Giorno: 16 agosto 2012

Stelvio Di Spigno – La nudita

Stelvio di Spigno – La nudità – ed. PeQuod 2010

“mentre scrivere di un cesto è diventato / soltanto nominare ciò che esiste”. Si guarda da fuori Stelvio Di Spigno. Lo fa per gran parte di questa bella raccolta di poesie, divisa in sette sezioni. Il poeta si assenta da sé come se dicesse “aspettami me stesso, vado un attimo di là”. Di là, nell’altra stanza, l’autore come da dietro una telecamera guarda il mondo e dentro il mondo si guarda. Racconta del disagio di non saperlo assaporare. O di assaporarlo male, di sbieco. Troppo lento quando ci sarebbe da correre. Con addosso la voglia di scappare quando, invece, il Di Spigno che osserva avrebbe voluto fermarsi ancora un po’. Con  un ulteriore scarto in avanti l’autore si scruta dal futuro, come da un retrovisore, un futuro prossimo che non lo contempla. Quello che proviamo a fare è un gioco forse azzardato ma lo tentiamo per comprendere. Per capire ci andiamo a sedere nella stanza da dove l’autore si osserva, da dove si guarda scrivere. Questo è un libro di dolorosa profondità, poesie che scorticano. Di Spigno ha fatto  un grande sforzo, unendo le parole del nostro linguaggio quotidiano alla sua intenzione di poesia né comune, né semplice, raggiungendo una splendida armonia. I versi sono belli, bellissimi e non risparmiano il lettore, non lo rilassano e come potrebbero? Le persone, gli amici, i posti, il buio, dove l’autore ci conduce hanno lasciato ferite, a volte necessarie. Spiagge dal difficile approdo, ma che quando ci arrivi ti pare che il mare sia soltanto tuo. Il male e la voglia di vivere si scontrano, a volte vanno a braccetto e mai si risolvono; come quando ci pare difficile scegliere di uscire per dividere un caffè o starcene su un divano con la testa fra le mani. La nudita: duro, intenso. Molto bello. “Non mettiamo davanti agli occhi cose spoglie, / è solo una parte di noi che ci distoglie / da quante vite ci sono senza pace e se solo / la notte fosse eterna, in questo venerdì, / vedremmo che il mondo non tornerà lo stesso, / non ci assomiglia più, si è ritirato in noi.” (pag. 56)

Gianni Montieri

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Nota: recensione pubblicata sul numero 8 della rivista QuiLibri