Giorno: 14 agosto 2012

BUFALINO PARMI LES MAUDITS, PAR MILLE MOTS DITS – Gesualdo lettore di Verlaine e Mallarmé (prima parte)

Molto era già stato scritto, ma nascosto nelle profondità di un cassetto, quando Gesualdo Bufalino fu costretto a uscire allo scoperto dall’insistenza affettuosa di alcuni siciliani illustri, su tutti Leonardo Sciascia, incuriositi dall’introduzione a un libro di vecchie fotografie comisane, troppo ben fatta per essere soltanto di servizio. Quel riservato ex-professore di liceo continuò a schermirsi per qualche tempo, consegnando alle stampe le sue traduzioni cesellate delle Contrerimes di Toulet, ma c’era molto di più: un romanzo in gestazione da un trentennio, che non chiedeva altri ritocchi. Così, nel 1981, la Sellerio pubblicò Diceria dell’untore, diventato subito caso letterario, e fiumi d’inchiostro corsero a celebrarlo. Da quella data, Bufalino ha pubblicato tanto, tra narrativa e saggistica, conquistando quella fama che gli era sempre sembrata terribile e usurpata, poco più che un inconveniente. Pubblicare a sessant’anni, per quanto precocissima sia stata la vocazione, è cosa tenera.

Ma le prime prove creative di Gesualdo Bufalino sono poetiche, e risalgono agli anni Trenta, quando l’adolescente frastornato da maledettismi stantii e da un pervicace dannunzianesimo inchiodava alla pagina versi brutti e anacronistici. Nella provincia remotissima, dove “il ritardo culturale si misurava in molte decine di anni” [1], soli si era, e senza neanche il sospetto che Montale, Eliot e qualche altro avevano già cambiato la letteratura. Pochi i libri disponibili, rare le traduzioni, tra cui un’edizione dei Fiori del Male in prosa, capitatagli per caso tra le mani. Con ingenuità eroica, il giovane Bufalino tentò un’operazione impensabile, cercando nelle volute della nostra lingua la musica degli alessandrini originali: senza trovarla, naturalmente, ma non è questo che conta. Era già tutta lì, l’ammirazione incondizionata per la letteratura, senza timori reverenziali o sconti sulle pagine, che l’avrebbe portato a leggere di tutto, a scrivere molto. “Consumata l’esperienza decadente, quindi (più rapidamente) l’ermetica, respinta d’acchito l’opzione neorealista, cercai una mia direzione, che coniugasse, come scrissi in un punto, metrica e dolore, ordine e follia” [2]: così Bufalino preferì non torcere il collo all’eloquenza, come si proponeva di fare, ma la mise piuttosto in riga, rendendola “un tutt’uno con la poesia”[3]. Non si parla soltanto di un ritorno (peraltro molto spigliato) a forme metriche chiuse, ma di una nuova volontà di canto, che è già di per sé misura, perché respiro, scelta di quella parola e non di un’altra. La maturazione fu rapida, e tra il ’44 ed il ’54 Bufalino scrisse la gran parte delle sue poesie, alcune apparse su riviste, ma la scelta della discrezione, come detto, ne differì di moltissimo la pubblicazione. Risale al 1982 la prima edizione de L’amaro miele, che raccoglieva insieme Gli annali del malanno, Asta deserta, e La festa breve; nel 1989 veniva aggiunta la sezione Rimanenze; nel 1996, infine, una raccoltina di Senilia chiudeva il conto. Qui naturalmente considererò l’edizione Einaudi del 1996: L’amaro miele al gran completo.

La metafora  è il  tratto saliente della scrittura di Bufalino, che la sfrutta nelle sue potenzialità più sovversive: “Il piacere della sorpresa (ecco la componente barocca!), sta nel chiamare in causa a un tempo due estremi, che so io, un verme e una stella, e nel farli viaggiare con la velocità delle luce da due punti A e Z, per incontrarsi in una dimensione di purissimo immaginario” [4]. Il rapporto diventa quindi interessante  se produce  “corto circuiti di parole, contatti, cioè, fra due estremi, da cui guizza la scintilla creativa” [5]; ma la metafora prodotta risulterà linguisticamente feconda solo se gli elementi in campo si troveranno a condividere, sul piano dell’intuizione, il lembo di una somiglianza: quel verme non raggiungerà le stelle, e le stelle resteranno a guardare, prima che il poeta non scopra una parentela nascosta.

Bufalino non fu d’altronde del tutto impermeabile a certe derive di ermetismo (“…falò di luna labili fioriscono/ sulla tua fronte…”, da Barcarola; “…navighi un fiume d’aria/ fra uno sterminio docile di fiori.”, da Serenata a Gessica); e lo stesso autore convalida questa sensazione, attribuendosi un “uso simbolistico della preposizione (…): si veda in particolare l’uso ampio del di: “ricciuta di fiumane”, “infinita di fiaccole”, “fulminata di felicità”, “piovosi di lunghi capelli” ecc.” [6], un effetto tipico dei poeti ermetici, che cercavano di condensare in uno spazio minimo il massimo della significazione. Tuttavia è sincero quando dichiara che quel movimento non lo appassionò: nel Novecento italiano è piuttosto Montale ad averlo influenzato: per la scelta di un lessico aspro e compatto (“…logori lindi scheletri di bosso,/ unghia contr’unghia di sterile luce…” da Allegoria; “Ai battifredi della notte un cavallo/ di pietra caracolla…” da Per un sogno antelucano); per l’evidenza di certe immagini, che acquistano la forza di un emblema (“E’ l’orca che si lamenta,/ rimpatriata dal fondo del mare,/ fra gli scogli del faro.”, da Approdo del fantasma; “Il freddo ha gonfiato la porta dell’orto/ e l’altalena dondola vuota”, da Saldo alla pensione “Beauséjour”).

Del grande poeta ligure, Bufalino non possiede però la coscienza filosofica, che ne indirizzava la corrente di parole lungo un solco sicuro; spesso invece il suo linguaggio barocco ascolta la propria eco, e lo stile prevale sui contenuti (“nel mio caso parlerei di barocco borrominiano”, nel quale “l’ornato è una funzione, senza di esso l’architettura cadrebbe” [7]). Ma negli slanci più sinceri l’eccesso viene perdonato, perché diventa una nuova misura:

 .

“Sicilia, madre mia, che t’hanno fatto?

I tuoi orti vanno in rovina,

né più riodo all’alba la fonte

cantarmi la sua frase paladina,

ci sfregia una piaga la fronte.

 .

Ma luna sconfinata eri, celeste

pace di lave a fiore di dirupo,

e da lontano mi nutrivi gli occhi

per tanta notte esule

assediata dal lupo.” (Compianto dopo la guerra)

 .

Il saluto alla propria terra, che pure attinge all’iconografia siciliana più abusata, trova una nuova energia. “Pace di lave a fiore di dirupo” è un’immagine che riposa lo sguardo. E il lupo che incarna un Ignoto in agguato dal fondo delle campagne, ritorna, più minaccioso, in Sinopia della morte (“…ma c’è un lupo/ che perdonare non mi vuole più.”).

 .

“(…)Io tornerò per sempre alle tue strade,

ai pozzi tuoi murati dall’agave e dal cardo,

alle tue dissennate serenate.” (Parole da lontano)

 .

L’ultimo verso ci restituisce in un’onda lenta i gerani ai balconi, l’accensione di una lampada, e una musica che si perde.

 .

“E più non balzi, sangue stanco, all’esile

batticuore dei treni che raccoglie

in un bagliore di sonno le soglie

dei lunghi, malinconici paesi.” (Foglio di viaggio)

 .

Stazioni di paesi a cuore dell’entroterra, dove i randagi abbaiano alle luci. L’ansia del viaggiatore si confonde col palpito dei vagoni nella figura dell’ipallage (“batticuore dei treni”).

 .

“Quando c’è festa nei miei paesi

vengono da lontano i venditori,

mangiaspade, mangiafuoco,

con mani immense e scamiciate alzano

sui bambini la tromba del diluvio” (Malincuore, il giorno del santo)

 .

Tra fumi di castagne e ragli di mulo, le fiere iniziano e finiscono.

 .

“Ritroverò mia madre seduta sulla porta,

si cingerà la fronte con la cupa coccarda,

griderà tutta la notte la mia morte.” (Parole da lontano)

 ,

E’ la provincia luttuosa, che manda scongiuri dalle persiane.

 .

Proprio una figura chiave dell’immaginario siciliano, quella del puparo e delle sue marionette, diventa il protagonista di un ciclo di poesie apparse ne Il Guerrin Meschino del 1993, e poi confluite nelle Senilia; la passione di Bufalino per l’Opera dei Pupi risale all’infanzia, poco più grande fu anche garzone a bottega d’un pittore di paladini. Il linguaggio è maturo, mescola senza scomporsi metafore audaci e i toni della confessione. Nel declino del vecchio cantastorie, la tristezza del tempo sembra dipinta sullo sportello di un carro:

 .

“(…) Non si dovrebbe diventar vecchi.

Avevo i denti d’un cane, trentadue pietre.

Scorgevo l’ago nel fieno, udivo crescere l’erba.

Con un ramo a forca indovinavo le acque.

Ai fianchi portavo una fascia rossa.

Una donna mi disse una volta ch’ero bello…

Ora la voce, ch’era tromba, flauto e tamburo,

suona unica per tutti i pupi,

cristiani e mammalucchi, vassalli e re di corona.

(…) La gente che viene è sempre di meno.

Ieri erano tre, stamani un solo bambino,

con un cartoccio di semi accanto.

S’è seduto sulla panca e aspetta,

ma forse ha solo male ai piedi,

fra un minuto se n’andrà.

Prima che se ne vada,

incominciamo.” (Lamento del vecchio puparo)

 .

Tra le Rimanenze, nella stessa penombra, un anziano cacciatore ha deposto le poche armi:

 .

“(…) Ora i miei cani sono tardi al fischio,

la pioggia li spaura,

mi tremano sul petto.

(…) O Signore, sia pace

a quest’uomo di trappola e di vischio.” (Lamento del cacciatore)

 .

Il dolore del calendario viene così lenito e accudito, e l’insidia patetica è sventata, perché il poeta si nasconde dietro le quinte, e lascia che i due personaggi parlino per lui.

Ma è ancora nei discorsi del puparo che si affaccia, a sorpresa, l’attualità ferita. La poesia s’intitola Chiuso per lutto. Sotto il titolo, tra parentesi, due date: 23 maggio e 19 luglio, 1992.

 .

“Basta così, giù il sipario, non me la sento stasera.

Si chiude, vi rimborso il biglietto.

Lasciamo Guerrino per un bel po’

a sbrogliarsela con le tenebre

sul ciglione dell’abisso.

(…) poveri cadaveri eroi,

di cui non oso pronunziare il nome…

Non vi vedremo mai più sorridere

col telefono in una mano

e una sigaretta nell’altra,

spettinati, baffuti, ciarlieri…

Nessuna mano solleverà

la pietra dei vostri sepolcri…

Nessuna schioderà

le bare dalle maniglie di bronzo…

 .

Forse solo la tua, bambino.”

.

E’ noto che un’esperienza drammatica nella vita di Bufalino ha segnato la sua opera, e non soltanto la Diceria, che ne fu la trascrizione letteraria: la degenza in un sanatorio della Conca d’Oro, nell’estate del ’46, per guarire dalla tisi.  Lapide del bambino è dedicata ad Adelmo, morto a undici anni tra la mura della Rocca:

 .

“E’ morto Adelmo, quel bambino

brutto, dalle magre orecchie,

che con la sua voce di vecchio

ci risvegliava ogni mattina.

(…)

re non trovò, né Gesù

che si fermasse in ascolto

e che al muro d’occhi sepolto

comandasse: Lazzaro, su.

(…)

Ed è tardi ormai per amarti,

per dirti “Buongiorno,Adelmo”,

per farti un elmo di carta

con una busta, per scherzo.

Non c’è più nulla che risplenda

o si muova dentro la stanza,

tranne quel filo, quel fiore d’orrendo

colore fra le tue labbra;

tranne quel fiore di sangue che scotta

lucente ancora sulla tua bocca;

tranne il mio cuore che adagio rintocca,

già colmo di complice notte.”

 .

Una compassione più difficile è espressa per la morte di un soldato tedesco, “moribondo dopo un attacco partigiano, portato per emergenza nella mia stanza d’ospedale”:

 .

“Crivellato di buchi neri,

leutnant Adolf Enne Enne,

in questa stanza del malanno

ti faccio posto volentieri.

Al mio “Morior ergo sum”,

declamato contro il muro,

vieni ad aggiungere pure

il bisbiglio del tuo “Warum?””,

 .

con la rima sum-Warum, impensabile e prodigiosa.

 .

“Perfetta macchina di male

Sei stato per noi (…)

Ed ora, per ultimo rancio,

sia buona o cattiva guerra,

ti tocca mangiarla, la terra

dove fiorisce l’arancio.”

 .

Ma l’odio si  acquieta sotto luci più calde, fatte di ricordi letterari, donne dalle trecce bionde e vigneti capovolti sull’acqua:

 .

“Lassù Gretchen, Liselotte,

nella vecchia casa sul fiume,

rammendano accanto al lume,

ignorano la tua notte.”

 .

Il perdono arriva presto se nella bufera della guerra si intravedono gli uomini:

 .

“Ti premi con l’unghie l’addome,

con uno sforzo ti volti,

mi guardi: sai già che t’ho assolto,

Leutnant Hermann Senza nome.” 

 .

Gli otto movimenti dei Congedi sono probabilmente rivolti ad una compagna di malattia: il primo degli otto era infatti stato accodato alla Diceria (si parla forse della stessa Marta…). Il poeta ci regala subito un decasillabo simile ad una visione (“forsennato il cavallo splendere”), ma ogni atto di memoria per Bufalino si confonde col sogno (recita più o meno così il sottotitolo ad Argo il cieco), perché la memoria è soprattutto “una capacità di travisamento, d’illusione” [8]. Bellissimi questi versi dedicati a una persona cara, nascosta dalla terra:

 .

“Passerà sul tuo petto il ferro dei convogli,

e uomini, cantando(…)”

 ..

E il congedo ai Congedi è accorato come una preghiera:

 .

“Ah, donna donna, dovunque tu sia,

dalla tua stella d’eterno fumo,

dimmi il tuo nome, sii di nuovo un nome,

rovescia il senso della ruota, scavalca

mille leghe di niente con un sorriso,

ripassa il fiume, torna accanto a me,

quando annotta ritrovami la mano…”


 .

Come annunciato nel titolo, adesso allargheremo il discorso, a partire da alcune preziose constatazioni filologiche. A Comiso, nella biblioteca privata di Bufalino, tra i frutti di una francofilia tenace, c’è una raccolta di Stéphane Mallarmé annotata in maniera convulsa, disseminata di ipotesi e mezze traduzioni. Le note tra le pagine di un altro “maledetto”, Paul Verlaine, sono invece rilassate, essenziali, più note da lettore che da lettore-autore. Questi poeti hanno rappresentato per il nostro scrittore due diverse tentazioni di comporre in versi: da una parte l’intimismo musicale di Verlaine, molto vicino alle sue corde;  dall’altra, l’oscurità di Mallarmé, che tanto lo affascinava, pur senza arruolarlo. I libri segnati sono entrambi in edizione Denti, e dello stesso anno, 1946: Poesie di Stéphane Mallarmé, a cura di Elisa Michel Frisia, e Poesie di Paul Verlaine, a cura di Adelchi Baratono. La speranza è che il confronto tra questi autori illumini l’opera di ciascuno di loro. Vedremo che non si tratta della giara tra due incudini: Bufalino fu per cultura e passioni letterarie molto più che siciliano, anche se nella vita rimase sempre restio alle partenze, frettoloso nei rientri.

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@Andrea Accardi

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Continua il 17 agosto.

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[1] Gesualdo Bufalino, In corpore vili”, in Come si scrive un romanzo, a cura di Maria Teresa Serafini, Bompiani, 1996, pag. 3
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[2] Ibid., pag. 6.
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[3] Leonardo Sciascia su La Stampa, 5 giugno 1982, poi in Nuove Effemeridi, n. 18, 1992, pag. 75.
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[4] G. Bufalino, Cur? Cui? Quis? Quomodo? Quid?, Atti del wordshow-seminario, 1988, pag. 40.
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[5] Ibid., pag. 39.
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[6] Ibid., pp. 53-54.
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[7] Ibid., pag. 40.
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[8] G. Bufalino, intervista su Nuove Effemeridi, n. 18, pag. 20.