Giorno: 28 agosto 2012

Il coraggio della scrittura in Cesare Pavese

Cesare Pavese

Cesare Pavese

«Tu non sai le colline dove s’è sparso il sangue»

Il coraggio della scrittura in Cesare Pavese

di Davide Zizza

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“L’arte deve scoprire nuove verità umane, non nuove istituzioni.” (lettera  di  Pavese  a  Rino  Dal  Sasso,
20 marzo 1950)

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La mia lettura di Pavese cominciò poco prima della maturità, grazie a un regalo di mio fratello in un pomeriggio di primavera. Quel dono fu La casa in collina. In copertina un suggestivo e solare dipinto di Van Gogh, Campi di grano. Mi avvicinai con curiosa ignoranza alla sua narrativa, come chi timidamente mette i piedi in mare per saggiare un primo bagno. Pavese allora mi era davvero sconosciuto. Il libro, oltre a tracciare colori e impressioni provenienti da una terra diversa dalla mia, fu una luminosa scoperta di immagini cariche di valore umano. Quei luoghi mitici mi richiamavano una consonanza con il dipinto della copertina. In seguito lessi Il compagno, tutte le poesie, per poi arrivare al diario e La luna e i falò. La lettura de La casa in collina e Il compagno restituirono un’impressione neorealistica alla mia percezione. Certo Pavese meriterebbe una trattazione analitica esaustiva e serrata, ma non è la critica il campo di Marte nel quale voglio addentrarmi, vorrei solo trovare una scusa dalla memoria per recuperare una chiave di comprensione di un autore che a parer mio ha avuto coraggio e perseveranza.

L’esordio letterario di Pavese è legato alla poesia – un’uscita un po’ sofferta se leggiamo le lettere di sostegno alla pubblicazione di Lavorare stanca da parte Leone Ginzburg, amico di Cesare, indirizzate al direttore editoriale Alberto Carocci, della fiorentina Solaria[1] – ma nel passaggio alla produzione in prosa (a seguito del periodo di confino a Brancaleone Calabro) la sua scrittura conservò quella tensione lirica alla quale ritornerà con la stesura de La terra e la morte[2] e con Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Una tensione lirica, marcata da un isolamento interiore, esilio dal mondo nel mondo che fu una cifra costante accentuatasi nel tempo e da lui mai abbandonata. Calvino, conviene rammentare la loro fraterna amicizia, ricordò che sulla fascetta per la riedizione del ’43 di Lavorare stanca fu proprio Pavese a far stampare «Una delle voci più isolate della poesia contemporanea»[3].
Il leitmotiv della scrittura del nostro ‘uomo solo’ risiede nella pratica della scrittura, nella quale riversò un intenso impegno culturale, pur se dai tormentati tratti esistenziali. L’uomo Pavese coincide con il Pavese scrittore lucido e sotterraneo, immerso nel progetto di raccontare per vivere. Di questo narrare per vivere egli tramava una sequela di temi che raccontavano un fatto indicibile svelato fra il quotidiano e il simbolico. Sempre Calvino scrisse come «Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può solo tacendola. Tutt’intorno si compone un tessuto di segni visibili, di parole pronunciate: ciascuno di questi segni ha a sua volta una faccia segreta (un significato polivalente o incomunicabile) che conta più di quella palese, ma il loro vero significato è nella relazione che si lega alla cosa non detta»[4]. Solitudine, silenzio e letteratura, credo si potrebbe individuare con questi termini tanto lo svilupparsi di una coscienza che riversava sulla pagina esperienze derivate dalla storia con sottintesi quasi autobiografici (Prima che il gallo canti) e introspezioni accompagnate alla riflessione letteraria (Il mestiere di vivere) quanto di un’osservazione descrittiva da ‘stacco della telecamera’. Qui occorre ricordare la passione di Pavese per il cinema, tale da alimentare la sua immaginazione fino a scrivere dei soggetti cinematografici la cui realizzazione tuttavia non avvenne mai[5].

Il viaggio letterario di Pavese uomo e scrittore prese varie direzioni che finirono per coincidere o incontrarsi: poesia-narrativa, romanzo breve, poesia in prosa, saggistica, poesia lirica d’amore, racconto, dialogo, soggetti per cinema, di nuovo poesia per finire con il romanzo, il tutto con la parallela e continua presenza del diario. Sono generi che obbediscono ad un’esigenza, ma ancor più riflettono una fase interiore in linea con la modalità creativa a lui più vicina, forme di scrittura corrispondenti alle forme dell’anima. Oltre la spinta creativa, va riconosciuta nella sua opera che il carattere culturale prevale sul carattere civile. È vero, per dirla con parole sue, che attraverso i suoi romanzi circoscrive e conclude un percorso dai contenuti civili, eppure tale percorso non delinea il profilo di un homme engagè: «Hai concluso il ciclo storico del tuo tempo: Carcere (antifascismo confinario), Compagno (antifascismo clandestino), Casa in collina (resistenza), Luna e i falò (postresistenza)»[6]. Il primato della linea creativa e letteraria su quella ideologica venne confermata in una lettera dell’autore di Marcovaldo a Valentino Gerratana[7], dove espressamente disse di lui: «[…] marxista non fu mai né si può dire che tentò mai di “fare i conti” col marxismo; considerava il marxismo non in contraddizione con il tipo di ricerche che lui coltivava; ma il suo pensiero si sviluppò per vie proprie e terreni in cui quasi non incontrò il marxismo. Schivo e inadatto alla politica com’era, dimostrava a volte un senso di disciplina rigorosissimo: domenica 1 agosto venne volontariamente con i compagni di cellula a raccogliere firme contro l’atomica per i caseggiati popolari del nostro quartiere.» Sebbene l’iscrizione al PCI (dopo la Liberazione) fosse avvenuta per regolare la sua posizione e quindi come a districare un nodo di perplessità e incertezza, «la politica – sostiene Mila – non trovava gran posto nella sua vita interiore […]. Né la forza che gli può esser venuta dall’adesione a una posizione politica, né gli eventuali attriti interiori di natura ideologica hanno pesato molto sulla sua bilancia.»[8] Pavese era quindi un uomo fatto di libri, milioni di pagine, un «concentrato di letteratura e pensiero» e se non nutrì un impegno civile stricto sensu, seppe rispondere al regime da uomo di cultura. La letteratura era la sua ideologia.

Pavese sviluppò differenti ambiti tematici che seppe fondere in un progetto unitario e coerente, fra cui il significato del mito trasposto in chiave esistenziale, il senso della morte che accompagna la vita e le dona una sacralità inattesa nei gesti più quotidiani, la parola che per rivelare le sens caché prende la via del simbolo per riassumere il risvolto più silenzioso e tragico della vita di ogni persona, lo sviluppo di un’educazione interiore e intellettuale come work in progress verso una maturità consapevole di se stessi e della storia nella quale l’uomo si ritrova[9]. Forse mai come in questo caso sarebbe per lui più appropriata la riformulazione di Feuerbach: l’uomo è ciò che ricerca.
Si dice che uno scrittore trascorra il tempo a inventare e popolare uno spazio indefinito di luoghi, di persone, di storie, di sentimenti, un mondo vario in cui l’autore non lasci tracce di sé, e poi nel momento migliore della sua presa di coscienza (talvolta poco prima di morire) comprende di aver tracciato un fitto sentiero di verità umane. Credo valga anche per Pavese, scrittore di impegno coriaceo, la cui ideologia della scrittura può essere ben rappresentata da un aneddoto-immagine tratta da una testimonianza di Luciano Simonelli. Accadde una notte che i bombardamenti (siamo nell’agosto del ’43) colpirono la nuova sede Einaudi. Pavese arrivò presto come era solito ogni giorno, e quando osservò lo stato dell’ufficio non si scompose, raggiunse la scrivania, tolse i calcinacci e si mise a correggere le bozze.
Il suo gesto di scrivere fu la sua risposta alla vita e alla storia.

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Note:

1] Di questo esordio ci informa l’Introduzione di M. Guglielminetti in Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi 1998, p. VI
2] Le 9 poesie furono pubblicate sulla Rivista “Le Tre Venezie” n° 4 – 5 – 6, Padova 1947, poi in edizione postuma insieme a Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi 1951
3] I. Calvino, Note generali al volume delle Poesie edite ed inedite, Einaudi, 1962, p. 216
4] L’articolo di Calvino fu scritto su invito de L’Express nel 1965 in occasione della traduzione francese de La luna e i falò, ma non pubblicato per ragioni di lunghezza. Fu pubblicato dalla Revue des études italiennes (nuovelle série, tome XII), 2, avril-juin, nel 1966 e poi riproposto sull’ “Avanti” del 12 giugno 1966
5] Gli scritti editi ed inedito sono riuniti in: Cesare Pavese, Il serpente e la colomba. Soggetti e scritti autobiografici, a cura di M. Masoero, Einaudi, 2009
6] Il mestiere di vivere, annotazione del 17 novembre 1949, Einaudi 2000, p. 375
7] La lettera è del 15 settembre 1950, viene citata nel libro di Paolo Spriano, Le passioni di un decennio, Milano Garzanti 1986, p. 38; di questa lettera ci informa con citazione della fonte Franco Vaccaneo in Cesare Pavese, Gribaudo 1999
8] Massimo Mila su un articolo de L’Unità del 22 ottobre 1952, p. 3, Il diario di Cesare Pavese
9] I suoi interessi si riversarono pure in un intenso lavoro editoriale con la Einaudi per la quale ideò nel ’47 in collaborazione con Ernesto De Martino la nota “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici”; la collaborazione con la casa editrice fu avviata nel 1934 e interrotta a distanza di un anno per esser poi ripresa il 1 maggio del ’37 fino all’assunzione nel ’42.