradino, il pendere
dal dislivello della nascita.
Quando un uomo nasce nella materia toccabile è una pianura
di stelle e di fiorite. E pesci e mostri marini.
E mari di giorno e mari di notte. Acqua di sopra e di sotto.
È infinita distesa.

Tu sei ancora una pianura. E una pianura come te è la più gagliarda,
perché sferzata dal vento e dal sole seccante.
E una pianura come te è la più bella.
Ma quando nell’uomo è innescato il prodigio e nasce, cresce, la crescita
è infinita, fossile, stratificazione di gigantesca materia.
Dalla pianura di nuovo fino al picco: questo è il piano.
Indietro. Dalla pianura alla vetta che tocca la fine del mondo per stare là
nel momento della grandissima salita, nello spazio tutto,
nel tempo che vive di eternità.
Ma quando l’uomo cresce per il suo ultimo salto è stratificazione d’aria leggera,
acqua che vacilla e gocciola pian piano. Perdita di peso. Trasparenza di pelle.
Fiero dimenticatore di parole, fiero lasciatore di pesi, di gelate invernali,
di conti, di parenti, di amori e affetti piccoli e terrestri.
La seconda montagna è la più perfetta. E la sua perfezione è la trasparenza,
l’invisibilità, il volo.

L’uomo, in principio, è una montagna.

L’uomo nato è una pianura.

L’uomo che ritorna è, ancora, una montagna.

Per salire, tu lo sai, diventi ogni ora più leggera. E questa salita è come la discesa.
Sali che non c’è spasimo e fiato corto. Sali che non ti si può più vedere.
Lasci la tua pianura. Cresci di altipiano in collina.
Di collina in cima.

E, se alzo gli occhi, mi manca il fiato.

 

(disordine)

L’ordine dei giorni.

Il disordine dell’inciampo, della parola che pronunci
[dopo dieci giorni
di silenzio e fiato rosso.
Il disordine dell’ora legale e lunghissima sera,
il disordine della tromba sul tetto,
il disordine del matto.
Il disordine della tua storia lanciata così,
il disordine del tuo corpo di bolla e del tuo cuore forte
che se fosse più forte lo direi felice.
Il disordine delle mani battute nella notte,
il disordine dei fuochi d’artificio,
il disordine dello scampato all’onda disastrosa,
il disordine del regalo nel giorno anonimo,
il disordine del gesto gratuito.

L’ordine delle stagioni.

Il disordine del caldo d’inverno,
il disordine del camino acceso a marzo.
Il disordine di tutto il cibo comprato, il disordine del libro lasciato in fretta.
Il disordine del tuo racconto nelle mani di qualcuno.
Il disordine del vento nel sereno.
Il disordine del venditore di frutta sotto la tua finestra.
Il disordine mondiale del primo dell’anno che dormi e ti perdi quasi,se non fosse che arriviamo in fila, rotta la lentezza della tua stanza,
messi i nostri piedi e le ginocchia sul tuo letto, obbligata a bereuna cosa frizzante, obbligata all’ultima fotografia di certezza.

L’ordine delle cose. 

                        Il disordine e il tumulto del tuo sorriso.

 

Sessantasettesimo. Filo tremulo
e tenero soltanto
che cade solitario – un gesto raro –
discende, fa un giro nel giardino mio
un giro nel pollaio, ritorna nella terra.
Gesto santo

Settantatreesimo. Mistero
grandioso
di mattine e oceani
invisibili

Poesiafestival 12 – “assonanze” – Sabato 29 settembre, Spilamberto (MO)

poesiafestival 12
“assonanze”

Sabato 29 settembre ore 16.00
Cortile della rocca
Spilamberto (MO)

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze
Azione N° 21
Il Baratto
Libera veicolazione di parentele elettive e letterarie
su progetto e concertazione di Enzo Campi

Luca Ariano, Vincenzo Bagnoli, Giorgio Bonacini, Enzo Campi, Patrizia Dughero,
Loredana Magazzeni, Silvia Molesini, Jacopo Ninni, Simone Zanin

interpreteranno brani di

Ingeborg Bachmann, Dino Campana, Giorgio Caproni, Thomas S. Eliot,
Aloiz Gradnik, Durs Grünbein, Andrea Inglese, Edmond Jabès, Francesco Marotta,
Pier Paolo Pasolini, Marge Piercy, Ezra Pound, Sally Read, Arthur Rimbaud,
Roberto Roversi, Adriano Spatola, Wallace Stevens, Emilio Villa

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Qui il programma completo del Festival

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Nell’ambito delle iniziative del progetto nazionale di aggregazione letteraria denominato Letteratura Necessaria – Esistenze & Resistenze, inaugurato il 31 ottobre del 2011 a Bologna, e in vista di una ri-definizione delle possibilità divulgative e performative, a partire dalla fine di settembre del 2012 prenderà il via una nuova fase in cui, oltre ai reading cosiddetti “regolari”, si cercherà di realizzare una serie di eventi in cui sperimentare direttamente dal vivo la plurisignificanza dei termini “aggregazione” e “condivisione”.
Il nuovo corso verrà inaugurato il 29 settembre a Spilamberto (MO), nell’ambito delle iniziative di “poesiafestival12”, con l’azione N°21 denominata “Il Baratto”.
La cosa è molto semplice e parte dal presupposto che gli autori cosiddetti contemporanei debbano anche mettersi in gioco attraverso il confronto con altre voci diverse dalle loro. In poche parole, ogni autore che parteciperà agli incontri non presenterà i propri testi, ma una breve selezione di testi di autori cosiddetti classici o anche contemporanei ma comunque conosciuti ai più, che rappresentino per loro un’idea fattiva e concreta di letteratura. A ciò si aggiungerà, per ogni autore, la lettura (interpretazione, drammatizzazione, performance…) di almeno un testo di un altro degli autori presenti all’incontro. Tutto ciò per far sì che i propri testi vengano presentati, filtrati, interpretati attraverso voci diverse, e quindi per donare al pubblico varie possibilità di approccio.
In poche parole: viene messa al bando qualsiasi situazione di autoreferenzialità e agli autori verrà chiesto di esporsi attraverso le parole di altri autori per dare al pubblico presente un’idea di quella che potrebbe essere la propria personale concezione di “letteratura necessaria”.

Sul filo – da Charles Ebbets agli Incubus, passando per Philippe Petit

Una delle più famose foto in bianco e nero di sempre è quella intitolata Pranzo in cima a un grattacielo (Lunch atop a Skyscraper): è del ’32 e l’autore si chiamava Charles Clyde Ebbets. Il quotidiano Repubblica ci ricordava qualche giorno fa, il 20 settembre, che quella foto compiva 80 anni. L’edificio in questione allora Rca Building oggi General Electric Building, fa parte del complesso di grattacieli di Midtown Manhattan in profonda trasformazione nella sua età dell’oro, appunto tra gli anni ’20 e ’30, come sappiamo dalle pagine dei racconti di Francis Scott Fitzgerald, ad esempio in May Day in Tales of the Jazz Age, 1950 (Milano, Mondadori, 1968).

Lunch atop a Skyscreaper: undici protagonisti ordinari e no-name per l’istantanea di un’epoca. La fotografia che, come ben ricorda Walter Benjamin, aveva rovesciato il concetto di arte eterna e – soprattutto – sfidato quello di arte non riproducibile, indaga ora uno spazio (s)confinato catturato primariamente dall’inconscio ottico, uno spazio inteso anche come ‘superficie del mondo’ (secondo la prospettiva di Marco Belpoliti nell’indagine del “visualismo” in Italo Calvino). New York è una città-mondo, fiera, che già fagocita chi vi vive e la vive. Quello di Ebbets è forse uno sguardo sospeso, che incrocia punti di vista diversi e che, imprimendo per sempre queste ‘facce del popolo’, le rende un pezzo di straordinaria quotidianità che si fa leggenda.

La fotografia estende il potere evocativo del visivo ed è forse per questi motivi che quella foto molto fortunata degli operai a pranzo richiama, come in un gioco di matrioske, una performance del famoso funambolo francese Philippe Petit, raccontata in un magnifico film-documentario del 2008 dal titolo Man on Wire, diretto da James Marsh. È del 7 agosto 1974 la sua passeggiata sul filo teso fra i tetti del World Trade Center a più di 400 metri di altezza, laddove lo spazio elaborato inconsciamente diventa reale, trova un ‘contenuto’ fisico. Questo il cinema ce lo fa vedere: immagini ad alto grado di frequenza. Eppure l’azione è immortalata anche nelle fotografie. L’incrocio di corpo (performante), e immagini (riproducenti) ammette un ‘vedere’ multiplo, live e post, unico in quanto la performance lo è, riproducibile in quanto lo sono la fotografia e il documentario. E tuttavia, non è da dimenticare che la performance è anche incarnazione per definizione dell’idea di ars gratia artis «Perché un essere umano sulla sommità di una cima altissima, molto forte ma molto fragile, è un’immagine perfetta» afferma lo stesso Petit, che serve a se stessa per sé.

Nel 2001 le Torri Gemelle crollano, ma l’immaginario ad esse legato e connesso all’epoca prospera di Ebbets – e alla sua prosecuzione nell’arco di tutto il Novecento, e odierna -, non cede. Certo va ri-codificato, come il potere del cinema, e della fotografia.

E quindi, se invece alla camminata di Philippe Petit, fissata su pellicola, fosse attribuito un nuovo significato, come avviene nella copertina dell’ultimo album della band californiana Incubus, If not now, when?, del 2011? «Può essere letta come una metafora della vita: una continua ricerca di equilibri e di senso. È come se tutti noi camminassimo su una corda tesa […]»: l’art pour l’art, in un cortocircuito, può convertirsi anche in ‘allegoria pop’.

Solo 1500 n. 64: Philip Roth e Wikipedia (o una lezione di scrittura)

Solo 1500 n. 64: Philip Roth e Wikipedia (o una lezione di scrittura)

Leggo un trafiletto sulla polemica nata tra lo scrittore americano Philip Roth e Wikipedia. Approfondisco quando su L’internazionale trovo un articolo sull’argomento uscito sul New Yorker.  È Roth che scrive una lettera aperta a Wikipedia per provare a correggere un errore riportato on-line circa l’ispirazione che egli avrebbe avuto riguardo il  libro “La macchia umana”. Wikipedia riportava come personaggio ispiratore il critico Anatole Broyard (voce ora cancellata), Roth sostiene nell’articolo che l’ispiratore della storia fosse un suo amico il Professor Tumin docente a Princeton. L’articolo  ha convinto Wikipedia (in inglese) ad apportare la correzione. Lo scrittore si era sentito rispondere in prima battuta “I understand your point that the author is the greatest authority on their own work,” scrisse l’Amministatore Wikipedia—“but we require secondary sources.”. Pazzesco. Quel che mi interessa a errore riparato è la maniera in cui Philiph Roth abbia “convinto” Wikipedia. L’articolo sul New Yorker è bellissimo, lo scrittore americano mentre si difende regala una lezione di scrittura, di tecnica di costruzione del romanzo. Roth spiega in che maniera all’ispirazione iniziale si aggiungano dettagli, come questi si amplino, come si tratteggino i personaggi, quanto sia importante l’invenzione. Mi sono tornati in mente alcuni amici che negli ultimi due/tre anni mi hanno parlato di Roth come di uno scrittore sopravvalutato. Beh, io non lo so. So di amare molto alcuni suoi libri. Credo abbia scritto almeno tre capolavori: Pastorale americana, Lamento di Portnoy e Complotto contro l’America. Ne ha scritti altri molto belli e alcuni che non mi sono piaciuti. Se, però, mi chiedete: “Roth è uno dei maggiori scrittori degli ultimi cinquant’anni?” La mia risposta è: Sì.

Gianni Montieri

Il link all’articolo di Roth sul New Yorker

Apertura del Fondo Librario di Poesia Contemporanea presso il Centro Libellula a Morlupo (RM) (post di Natàlia Castaldi)

domenica 30 settembre, alle ore 17,00
si inaugura

IL CENTRO LIBELLULA

e l’apertura alla consultazione del

FONDO LIBRARIO DI POESIA CONTEMPORANEA
raccolto dall’Associazione Culturale PoEtica
presso la nuova sede sociale in via San Michele, 8 Morlupo RM
con il patrocinio gratuito
di Biblioteche di Roma e del Comune di Morlupo

Sito dell’associazione PoEtica web http://associazionepoetica.com/ e mail associazionepoetica@gmail.com

_____________________________________

Skype viviana.scarinci
http://vivianascarinci.wordpress.com/

mob 333 2045759
_________________________________

ASSOCIAZIONE PoEtica
Fondo Librario di Poesia Contemporanea
info associazionepoetica@gmail.com
http://associazionepoetica.com/
____________________________________________
CENTRO LIBELLULA
Servizi per il lavoro e per la cultura
Via San Michele, 8
00067 Morlupo Roma
info libellula@libellulaservices.com
sito http://libellulaservices.com/

Bolaño, Serrano, Ostuni, Carofiglio e il diritto di critica

Roberto Bolaño ne “L’ultima conversazione” (ed. Sur, 2012) a una domanda circa la differenza tra uno scrittore e uno scribacchino risponde così:  “Una scrittrice è Silvina Ocampo. Una scribacchina è Marcela Serrano. La differenza sta negli anni luce che le separano”. Questa frase mi è tornata in mente circa la questione aperta in questi giorni tra  Gianrico Carofiglio (scrittore) e Vincenzo Ostuni (editor di Ponte alle Grazie e poeta). Tempo fa Ostuni, sulla propria pagina facebook, scrisse: «un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes», riferendosi a “Il silenzio dell’onda” di  Carofiglio, finalista al Premio Strega 2012. Gianrico Carofiglio tra le molte possibilità, a sua disposizione, da poter usare per difendersi, cosa fa? Lo cita in giudizio. Complimenti vivissimi. Avrebbe potuto scriverne su un quotidiano, avrebbe potuto dire – ad esempio: “Parli bene te che avevi un libro in finale” o dire: “Ostuni, quello che lei dice non è vero e le dimostro perché.” eccetera. Non mi risulta che la Serrano o la Allende (che Bolaño tratta anche peggio) siano mai ricorse alla Magistratura per replicare alle dichiarazioni dello scrittore cileno, mentre mi  risulta che di “sfanculamenti” tra scrittori  ne sia piena la storia (per saperne di più vi rimando qui). La questione Carofiglio è molto grave perché attacca il diritto di critica, la libertà d’opinione; è grave qualunque sia il pronunciamento dei giudici, è grave che si sia d’accordo o meno con Ostuni. Un’importante iniziativa, in difesa di Ostuni e della libertà di opinione, promossa da un gruppo di intellettuali, si svolgerà domani a Roma, qui il link con i dettagli: Nazione Indiana. Chi potesse ci sia o sostenga l’iniziativa.

GM

Marina Pizzi, Cantico di stasi – inedito (post di Natàlia Castaldi)

Marina Pizzi

Marina Pizzi

Marina Pizzi

Cantico di stasi
2011- 2012

1.
in un ospizio di foglie
la pigrizia dell’angelo.
si secca la gioia di dio
pertugio di lacrime.
incline al giocondo arenile
balbetta d’eco la conchiglia.
in mano all’armonia dell’inguine
resta la giara senza l’olio santo
prosciugato dal resto del mondo.
mandami un calesse avrò già pianto
nel dilemma scortese del fango.
è tutta qui la resina del dubbio
quando la casa crolla tutta sicura
di stare in piedi. i duri fratelli
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.
in un tuono di vendetta la scaturigine
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo
spadroneggia sugli amanti senza riparo.

2.
quale imbrunire mi offuscherà la fronte
nella schiera di nuvole nemiche
scacchiere senza angeli di fianco.
oggi il diverbio è pastore di se stesso
quasi un convulso esodo di stasi
verso l’ombra che per tutti c’è.
in un buio di casale voglio l’occaso
della pace. in primavera si addice
la mia voglia di avverare aiuto
almeno alle fontane senza acqua
battesimali di cenere per sempre.
la croce sulla fronte non basta
il salario di essere felici, anzi
la casta delle ronde tonifica il demonio.
i prìncipi sono pochi e i sudditi
immensi. così lo stato delle fosse
vive, lo stato del dominio delle cose
fatte ad arco per castigare meglio.

3.
posso dormire una notte di scalee
quando le donne con lo strascico
giocano a copiar principesse.
presepe laconico guardarti
dentro il cullare delle darsene oleose
materne quanto un albero di riva.
in mano alla questura di dare appello
la turba che bada la scommessa
di perire sasso senza turbe
né baveri alzati da ubriaco.

4.
così si dice pianga la lucciola
quando la manna si fa spazzatura
presso la porta dorata del folletto.
il bimbo gioca a se stesso da piccolo
ma non lo sa e non è felice appieno.
si sa che è uno zero lunatico questo
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.
nella sabbia che fatica le staffette
corre la fiamma a cercar di amare
le zuffe di ferrosi amanti.
in un duetto di fragole di maggio
invento le gole di fratelli golosi
così noiosi da sembrar gemelli.
l’arena di truppa non fa finir la guerra
né la buona cucina invita qualcuno
per esorcizzare il rantolo.
la pagnottella con il prosciutto è leccornia
da altare. tu inventa una steppa che
sappia grilli parlanti come le gemme
delle favole. dividi con me questo
cimitero acquatico di fuoco. io non
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.

5.
ho imparato a giocare con le statue
in grandi mari a tuffarci insieme
inguine di donna la marea
sotto la guerra di perdere i bambini
in preda alla resina dei barbari.
in mezzo all’avarizia della bara
sono rimasta cenere sgraziata
dai sassolini dei venti più potenti.
in mano alla paglia dei falò
da viva imparai le ceneri
le belle faville che non smettono.
i cortili dei vivi avevano altarini
acquitrini per i pesci rossi
non peccatori i miti degli amori
aperti a mo’ di libri sui davanzali.
in barca sulla fronte dell’anarchia
la chela del granchio non osò toccarla
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.

6.
La finestra dello scontento
lungo le rotte del mio sacrificare
la calca della palude. nell’interno
del diamante vedo il cestino
delle inutili stimmate. sono molto a soffrire
questo marziano d’ansia.
indarno gli appunti non spiegano
la disgrazia delle mosse senza rispetto
le malizie che contengono l’arrivo
sulle supplenze del vento sempre contro
il beneficio del faro tutto stante.
in gara con la rondine che vince
si ritiri la noia che dà da piangere
al cinereo bastone del basto dentro.
qui si immola l’avarizia del contendere
solo acquazzoni con le morse delle gocce.
in mano alla pietà della risacca
le scorie nelle mani sono l’affetto
di gente morta nel giardino delle meraviglie
così si dice nelle fole di vinti talami.
la paura del soldato è lo steccato
dinamitardo. qui se ti affretti a scappare
apra la sorte il vento e l’avarizia crepi.

7.
quale bistro truccherà il mio zaino
in perla d’indovino finalmente
per correre alla maniera dell’atleta
con la lancia in resta e la corona in testa.
nulla parlerà di regole oceaniche
visto che lo stagno piange fanciullo
e la pallottola ha trascorso la nuca.
così morta la ciurma della ronda
nulla potrà cantare alla madre del bivacco
l’accomodo di dirle una pietà.
alla cometa del rantolo maniaco
si scomoda il respiro per spirare
la corta moda di morire sùbito.
in mano al dado del sicario
si ottenebra la calce del loculo
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.
in mano alla caduta della rotta
faccio ammenda di me nei secoli
per le placente irrise che non ebbi.

8.
dio di cancrene stare zitto
sul filo del rasoio come abaco
atto al rasoterra. l’alone della terra
è fiato smesso pronto per il sottomesso
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto
della conca in culmine di oceano. iddio
canuto questo scempio fiumara di fumo.
addio al sasso che giocò al vetro rotto
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno
l’alunno zoppo che non può scalciare
contro la poca aureola del sogno.
in lutto guarderò la sedia vuota
dove rantolò la scherma di Ulisse
il bel cerchio di restare vivi.
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio
di chiamarsi al dondolo. muore la spada
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.
oggi si accantona il bacio
per un giro ancora.

9.
mi metterò l’occaso in riva al sangue
e capirò perché la luna è piena
o spicchio di capestro. l’alunno saturnino
della pena gravita una roccia. dove da oggi
è turno di scempio prestare il rantolo
occludere la fiaccola del coraggio. in stato di
omuncolo regalo assiomi miracolosi
d’asma. eppur domani sia consono
il re del soqquadro per la caligine
del retro stato. un fato di nebbia
mi epuri l’odio. non basta raccontarsi
un enigma se la storia è dio. è da sùbito
l’urto con la fossa certa. d’animo e conclave
non avrò amore nel furto di esserci. la cenere
d’olimpio dove si culla il sole senza speranza.
e la darsena si acclude all’osso di sterco
al comignolo che ottura il cielo
verso la rottura col mito. in fase maschia
non sarà riscossa espugnare il rantolo.

10.
finalmente avrò un bottone d’agio
finalmente. e dietro l’ambito delle vene
rosse non ci sarà più il sangue, ma la fine
dolcissima della vita. nel ginnasio degli angeli
voglio andare dove la pena non è neppure
un ricordo. nelle scalee di prìncipi e tiranni
resta l’odore della morte per il popolo dei
gioghi. gigli secchi comprendono le tombe
quando nessuno si ricorda più
di quali stati fu il cruciverba e la badata
stasi di dormire raccolti in un apice
di piume. lo sterzo è la vendetta del morente
con urli o silenzio secondo la paura.
immersi in un letamaio di giullari
si contamina restare stamberghe di sé.

11.
lasciami andare a un sinonimo di eclissi
dove l’abaco conti solo miti
e siluri di alfabeti miracolosi
dove la cornucopia è sazia
e la viltà non ha indici
né sbagli di scommesse.
intagli di meraviglie starti a guardare
nell’eremo che soqquadra le pianure
perdurando le eresie del bello
sotto le cimase dell’esodo folclorico
e le rotte evangeliche del sorriso.
indarno il quadro scoppia di bellezza
se questo deserto è prova di catrame
e la trama del foglio perde la scrittura.
il trono maniacale dell’estetica
espunge il costato dell’arsura
questa bravura di piangere per sempre
nonostante le zeppe sotto la lavagna.
il crudo amore inguaia la progenie
misfatto editto per la solitudine
tutte già belle le turbe delle spose.

12.
mia madre è morta di strano cuore
una maretta intrisa di preghiera
la mia di sapida bestemmia
dove la pietà si annulla in urlo.
in un covo di rettitudine blasfema
ho sopportato l’agonia la gogna
dell’attesa e il silenzio finale.
con un pellegrinaggio di lenzuola
la giornata si fa atroce come la purea
di tutti i giorni e le cibarie pessime.
escludo da me la veglia della gioia
questa vanga di fanga e di gran fuoco
quando i fiori si gettano per terra
a piramide profumata. si toglie tutto
anche la croce per la cenere maligna.
resti o svapori poco importa alla baldanza
di lucciole letargiche e fuochi fatui.
i lavori degli uomini continuano
a trasportare morti per furti futuri.
si ruba ai morti tanto non costa niente
e la baldoria non barcolla un attimo.

13.
l’arringa del salice piangente
ingenera chissà quale soccorso
verso il sudario della donna in lacrime
sul crimine d’intendere l’area del pozzo.
quale dolore t’infilzò la milza oh fratello
del bosco? quale scoscesa realtà
volle sedurti al panico? intùito vederti
ormai che morta fu la nenia di
baciarti oltre. così commosso l’antro
del mio bene non trova strada sul dazio
del sale. ora me ne andrò per far cometa
il sogno. al vespro la madre non rincasa.
tu sapevi che piangere è morire lungo
la rotta del salario chiuso. misure d’asma
non trovarla più.

14.
vado all’espatrio ogni notte
con un tatuaggio nel cervello
botta e risposta senza fine
la mia carriera visitata da ferri
arroventati. nei denti un faro
di conchiglia. una perplessa
aurora quanto un cimitero
divelto. miserere del respiro
continuare la scansione del
tempo. vocativo d’estro volerti
accanto. camminami sul petto
abbi pietà del mito che ci rese
fragili. passa la vendetta un canestrello
di vespe. la grazia occulta della siepe
è un buon cammino nonostante
non sapere l’aldilà. incudine di putti
verremo uccisi tutti.

15.
qui si sale in coda all’erba vinta
alla riscossa che non sa di niente
né di pane azzimo la scuola.
il perno della foce è dietro l’angolo
una madonna in estro di fallacia
per un girotondo di perle senza
viottolo. si sta conserti mappamondi
in torto sull’occaso di dar spallate al mondo.

16.
al caso del mio cantuccio si cammina
a vuoto. fantasma di rovina accavalla
le gambe come una signorina. inganno
in camice chirurgico non sa operare
la rima con la vita. tacita piange la zucca
delle ceneri parenti, padre e madre simili
al cemento. urlo l’uno silenziosa l’altra
la cuccagna dell’aldilà è da vedere
con l’esame dei bocciati. le spalle ordinate
di soldatini morti. le cicale hanno smesso
per pietà di far tormento al calco dell’estate.
intruglio di penombra questa perpetua
stasi. sentire addosso le resine è cimelio
d’altitudine contro la pozza del seminterrato
d’oggi. ordigno di cometa sapere le regole
del tempo vetuste come la luna presa.

17.
le gambe affusolate dell’origine
incutono un rispetto solitario.
l’indagine di me si fa all’oscuro
dove tramonta l’ebete maligno
e si ristora la belva addormentata.
in un canestro di vuoto il lamento
della giacca lasciata lungo il viale
nero di cornacchie di malaffare.
una cura a salve mi promette pace
cornucopia di ragnatele per salvare
l’eco del tunnel che fa stramazzare
i passeri e i velluti delle spose.
in me silente la bramosia del secolo
consacra bancarelle di molestie
per le stelle che non riescono a salire.
indagine di cometa starti a guardare
alunno che non seppe la lezione
né il rospo cavernoso da salvare.

18.
quale sarà l’occaso che mi stroncherà
il viso. la giostra sarcastica che non giocherà
pietà. mano alla nebbia forestiera
si chiude il parnaso dei cipressi
i pioppi segaligni che stanno stare
al fianco della gara dei ribelli.
in tutta gratitudine voglio chiamarti
amore segno di velluto per la notte.
invece la guerra è alle porte dove
si disprezza il giorno. in un fagottello
di ghiande ho messo via chi sono
una manciata di eremi dismessi
dove piange la fanga abbandonata
l’indirizzo illusorio sul palmo della mano.

19.
Aletta di digiuno guardarti il viso
morto all’altezza della favola
di trovar vita. mitezza d’aquila
la foce senza genitori, sola.
sul foglio di ruggine è caduta
la rondine. in un dirupo di squallido
meandro si azzera la fanciullaggine
la gita pazza di rompere l’argine.
diceria del canneto amarti
sotto i sassi della discordia
la lampada canuta senza luce.
invano questo restare invano
stani nei vespri le stanze più belle
le astenie pro capite di lividi.
è un gennaio afoso quasi un agostano
storpio stanato da chissà quale bestemmia.
guancia di meringa la tua anima
manciata sulla luna e di ricordo.

20.
la gita sotto il crepuscolo
ladrone di speranza
dove si attiene il bozzolo di nascita
la stampella certa del divenire
acrobata di sterco sulla terra.
l’indugio qui a carponi trottola
di niente e sghignazza la fola della fortuna
lontana dove non avviene aureola di sole
né apostrofe d’amore. il nulla dove si aggioga
la clessidra ha il basto certo della risacca
l’acume vuoto di perdere ossigeno.

21.
scansione di autunno le foglie
che vegliano l’amore restio
sul greto della voglia di morire
incudine e martello un solo trespolo
per allontanare la furia della luce
e l’ìndice a cimelio della scorta
d’ombra. bravura già sarà non aver
malore né languore di tirannide la
trottola incapace di pietà. tu dammi
un angolo di cipresso una leccornìa
per la vergogna di esistere e la stazione
dentro l’occhio pavido di dadi da lanciare.
me includi l’arena della giacca per un gioco
di cristalli con le domeniche fangose
sotto guanciali nebbiosi, tragici.
il grappolo di mimosa è fregato
dal fischio del vento senza avvento
nel chiodo dell’orecchio saturnino
nomea di sé giammai l’armistizio.

22.
dio del pensiero storpio
abbuia già.
qui sulla mensola del fatto
si registra l’asola di piangere
la strada nulla dell’apostolo
generico.
non tradurre le ceneri del silenzio
tra le novene azzurre delle povertà
le crisi del vero sotto tramontana.
invano si palesa l’ermo della stirpe
l’inverno canuto del postremo
indizio. vicende di trascorsi
non credere al vieto annuncio
dell’angelicato stato. il cencio
della morte porta via laconico
l’albore vate del gerundio nuovo.

23.
al cospetto del cipresso voglio andarmene
alunna senza la cornucopia della gioia
in mano alla stazione della veglia
dove galleggia la fioca giostra della strada
e si danneggia l’agave bonaria
e l’aloe patteggia la dimora.
invano le frescure della notte
ingannano il talismano reso cieco
dalle asme vigliacche delle ciotole.
le cure vandaliche del cosmo
disperano le rotte del fantasma
le migliorie del falso per i mozzi.
in terra d’ascia le fanciulle estreme
dimostrano che l’inguine è la forza
abbreviata del cielo. imposta l’ombra
all’acuir del bavero il vento si troneggia.
il compleanno del frutto è sotto
stasi d’edera. nulla si accredita
alla faccia dell’ambulante. qui si muore
in palio di giocata dove la rotta spande
secoli di secoli e la mania esercita
vendetta. il panico già liso della fronte
intonaca la curva della morte.

24.
la pietà di un antro è quando giungi in ritardo
e sgretoli la messa in un sudario
antiquato come un bambino morto.
indugio e catrame il tuo sguardo rantola
dalla trottola dell’alba fino a notte fonda
e la ginestra grida il tuo dolore.
in fase di randagio il tuo rispetto
non trova pietà. all’interno del fato
la rondine stramazza. qui si coltiva
l’imbroglio per il pianto inutile di scarto.
indagine e premura non supportano
la rotta né il fieno per gli innamorati.
è una crosta d’anima che sanguina
vicino all’angelo custode così impotente.
in tutto lo scempio di subire si spegne
la patria di darsene darsena. muore l’aurora
che segna il verso e la paura è la forsennata
strage sul genio del bambino. l’area pedonale
della stirpe non sopporta famiglia. il diavolo
della discesa è ripida falena. il gaudio della iena
è in fase di strappo di morso letale.

25.
più vicina si scontenta la nebbia
erbaccia del cielo piena di denti
per impaurire la cialda della rupe
appena in tempo per cadere.
s’infrange il bozzolo del sole
bestemmiando lo zotico carbone
che lo attende amico inutile di fede.
invano lo scarabeo della mondezza
trafuga pallottole di pane
tanto la fuga lo schiaccerà al passo.
immensa la fortuna della ganga ridanciana
dove si avverte l’Ercole di giungere
chissà dov’e la mania del bello.
in ernia di ciabatta voglio correre
con la graziosa epidemia di piangere
sempre e perché con il motivo vecchio.
ingiungo a te di chiamarmi astrale
cometa elemosiniera, canestro chiuso
alla palla. anzi avverti i miei che sono
morta nonostante la criniera del gallo.

26.
mi va di crollare nel fantasma
ascesi finalmente senza asma
né manuali per restare
nonostante il lutto che spalanca gli occhi.
in fatto di cornucopia ho perso il nome
presso la cantata infernale della fanghiglia.
tu che piangi le aureole ventose
del sacrestano le pulizie sacre
senza morto da celebrare.
con le borchie sulla spada dell’angelo
voglio giocare agli inseguimenti
tanto per farmi amare un po’ di più.
in palio alla materia del contendere
sto giù da tempo senza museruola
né crolli di comete fratellastre.
strazio e cipiglio questa anestesia
non buona al dolore che si ripete
fratello di iena colmo di bestemmia.
mia la manciata degli sterpi
volitivi al massimo della furia
dove si addentra la madre senza figli.

27.
sarà festivo il dì del nome tuo
traguardo di balbuzie nonostante
lo scarto dell’ombra. avrai di dio
l’icona buona la saggia chiave di
chi rompe indugio per flettere la
nebbia oltre steccato. la conca della
culla sarà conclave contro la veglia
dell’ora tragica. beltà del sacro cuore
la tua nomea è vertigine di bosco
dove consola la terra la bestemmia.
la stiva della ruggine fa di sangue
il veto, la rotta ginnica di guardare
il sole per adoperare la vita verso
l’estro di conoscere la lira delle statue.
canestro ingordo l’infimo del bordo
e la giuria che convoca vocali di abbecedario
la filastrocca occlusa alla vendetta.
ammanco di cipressi la tua stalla
viadotto di comete senza magia
nel ristagno del fiotto rantolante.

28.
viuzze di alfabeti starti accanto
simulare l’occaso per un brivido
d’amore. invece è tacito l’embrione
di morire da sotto il glicine
piangente. gerundio di rondine tornare
natività del bandolo il sorriso
se finalmente si eterni la questione
di ridere accartocciati insieme ai fiori.
si erutta sul calvario l’ultimo bacio
cimitero di rendite desertiche
milite ignoto l’occhio di cristallo.
in tasca l’arbitrio del diario
con l’elemosina scaduta della briciola
il sisma in canottiera della sposetta.
miriadi di rantoli guardarti andartene
in mano alle lanterne delle grotte
dove nessuno è visto per vedere.
in tana sull’occaso piange il figlio
con la scarogna enorme della nascita
inflitta per dominio di demonio.

29.
con la palude negli occhi
continua il ludo di perdere la spada
nella conca di mia madre che non è arrivata
partita dall’avamposto del rantolo.
così si sceglie l’osteria del sorso
verso la gita di perdere la veglia
e il germoglio di orecchini regi.
gironzola così l’attore di cometa
quando lo sforzo è fatuo di piantagioni
ginestre di pavoni i giardini infantili
nell’aprile la quercia si fa vestale
di strani strali verso le rovine del tetro
malessere sonnambulo di grido.
al fuoco delle rondini che scappano
la malia del demonio se la ride
con l’attaccapanni impicca i poveretti.
sull’orlo della frusta ho stimato il cuore
neastro come il panico del sale
stato nella cenere per sbaglio.

30.
così si muore nel dialogo del sale
il borgo chino della bocca secca
quando felice come addobbo il gobbo
passeggia nei viottoli più ciechi.
tranquilla nella morte la madre
ha il volto diafano del consiglio
la nulla fame del singhiozzo ucciso.
incontra insieme a me la stanza vuota
il lavorio di sembrare vivi
nonostante la voglia di morire.
così è mortale la spianata d’ascia
quando l’alunna non sa la lezione
né uno scivolo appena per scappare.
in curva alla minaccia dello strapotere
resta la culla unica del fiato.

31.
non sarà l’occaso a rovinarmi il viso
né la casta delle rovine addosso.
in fase di postura mi mancherà la madre
la bella fiaccola che era guardarla
dall’apice della gola la gioia in pianto.
l’erpice del demonio è un’acuta vergine
una risposta fatale per la botola
di non tornare a casa.

32.
così si carica il mio ridanciano aspetto
questa pupilla con l’iride bianca
senza rispetto per le farfalle.
sono una gestante senza figlio
né per caso un lingotto d’oro
per i piatti della cena di natale.
sono una molecola stizzita
un pallottoliere senza colori
né eremi nascosti per la scarti.
in culla di mestizia ho curato
un angelo, pensa un po’ un angelo
protettore ammalato di impotenza
e lusinghe tramite le preghiere.
qui non c’è pace nella sarabanda
del caso, ma piange il dotto che
non sa parlare. le lunghe astenie
non sanno abbattere un caso contro
una palese ingiustizia sul fratello
accanita al guinzaglio della disputa.
si abbatte l’ardore in un fermaglio
stia zitto l’uomo che blatera risparmio
verso il costante cospetto di morire.

33.
la bisaccia della rondine non basta
a trasportarti da me. l’inguine della meridiana
inventa un amore per tramortire
le paludi. indagine corsara starti a sbirciare
per ciarlare il verbo di rincorsa
inventando la guardiola delle gioie
inesistenti e vane.
giochini di comete nei bambini ciechi
quando la bussola connette le onde
per divertire quegli occhi spaesati
riuniti sotto buio. la marea del discanto
scaturigine le nenie poverette
le turbe scure di chi piange sempre.
prestato Olimpio starti a guardare
da sotto le tenebre del fato
tanto per giocare con la terra smossa
riordinando i fiori all’insaputa del grano.
giorno notturno la spocchia del pipistrello
quando i cattivi paventano i morti
e le notturne spole delle lucciole.
l’indarno fa con me la vita nera
l’apostolo diavolesco degli sterpi
dove si fanno asole cucite per far
restare il petto aperto al vento.

34.
chiude la voce rantola pesante
mistero d’angolo, mia madre.
pagliuzza di cometa presagire
quale sarà la zattera salva
l’aquilone al dito della gioia esatta.
va e si spreca la furia dell’onda
mareggiata senza cantico di sirene
né rotte esotiche da girare in guado.
morente l’addobbo della nuca
nel silenzio botanico dello sguardo
la solitudine senza panico guasto.
imago la rugiada sul capino del passero
pensa la goliardia di trovare un ufo
da sotto l’orto abbandonato a sasso.

35.
già s’inarca il fausto cortese
il senso molle del fusto senza albero
quando bambini si gioca con qualsiasi
essenza di divario. io non trovo luce
d’oratorio né verso da scrivere redatto
dal ponte dove stridono i gabbiani
o le bambole remote di chi fu
vanesio esule di sé. ingordigia di sale
aspro ricordare il costo di crescere
sotto la luna sprone per i sogni
vellutati daini. s’innamora l’atrio
della diaspora quando tutti stanno
andando via verso il silenzio del dato
tratto. in mano alla macedonia del dolore
si tempra la vergogna del gran piangere
noi sterpi qualunque di vogare. in piena
alla fanga atavica del lutto
torni l’encomio di fingersi ginestra
la tempra giusta di giocare in coma.

36.
vanno di moda i trucioli del baro
le litanie maligne delle ruggini
quando soccorso non arca arcobaleno
né al forziere si aliena la ricchezza.
una legione di acrobati le stille del sangue
quando le amazzoni purificano le chiome
col vento di maggio. è giocoforza non combattere
le falle avvenute dal lontano scarabocchio
della botanica acerba. le serre troneggiano
l’afa del buono dove ingrassano le piante
succulente e labili come un viaggio sacrale
verso il più lento spirito di bacio con spina.
s’inforca la pietà per le lentiggini giovanili
quando la rotta è un apice di raggio
e la paura un tuorlo da farcire.
impaginando l’estasi in un tuono
allora ho il libro da cucire per darlo
alla ginestra più tenace al cibo migliore.

37.
invia il sale all’unità degli occhi
dài soccorso alle lapidi bambine
dove s’intromette il sorso del diavolo
o il cannibale volo della cornacchia
rumorosa. abbi pietà di me che salgo
lungo navate viscide di brina
e conseguente il lamento quotidiano.
nonostante l’avallo dei ciottoli per correre
resta la fiaccola di non capirci niente
né sotto ruota né in apice di gemma.
il mare che azzera le pignatte
non sa fare la polenta della nonna
né la cometa azzurra delle fate
lamentevoli qualora le si lasci spente.
io piango l’avventura della roccia
la scialba calamita del bello fiore
la baraonda dei casi di diamante.
inverno toccherà la ronda dei fantasmi
il mito caro di dirsi fuoriusciti
dalla vendemmia di vendetta. non ci sarò
pertanto per additarmi vinta.

38.
favola ingorda lato di proverbio
tutto contuso il rantolo del santo.
senza speranza il tufo del tugurio
quando domenica si esalta di benedizione.
è giusto il frate che dimora acqua
e pane in un letto di stoppie.
memoria confusa l’arsione di amore
quando la pia indagine del bacio
ciondolava allegrezza sotto l’abaco
di contare le rimanenze e le zattere ferite.
in mano al conclave delle nuvole
abitava una storiella senza senso
né come d’uso si potesse fare
la lirica del petto senza soffrirne.

39.
invecchia la primavera in un arancione di gambi
la briciola del passero avvera la pietà
se da domani scricchiola l’inverno
e il paese doma la cicala
patriottica e ribelle.
di già palese l’eredità tombale
quando chiunque tace sulle sevizie
subìte in età solare. la massima mansione
è sanatorio d’astio quando qualora qualcuno
sorride d’ilarità finale. gaudio da scoglio
somigliare l’angelo traguardo nel dado fido.
il tutto il mio saluto arriverà premura d’angelo
finalmente la gerla di una mole di fiori
dove qualcuno riderà ragazzo
ed io simile sarò. scherni d’innesti non saranno
i fratelli trascurati dalla baia del porto
dove si foggiano gli orfani. tamburi di norme
le direttive del cielo o la barzelletta blasfema.

40.
dove cicala il mondo l’elemosina
grandezza stimmata del vuoto
caracolla nel diluvio delle lacrime.
qui un’identità è un coma castellano
invaso dalle onde delle meduse
senza occorrere dire la bellezza
qual fu un aneddoto felice.
fa conserva la rondine del nido
e la barcaccia del cielo sfinito
non aiuta le lucciole del cespuglio.
in mano alla mignotta che intristisce
viene dal cavo la resa marmorea
il nodo in panne di trovar la pace.

41.
sarà così che andrà via l’umano
dal sangue prolisso dell’invano,
la gloria scalcinata dell’infanzia
quando mia madre m’incise il cuore
per una manciata di cipressi plurimi
dove nessuno osa ridere la nenia
di guardarli. in pugno all’osso di mio padre
morto questa cometa resa permuta di sé.
la giuria della foce è il disinganno
protervo quando una rupe in fretta
canuta. la tuta della neve è un pupazzo
che fa cadavere sulla panchina
patente noia della vita china.
il feretro del sole non sa promettere
che regalie di ceneri. il ghetto del sopracciglio
non mi fa vedere che ombre nel breve viale
che sperpera la rosa e la inuma.

42.
resisto da sola in campo corto
in un assesto di storia quasi sbornia
per uno svilente anfratto senza abbracci.
brancolo una neve che mi dia rispetto
un aspetto smilzo per le rondini
finalmente una gincana credula
dove addormentare il tempo.
un urlo bonario di civetta
accrediti il lunario presso dio
con la risposta in apice di cielo.
qui a me di spalle c’è un diamante cieco
valore letargico e mortale. accanto
a un amante mansueto s’issa
la stazza del verdetto.

43.
azzardarmi a piangere ancora
tu che fosti amore di corriera
quando la strada inciampicava
e la cava eterna dell’oro
era la nostra vanagloria.
più piccolo di un putto il tuo soldato
quando preparava la vita con lo zaino
delle belle arti e si baciavano in fronte
i passerotti con le allodole dolenti.
vizzo paracadute non vivo più
che argini divelti verso il lutto
della resina partigiana più forte
della colla. in lutto dal secolo scorso
m’immacolò il dorso della nuvola
così per pietà d’affitto. ora regna
vuoto lo scivolo senza le giostre
o il pegno della rondine a tornare.
immortale il setaccio di mia madre
trova ceneri proprie più nulla da guardare
dal faro che vanifica la luna. ora è morto
il rito e l’alfabeto beato qualora fu bambino
in sella alla trappola divelta. in crollo alla tattica
del cielo la foto di mia madre è sbiaditissima.

44.
elemosina stellare il coro del lutto
dove si trovano gli elenchi delle stasi
e le vermiglie monadi del sale
dove gareggia la miglior giovinezza
e s’inquina l’ufficio giornaliero
tra venuzze di strade senza fine
per l’elegia di nozze senza senso
dove troneggia estate la superba.
venuzze d’altro mondo fare la guida
verso paesi dotti di ossigeno
mangimi per gerundi stare allerta
quando prevale l’enigma di tanto male
tra lo squallore del legno e le formiche
che schedano l’alloro della gioia
in un divario di denaro per assassini
in un urlo di silenzio per l’avaria
del tetto senza amore. incudine di satana
vederti morire da sotto le squame del serpente
per addii di gruppo dove si muore
in assoluto candore. viltà del sale
il peso del romanzo giallo su nel viale
che sale alle panchine. italiano il chiodo
sulla fronte dove si appende amore
e la condotta anemica del dubbio. inediti
viali di leccornìe le fate.

45.
dove sarà il figliastro dell’ombra
che mi percuote le notti
che brama la bava del diavolo
e volteggia sulle cosce del Vesuvio.
intaglio aritmetico baciarti
ora che vuoi morire all’abituro
dove ha furore la darsena nervosa.

46.
dica di me l’orazione funebre
la squallida via della stazione in sé
dove s’incalza la darsena in rovina
e la sentinella del bacio non sa danzare
la rotta verso il secolo senile.
uncinata la pelle si dà al rantolo
al peso marmo della scalea in aiuto
tanto per non flettere la vita.
qui intorno al letto stiamo senza dare
la mano della tonica fortuna
né la dacia per tornare in corsa.
già qui si abbatte l’eremo del sale
la terra vuota senza emozioni
né vezzi per le rondini girandola.
in pace con l’acido del diavolo
velo nel docile sudario
il volto magro del tuo rigido dormire.
invece morta gronda la tua sfinge
figliolanza del gelo per rottamare
chi fosti stimolata dalla gioia.
muore marina la resina del fatuo
tuo addobbo di madre giovane
in fato con la gloria di non essere.

47.
vicolo guardingo e sottovoce
costato che piange le favole
ma lo stratega le riordina
per un residuo di gioia.
vive il santuario un giovinastro killer
una ringhiera mobile alla pioggia
nessuno è al sicuro sotto l’incubo
di perdere staffette anemiche
perseveranze di ieri volerti bene
quando ormai è ora di palude
e la genesi si fa ultima
marina di costato per il sale pessimo.
il genere di piangere è vetusto
tu sei stordito dalla ronda del dado
dalla faccenda di ascoltare gli angeli
mutanti soprattutto sotto il tempo.
gira la luna l’eredità del figlio
la pozza esatta che ti dà intruglio
e manuale da ascesi per combattere
le figliolanze caduche della fune
sotto la luna. l’età del buio figlioccia
questa rupe di blasfemia perenne.

48.
su per l’asilo in zaino e bandiera
nacque la faida delle rondini cocciute:
crolla nuvola d’ospizio!
laterizio d’ombra sembrare madre
per piangere di meno latitanza
per giungere ai cipressi gemellari.
ho messo il diario sulla fronte
per perdere l’amnesia del fiume lento
qualora persistesse la graticola del piangere
ad armi impari con il diavolo in saccoccia.

49.
In un asso ho creduto quando ero giovane
panchina verniciata di fresco
per accogliere gli incentivi delle vane
ancora vaghe grandiose nel suo flusso.
Dio di naufrago ho raccolto la salma
la malattia del cucciolo che non sapeva cantare
né eliminare le mosche che l’opprimevano
ecco l’invano escogitare avventure.
La giacchetta del milite sembrava ammalarlo
da sotto al bavero che non bastava al vento
né al ricorso di dire sono novello
per proiettare il fucile contro.
I libri in pila sopra il davanzale
lo aspettavano in zattera di fresco
ma la finestra si aprì e tutto cadde.

50.

_________________________

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55.

Ha pubblicato i libri di versi: “Il giornale dell’esule” (Crocetti 1986), “Gli angioli patrioti” (ivi 1988), “Acquerugiole” (ivi 1990), “Darsene il respiro” (Fondazione Corrente 1993), “La devozione di stare” (Anterem 1994), “Le arsure” (LietoColle 2004), “L’acciuga della sera i fuochi della tara” (Luca Pensa 2006), “Dallo stesso altrove” (La camera verde, 2008, selezione),  “L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), “Il solicello del basto” (Fermenti, 2010), “Ricette del sottopiatto”(Besa, 2011);

*****

[raccolte inedite in carta, complete e incomplete, rintracciabili sul Web: “La passione della fine”, “Intimità delle lontananze”, “Dissesti per il tramonto”, “Una camera di conforto”, “Sconforti di consorte”, “Brindisi e cipressi”, “Sorprese del pane nero”, “L’acciuga della sera i fuochi della tara”, “La giostra della lingua il suolo d’algebra”, “Staffetta irenica”, “Il solicello del basto”, “Sotto le ghiande delle querce”, “Pecca di espianto”, “Arsenici”, “Rughe d’inserviente”, “Un gerundio di venia”, “Ricette del sottopiatto”, “Dallo stesso altrove”, “Miserere asfalto (afasie dell’attitudine)”, “Declini”, “Esecuzioni”, “Davanzali di pietà”, “Plettro di compieta”, “Segnacoli di mendicità”, “L’eremo del foglio”, “L’inchino del predone”, “Il sonno della ruggine”, “L’invadenza del relitto”, “Vigilia di sorpasso”, “Il cantiere delle parvenze”, “Soqquadri del pane vieto”, “Cantico di stasi”; il poemetto “L’alba del penitenziario. Il penitenziario dell’alba”];

***** le plaquettes “L’impresario reo” (Tam Tam 1985) e “Un cartone per la notte” (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); “Le giostre del delta” (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004). Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto tre premi di poesia. *****

[Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Asmar Moosavinia, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Gian Paolo Guerini, Valter Binaghi, Giuliano Gramigna, Antonio Spagnuolo, Emilio Piccolo, Paolo Aita, Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Nicola Crocetti, Giovanni Monasteri, Fabrizio Centofanti, Franz Krauspenhaar, Danilo Romei, Nevio Gàmbula, Gabriella Musetti, Manuela Palchetti, Gianmario Lucini, Giovanni Nuscis, Luigi Pingitore, Giacomo Cerrai, Elio Grasso, Luciano Pagano, Stefano Donno, Angelo Petrelli, Ivano Malcotti, Raffaele Piazza, Francesco Sasso, Mirella Floris, Paolo Fichera, Thomas Maria Croce, Giancarlo Baroni, Dino Azzalin, Francesco Carbognin, Alessio Zanelli, Simone Giorgino, Claudio Di Scalzo, Maria Di Lorenzo, Antonella Pizzo, Marina Pizzo, Camilla Miglio, Michele Marinelli, Emilia De Simoni, Linh Dinh, Laura Modigliani, Bianca Madeccia, Eugenio Rebecchi, Anila Resuli, Luca Rossato, Roberto Bertoni, Maeba Sciutti, Luigi Metropoli, Francesca Matteoni, Salvo Capestro, Fernanda Ferraresso, Flavio Almerighi, Dino Ignani, Gianluca Gigliozzi, Natàlia Castaldi, Stefano Guglielmin, Luigi Bosco, Nanni Cagnone, Flavio Ermini, Franca Alaimo, Roberto Maggiani, Federica Nightingale, Federica Galetto, Luigia Sorrentino, Alessandro Baldacci, Viola Amarelli, Giusy Calia, Alessandra Pigliaru, Enzo Campi, Sofia Rondelli, Domenico Pinto, Velio Carratoni, Franco Arminio, Rosa Francesca Farina].

*****

Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno. Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista “Poesia”. E’ tra i redattori del litblog collettivo “La poesia e lo spirito”, collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. *****

Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco.

Sul Web curava i seguenti blog(s) di poesia:

http://marinapizzisconfortidico.splinder.com/=Sconforti di consorte

http://marinapizzibrindisiecipr.splinder.com/=Brindisi e cipressi

http://marinapizzisorpresedelpa.splinder.com/=Sorprese del pane nero

Stanno per uscire: La giostra della lingua il suolo d’algebra, Edizioni Smasher, 2012

e Un gerundio di venia, Oédipus Edizioni, 2012.

Francesco Accatoli – inediti

Nessuna nuova

Così pure cadiamo lenti
lentamente come morti ammazzati,
facendo cose quotidiane,
io cucinando paste buone, tu che cerchi un diversivo
per lo sporco più ostinato.
Qualcuno in sala ha parlato – senti?
raccontano storie anche loro,
hanno imparato in fretta, oppure ci sono nati.
Qui da noi ci sono nati. Lo dico da sempre.
I merli maschi schioccano tra gli ulivi
per i crampi della fame
tutto ha bruciato il gelo delle nevi,
la terra corrugata non li mantiene.
Nessuna nuova in primavera
sui muriccioli degli orti. Altri dalla
vergogna sono volati a sud.

Maroso

Poi c’è la resa,
il fiuto della polvere sui mobili,
la foto a cui pensiamo digiuni;
credimi, è stato un uomo a dirti
la muta dei contorni.
E vedere ci appartiene, quanto l’ocra
della spiaggia cui non sappiamo rinunciare.

Perché ci somiglia questo tratto di riviera,

il neutro maroso dei giorni
in cui non sono stati salvati momenti
alcuni, né insegnamenti, né le vittorie
che ci aspettavamo.

CHIUSURA IN TRE MOSSE

I

Acre la plastica sa di saliva
hai contato le volte che
ho detto basta e dopo questo c’è la morte,
il lungo sonno delle sedie vuote.
Ora mangiano gli avanzi
di quella sera, l’unto
amaro che galleggia sul piatto,
la crosta del formaggio andato a male.
Andato al male.

II

Adesso non ti dirò le paure
che ormai non potrai più sapere.
Mi curverò come un molo del nord,
sarò il cemento di questo ponte bianco,
la vertigine delle cicogne a collo torto.
Poserò un contrafforte all’ingresso,
un argine di contenimento
al tuo ritorno
tra gli odori della cucina e della pelle
appena lavata, di amuchina.

III

Presto sputerò la buccia dei lupini
la tua buccia bianca e amara
e berrò del vino rosato fresco
ad altre latitudini, per altre lingue che non ti sei
mai messa ad imparare;
vorrà dire che non sarà più possibile parlare
come quando si faceva giorno dopo l’amore,
come due corpi massacrati.

*******************************

(c) Francesco Accattoli

In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La nona tappa si snoda tra “due mondi e quattro lingue” (C. Siani), i due mondi e le quattro lingue di Joseph Tusiani.

Il mio primo incontro con la poesia di Joseph Tusiani risale alla fine del secolo scorso. Stavo progettando un corso di formazione in servizio sulla competenza plurilingue e mi imbattei inevitabilmente in questo poeta straordinario. Una mattina, all’alba, Rai3 mandò in onda un servizio su un convegno di entusiasti e robusti sostenitori del latino lingua viva. Uno dei partecipanti più vivaci fu intervistato: era Joseph Tusiani. Cominciai le ricerche e venni a scoprire che uno dei più grandi studiosi di questo poeta plurilingue era un mio tanto riservato quanto stimato collega a scuola, Cosma Siani. Fu a lui che chiesi di intervenire nel corso di formazione, per raccontare la poesia plurilingue di Tusiani. Cosma mi riferì che Joseph Tusiani, alquanto incuriosito dall’iniziativa, gli aveva rivolto un bel po’ di domande sull’insegnante romana di origine meridionale e con una zia di San Marco in Lamis (suo paese natale), che lo aveva scelto come modello esemplare per poter presentare la poesia plurilingue a insegnanti di italiano, lingue classiche e lingue moderne. Qualche anno dopo, a Roma, ebbi finalmente la gioia di conoscerlo, in Campidoglio, in occasione della presentazione del bel volume di Cosma Siani su di lui. Si trattava de Le lingue dell’altrove. Storia testi e bibliografia di Joseph Tusiani  (Edizioni Cofine, Roma 2004). La voce pacata e profonda, il suo italiano dai toni classici, il sorriso aperto e attento, con qualche lampo sornione: ho cari tutti questi dettagli, che rivedo idealmente nel documentario di Sabina Digregorio Finding Joseph Tusiani: The Poet of Two Lands (2011).

In Vite parallele in un nodo di continuità, prefazione al prezioso volumetto di Cosma Siani Manhattan Log. Geografia e storia di Joseph Tusiani, Furio Colombo scrive:

«Ci sono due percorsi per rendere omaggio a Tusiani, per dirgli gratitudine da italiani (tanto più da italiani che hanno vissuto all’estero) e da lettori che conoscono, in tutte le versioni, il suo lavoro.

Il primo è considerare lo straordinario sovrapporsi, altrettanto intenso e creativo, delle lingue diverse. Il secondo è biografico, personale, storia di uno straordinario emigrante. Lo dice lui stesso. Tusiani non è la stessa persona, la stessa voce, quando scrive in latino, quando scrive in italiano, quando scrive in inglese, quando scrive in dialetto. Non è solo il suo dominio della lingua scritta e parlata a dargli il dono di trovare e cambiare, con precisione assoluta, il registro delle diverse concertazioni.

Il fatto è che si tratta di storie diverse, al modo in cui un grande attore diventa di volta in volta un altro nelle diverse interpretazioni e può farlo non a causa della sua natura di camaleonte – che è gioco di superficie e di imitazione – ma cercando in profondità le ragioni di cambiare voce». (Manhattan Log, supplemento al n. 23/2000 di “Protagonisti”, 3-4)

Il percorso proposto qui prende dunque spunto dal suggerimento di Furio Colombo è dà voce alle quattro lingue della poesia di Joseph Tusiani.

In vehiculo subviario

Omni die, omni mense,
Statione Fordhamense,
Cum per nubes sicut rima
Lux insinuatur prima,
Sine pace, sine pausa,
Laborandi semper causa,
Mihi mobile est cubiculum
Subviarium vehiculum.
Tamquam miserae sardinae
Stant personae matutinae
Semper notae sed ignotae,
Mixtae maestae mutae motae,
Oscitantes ter et quater
Mater, filius, filia, pater
Atque avunculus et frater.

                                                       Unda profunda profunda profunda
                                                      Unda profunda profunda profunda.

Alter dormit, alter legit,
Alter nudum pectus tegit,
Oculosque alter fricat
Quamquam nihil nemo dicat.

                                                      Unda profunda profunda profunda
                                                     Unda profunda profunda profunda.

Vultus omnes ego rogito
In silentio et excogito:
«Quis ex istis hic non erit
Cras viator? Quidque gerit
Ista nova dies genti?
Nos lacessunt vitae venti.»

                                                    Unda profunda profunda
                                                    Unda profunda profunda.

Si vis vivere et esse
Laborare nunc necesse.
Laborare laborare:
Quare quare quare quare?
Quid est ista vita brevis
Volans sicut umbra levis?
Quid est dolor, quid est amor,
Quid diurnus iste clamor?
Quid sum ego, quid sunt isti
Viatores?  Mente tristi
Ego vehor, vehor ego,
Ac necessitatem nego
Usque ad mortem laborandi.
Sed hi strepitus nefandi
Cessant: strident omnes portae.
Pellens, agens et irrumpens,
Paene vixdum et procumbens,
Multitudinem non piam
Linquo et exeo in viam.
Ibi labor, vitae cursus,
tenet me et tenet rursus.

1974 (Da Carmina latina)

*

Nella metropolitana

Ogni giorno, ogni mese,
nella stazione Fordhamese,
quando si insinua la prima luce
fra le nuvole squarciate,
senza pace, senza pausa,
– il lavoro ne è la causa –
per me è una mobile casetta
il metrò che giù mi aspetta.
Come misere sardine
stan persone mattutine,
sempre note e sconosciute,
miste, meste, mosse, mute,
sbadiglianti molte volte,
madre, figlio, figlia, padre,
e lo zio ed il fratello.

                  È onda profonda profonda profonda
                 E onda profonda profonda profonda.

Uno dorme, l’altro legge,
l’altro il nudo petto protegge,
uno si stropiccia gli occhi
ma nessuno dice niente.

                       È onda profonda profonda profonda
                       E onda profonda profonda profonda.

Ogni volto io interrogo
in silenzio e intanto penso:
«Chi doman non ci sarà?
e che cosa porterà
il dì nuovo a queste genti?
Della vita ci chiamano i venti».

                                 È onda profonda profonda
                                 E onda profonda profonda.

Se vuoi vivere ed esistere,
su, lavora, non desistere,
lavorare tocca a te,
ma perché, perché, perché?
Cos’è questa vita breve
Che va via come ombra lieve?
Cos’è il dolore? e l’amore?
e il clamore di ogni giorno?
che son io? cosa son questi
viaggiatori? Tristemente
son portato, trasportato:
la necessità io nego
di faticar fino alla morte.
Ma lo strepito assai forte
cessa: stridono le porte.
Tra spintoni e urti uscendo,
e per più quasi cadendo,
la moltitudine non pia
lascio ed esco sulla via.
Qui il lavoro quotidiano
mi prende la mano.

(Trad. E. Bandiera)

*

Aubade in Gray

Gray was the color of all timelessness
when timelessness and color were all one.
There was no fire yet, there was no sun,
there was God dreaming of a light called man.
And then time trembled out of timelessness,
victory rising from no battle won.
There was no music yet, no crying done,
there was God dreaming of a voice called man.
Now look and listen. In this timelessness
the first birds twitter, the first shadows run,
heaven and earth and dusk and dawn are one,
and I am dreaming of a God called man.

1965 (Da Gente Mia and Other Poems)

*

Canto dell’alba in grigio

Era il colore grigio senza tempo,
e senza-tempo e grigio eran tutt’uno.
Non c’era fuoco già, né sole alcuno,
c’era Dio sognante lume d’uomo.
E il tempo nell’eterno scosse un fremito,
vittoria senz’alcuna guerra vinta.
Non c’era musica ancora, né gemito,
c’era Dio sognante voce d’uomo.
E guarda e ascolta: in questa eternità
fischiano i primi uccelli e scorron l’ombre,
cielo è terra, alba è sera in unità,
ed io sogno un dio detto uomo.

(Trad. C. Siani)

Questa poesia, così come le due che seguono,  è apparsa anche nel volume In 4 lingue. Antologia di Joseph Tusiani, a cura di Cosma Siani, Cofine editore, Roma 2001. I riferimenti sono rispettivamente alle pagine 15, 32 e 22-23

Quistu vine iè trascente

Quistu vine iè trascente
ma ne tegne ‘nu bucchere:
se llu veve, che piacere!
se llu forne, che delore!
E cuscì te guarde e spije,
terra bella, terra mia,
culla seta inte lu core.
Te vulesse veve tutta
sine all’ùtema stezzodda,
ma te tegne perlebbata
pè quedd’ora desperata
quanne, sule inte la fodda,
i’ ha vulé ‘nu ‘mmucche duce
p’affruntà l’amara luce.

1978 (Da Tìreca tàreca)

Questo vino è abbocchevole

Questo vino è abbocchevole
ma ne ho un solo bicchiere:
se lo bevo, che piacere!
se lo finisco, che dolore!
E così ti guardo e osservo,
terra bella, terra mia,
con la sete dentro il cuore.
Ti vorrei bere tutta
fino all’ultima goccia,
ma ti conservo prelibata
per quell’ora disperata
quando, solo tra la folla,
desidererò un sorso dolce
per affrontare l’amara luce.

(Trad. A. Motta, T. Nardella, C. Siani)

Lettera a don Fernando Pessoa

alle rime non bado: è raro scorgere

alberi uguali, l’uno accanto all’altro

Col dovuto rispetto, Don Fernando,
in questo solitario andirivieni
che ha nome vita, m ’agghiaccia il pensiero
di restar solo, orridamente solo
in mezzo a creature sole, alberi soli,
in una solitudine stellare
su questa terra, stella umana e sola.
Diventa gioco anche la solitudine,
dal nascere al morire, dalla prima
ombra che, nulla in sé, s’insinua sola
sopra ogni cosa e si fa poi valere
con il nome ed il monito di notte.
Io cerco compagnia per sopravvivere
o almeno per durare fino al giorno
a me assegnato da Qualcuno ignoto
di cui avverto a volte la presenza
in me, proprio per questo mio bisogno
di sentire, a me intorno, un suono eguale
alla mia voce ed, al di là del mio
silenzio estremo, un simile tacere
d’astri e natura in vincolo fraterno.
È opulenza di musica e luce
che da recessi di radici e linfe,
con pretesto di rima, mi costringe
a ricercare rivoli ed accordi
onde allietarmi pareti senz’eco

e senza volto che mi rassomigli. […]

————————————————————————————————

Joseph Tusiani, nato a San Marco in Lamis, nel Gargano, nel 1924, ed emigrato negli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra, ha svolto carriera universitaria a New York come docente di letteratura italiana. È autore di un’opera multiforme che abbraccia un vasto corpus di traduzioni poetiche italo-inglesi (tra gli altri: Dante, Petrarca, Boccaccio, Pulci, Tasso, Leopardi, Manzoni, Pascoli), numerose raccolte di poesia creativa, un’autobiografia in tre volumi e svariati interventi saggistici e critici. Un grande archivio in rete è costituito dal Centro Studi Tusiani.

Come leggono gli Under 25 #13: su Sleep di Amelia Rosselli

foto di © Dino Ignani

“Sleep”: la ricerca, la lingua, l’inferno in Amelia Rosselli

di Maddalena Lotter

Le poesie in inglese di Amelia Rosselli raccolte in Sleep appartengono a un libro privato, rimasto inedito in Italia fino agli anni Ottanta. Credo che nei riguardi di questa strana, vertiginosa, raccolta la domanda da porsi non sia “perché l’inglese?”, visto che è proprio nella sua voce plurilingue che la Rosselli afferma la sua identità di poeta e di messaggera, laddove con plurilinguismo si intende anche uno spaziare in altri linguaggi, ad esempio quello musicale, per una necessità di espressione che lega le arti (in questo caso appunto parola e musica, un legame intenso che proprio in Italia conosce un’indagine profonda già nel Medioevo, passando poi per le innovazioni illuminate dell’opera di Claudio Monteverdi). Il punto, credo, potrebbe essere questo: ci sono cose umane che si dicono “meglio”, con più proprietà, in un linguaggio piuttosto che in un altro? C’è una giustezza nel linguaggio che viene scelto per comunicare l’essere, il resto, il Tutto, laddove per “giusto” intendiamo “esatto”? L’inglese di Amelia Rosselli è consapevolmente foriero di una tradizione, quella anglosassone, che forse con più esattezza di altre ha esplorato nei secoli quello che emerge anche nella poesia di Sleep: “l’amore come sessualità e desiderio, la religiosità (blasfema, ma non per questo meno intensamente sofferta), la propria incontenibile, dissacrante femminilità.” (dalla postfazione di E. Tandello, ed. Garzanti). Infatti come scrivere in italiano significa riconoscere Dante, così scrivere in inglese significa inevitabilmente confrontarsi con Shakespeare, ed è in questo riappropriarsi della tradizione che Rosselli ha cercato amleticamente un suo Io:you might as well think one thing or another / of me; I am not a mercy’s chance, nor do / I want you interpretation, having none / myself to overpower me.” (“tanto vale che tu pensi una cosa o l’altra / di me; non sono alla mercé del caso, né / voglio la tua interpretazione, non avendone alcuna / io stessa a sopraffarmi.” pag. 125). Scrive sempre E. Tandello: “il personaggio della raccolta è infatti una proteiforme, sfuggevole creatura metà arlecchino, metà diavolessa, ‘un erede’ al femminile del fool shakespeariano che, in un tragicomico duello con l’Altro, sia esso amante o Dio, afferma coraggiosamente la propria identità.” Riecheggiano nella voce inglese della poetessa anche i luoghi profondi, sepolcrali dell’inferno miltoniano, in cui si mescolano divinità ctonie a realtà umane: “Hell, loomed out with perfect hands, wrapped / our glare with a fierce shudder of fright into / the night exchanged for a pair of rubies. […]” (“L’inferno, tessuto da mani perfette, avvolse / il nostro sguardo irato con un intenso brivido di paura nella / notte scambiata con un paio di rubini.” pag. 67); la parola “Hell” con cui inizia la lirica ha una forza precisa, perché rievoca la memoria antica di una nota formula: “Better to reign in Hell than serve in Heaven” (J. Milton, Paradise Lost), vicina forse al mondo poetico rosselliano, alla sua luce e al suo buio irrisolto.

“We had lit the world with our calling but
the ever-changing scenes at our window
of our souls cut by three giant trees sword-
shaped drew from us heavy sighs.”

Avevamo illuminato il mondo con la nostra chiamata ma
le mutevoli scene alla nostra finestra
delle nostre anime fese da tre giganteschi alberi a forma di
spada ci strapparono grevi sospiri. […]

(traduzioni di E. Tandello)

***

Sleep come prosecuzione di un (probabile) intento modernista 

di Alessandra Trevisan

Nell’avvicinarsi alle liriche di Sleep di Amelia Rosselli, è necessario tenere un doppio sguardo, di superficie (o tangibile) e che scavi contemporaneamente alla radice, e possa entrare in primo luogo nel terreno della lingua, in quel fecondo plurilinguismo che in Rosselli è peculiare proprio perché triplice (inglese-italiano-francese). Quella di Amelia Rosselli è infatti una poesia che in tutte-le-lingue si frange, una lingua poetica che ‘fa blocco’ pur rompendosi in mille pezzi, e vive di queste continue tensioni che sono endogene. Io credo che di temi e rimandi abbia correttamente parlato Maddalena, ed aggiungerei che la frammentarietà del femminile – sebbene sia sì, una ricorrenza che troviamo in moltissime autrici del Novecento (o che riscontro soprattutto con il mio occhio, forse) – sia a maggior ragione sostenuta da questo linguaggio che si spezza e si ri-aggiusta continuamente, come un vaso che cade a terra e diventa ‘mille cocci’ ma preziosi, che si frantumano con irregolarità proprio per l’accidente della caduta. Alfonso Berardinelli dice che le sue sono ‘formazioni meteoritiche’ e che il suo sperimentalismo è necessità linguistica, con un richiamo infantile spontaneo nei modi – di spezzare il verso, di utilizzare nuovi lemmi – e nei rimandi alla tradizione. Stiamo parlando di un ‘gioco verbale’ – così lo definisce Tandello, che è anche sua traduttrice – molto ‘alto’ e ‘altro’, altro perché la migrazione linguistica è anche connessa ad una migrazione fisica e mentale che riguarda la vita di Rosselli, e altro due volte perché in qualche modo credo che in nessun altro suo scritto sia così palese il rapporto di Rosselli con la musica. Con Sleep siamo tra il 1953 e il 1966.
Parto da un prima però, ossia dal ricordare che tra i modelli qui rintracciabili c’è anche T. S. Eliot in cui l’evidenza formale-poetica è preponderante (lei stessa parla di un uso del verso largo anglosassone come impronta), scavalca qualunque genere di significato: il significante vince e supplisce ad una mancanza, o cerca di trasferire altrove l’attenzione nei confronti di un ‘senso’ del testo. Se c’è in The Waste Land un senso lo si cercherà all’infinito; la forma propriamente detta è significato, il suono anche. Il punto è che la musica vive di questo, cioè della mancanza d’una pretesa di verità e ammette la presentificazione come (unica) forma possibile del comunicare, due aspetti molto peculiari delle poesie inglesi di Rosselli.
Questa poesia trova forza in un molteplice presente, come la musica fa; è una poesia colta che tende all’eterno (cui il poeta aspira da sempre) pur restando ancorara all’immanente, e per questo si può dire che condivida un intento modernista, a mio avviso (l’esuberanza di forma prosegue anche nella Beat Generation). Emblematici potrebbero essere questi versi, per autodefinizione calzanti:

Do come see my poetry
sit for a portrait, it
hangs in dimples, by the
light bay window, and pronounces
no shape of word, but that
you find it imperative.
[…]

*Sleep si trova in edizione Garzanti, 1992 con traduzione di Emanuela Tandello appunto, e nei Quaderni di poesia dell’editore San Marco dei Giustiniani di Genova con traduzione di Antonio Porta.