Giorno: 19 agosto 2012

scrivo poesie e non so di cosa parlano [riflessioni sul messaggio artistico], di M. Lotter

Qualche giorno fa durante un aperitivo in strada, caldo afoso, vento zero, una mia amica mi presenta un tipo carino: studia qualcosa di ambiguo che mescola l’arte all’economia, non ho capito bene. Però ho la sensazione che troverà lavoro. Beviamo una cosa tutti insieme e a un certo punto la mia amica esplode dicendo “sai, Madda scrive poesie!” e lui “davvero?” e io rispondo, gonfiandomi un po’ di orgoglio “eh sì!”; lui tace, sembra perplesso. Sta caricando la domanda. La domanda è: “che bello! E di cosa parlano?” Sto zitta. Penso: sei un coglione. Però dico: “mah, di tutto…!” e lui: “cioè?  Prova a farmi un esempio…”. Mi trovo in difficoltà. “Mah,” dico, “delle persone, delle relazioni, delle cose….della vita insomma.” Lui mi guarda con una leggera smorfia, come se avesse visto un grillo appoggiato su una trave di camera sua, sta pensando se schiacciarmi o lasciarmi andare per la mia strada. Mi lascia andare, nel senso che la discussione muore lì e cominciamo a parlare di cosa faremo dopo le rispettive lauree (che forse è ancora peggio).

Tornando a casa mi sentivo a disagio. Credo così tanto in quello che faccio da non avere una valida risposta a quella semplice e insulsa domanda? Come mai non sapevo cosa dire? Io non so di cosa parlano le mie poesie. Provo allora a rileggerne alcune. Spesso compaiono persone, facce, proiezioni mie sugli altri, ma anche contemplazione di stati d’animo, mescolanza di luoghi del mondo e luoghi dell’anima. Tutte quelle banalità che ti dicono nei libri di storia della letteratura, insomma. Quelle tentate spiegazioni che vanno a uccidere la bellezza del risultato artistico di qualcuno, motivo per il quale a scuola, con la grande presunzione che da sempre mi contraddistingue, non ho mai letto le considerazioni critiche in quelle griglie a fine testo che sembrano “gabbie del sapere”. Dopo varie riflessioni giungo a qualcosa che mi soddisfa: io non mi avvicino all’espressione artistica per cercare di dare un senso alle cose, il senso non mi interessa. Il senso si tocca, si vive, non si spiega. A me interessa il mezzo, cioè il linguaggio (i linguaggi, nella fattispecie la parola e la musica), mi interessa il canale che cerca di mettere in contatto la realtà con le percezioni che ne ha l’uomo, percezioni che spesso vanno ad alterare la realtà. Quelle degli artisti (dio li abbia in gloria!) vanno ad arricchirla. Ma non potevo rispondere al ragazzo che le mie poesie hanno come tema l’arricchimento del reale, ad ogni presunzione c’è un limite. Cioè, sono la prima scema che capita al bar. E poi mi avrebbe chiesto come mai voglio arricchire le cose. Non so. Mi viene. Ho una necessità di lasciar fluire ciò che è interno e di farlo interagire con qualcosa/qualcuno che è fuori da me. Mentre scrivo i miei versetti ingenui penso sempre all’Altro, penso sempre a essere comprensibile, e quando mi preparo per un concerto penso prima di tutto alla comprensibilità del mio suono, cioè a fare in modo che il suono sia bello e comunicativo, e che non ci siano differenze, separazioni tra me e il suono che produco modellando l’aria nello  strumento. Mezzi, canali, sembra di andare in barca. E’ un po’ così. La metafora della nave non si esaurisce nel mito e è valida anche per l’artista che si muove incerto nel mare delle sue percezioni. Forse questo potevo dire al ragazzo dell’aperitivo, che la poesia è un tentativo consapevole di rimanere a galla, è “la libertà di essere sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio”, laddove la maggior parte della gente sceglie l’alternativa, che è “l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.” (da Se questa è l’acqua, David Foster Wallace, Einaudi 2009)

un ringraziamento speciale a Fabio Michieli per avermi spronata a trasformare i miei sfoghi vagabondi in una breve riflessione scritta per Poetarum. Grazie Fabio.

Fuori di testo (nr. 32)

Il nido

Il nido
tra il ponte e l’ascensore
a doppio isolamento
dal freddo e dal rumore
fondato sul cemento
me lo ricordo quando
se non ci sei
c’è il temporale

Riporta cose buone
non solo le sconfitte
non solo il treno
che ho smesso di aspettare
non solo il tuo bel nome
non solo il mio buon cuore
riporta l’artificio
la cella rinfrescante
delle tue parole

Se il tuo abbraccio è una prigione
spero di essere condannato
ai tuoi capelli essere legato
dalle tue labbra pende il significato

L’incendio
i fuochi di artificio
le cose che mi hai dato e non ti ho restituito
nessun gioco di sguardi
di avremmo noi potuto
sono meno testardo e combattuto

Se il tuo abbraccio è una prigione
spero di essere condannato
ai tuoi capelli essere legato
dalle tue labbra pende il significato

Se il tuo abbraccio è una prigione
spero di essere rinchiuso
ai tuoi capelli essere legato

 

 

 

 

Lele Battista
(da “Nuove esperienze sul vuoto”, 2010)