Giorno: 7 agosto 2012

Francesco Maria Tipaldi, Luca Minola: “Il sentimento dei Vitelli”. Recensione di Gabriele Gabbia

Il sentimento dei vitelli di Francesco Maria Tipaldi e Luca Minola è una delle recenti pubblicazioni delle Edizioni Edb, nella collana di poesia diretta dal poeta Alberto Pellegatta.
La silloge – composta da quindici testi per ciascun autore ed impreziosita da tre disegni di Massimo Dagnino – è, come lo stesso Pellegatta scrive nell’incisiva prefazione, un connubio creativo in cui i due giovani poeti “si confrontano direttamente sul linguaggio, abbandonando intenzioni e teorie letterarie”, accomunando il proprio sguardo concentratosi all’interno di quel trauma continuo, fecondo e propulsivo in entrambi, che è il tema centrale della raccolta.
In tal modo il libro si attesta come viaggio clinico, esplorativo delle viscere psichiche da cui scaturiscono le escrescenze idiomatiche degli autori, in tutta la loro irrazionale, disturbante potenza.
E ciascuno – è bene sottolinearlo – con le proprie definite peculiarità.

Un viaggio in cui Francesco Maria Tipaldi, ad esempio, con le sue immagini rurali e violente, con le sue preci sboccate e primitive, incontra i “culoni delle contadine / dove finisce l’orto”, perché “La terra dà le grida del parto / le carissime doglie” dove “nasce la verzura.”
Un microcosmo verbale brutale e tumefatto, quello tipaldiano (“siedi con me, cosa vuoi che / importi / se la morte ti germoglia sulle mani / o sul viso / io ho il nulla sul letto / e sbadiglia ed ingoia rumore ”) – tuttavia vitalissimo e non privo di sarcasmo, che nulla risparmia, a se stesso e agli altri (“Quando scoprì che la cagna era incinta / morì dal dolore. / L’amava come si ama una donna, / il figlio non era il suo.”), alla ricerca di una verità emotiva e di una onestà intellettuale anzitutto esperite, scontate ed inverate con furia nel corpus poetico proposto qui, dove anche i sentimenti amorosi vengono vissuti, sviscerati e mostrati nella loro impietosa crudeltà, come fossero carne al macello: “perché anima mia, lama di coltello / l’amore non c’avrebbe salvato / l’amore mette le ortiche nelle mutande”.

Diverso e complementare il discorso per Luca Minola, che sembra invece scrivere versi sovrastato da una luce chirurgica, ossessivamente rifratta, intrisa da un’elettricità motoristica e motoria, radiale e pervasiva: “Sono pieni di motori nelle braccia, / cercano di migliorare il cielo /, gli uomini”, perché “Senza le emissioni le vibrazioni dei sessi / rimangono nell’ordine”.
Minola ha la capacità di concentrare in epigrammi puntuti un lirismo denso ed icastico, esplicando in quei pochi centimetri quelle catastrofi che il poeta ravvisa e in cui anch’egli sembra perdersi e ritrovarsi, spaesato e sorpreso – spiazzato dall’acume del suo stesso sguardo, che si autoinferte – che lo ferisce: “Le pupille non trattengono, rilasciano / luce insistente sulle zone, pressioni. / Nel suo tempo migliore, spiega / l’azzardo, le cicatrici dei sensi.”
Anche i luoghi familiari, allora, come la casa o le strade percorse, sembrano dilatarsi nel ricordo e nelle fasi ipnagogiche (“Le sostanze sono chiare, piene di radiazioni, / portano il filtraggio, lo spurgo / (…) E gli occhi sono macchiati di giorni (…) nelle stanze le memorie sono calendari / di luce”), suturandosi in cicatrici ove il passato mnesico dell’autore diviene il baratro in cui tutta la vicenda sprofonda e marcisce, per giungere ai versi: “Dopo si brucia il verde delle foglie / fra estensioni e crampi dilatati nel tempo, / nello spazio ingrossato fra le strade / pronunciate e costruite”, perché ormai “la casa è passata dall’abito / e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile, / il sonno che riproduce l’abbondanza.”

Gabriele Gabbia

(Francesco Maria Tipaldi)

Angelus

Via dai culoni delle contadine
dove finisce l’orto.

La terra dà le grida del parto,
le carissime doglie, nasce la verzura.
– Sia lode alle molli latrine dei maiali –
la domenica non si lavora,
si posano le zappe e ci si veste per bene.
-Dio presenta al mondo le sue lattughe-
Ai petti tumefatti degli alberelli
Una giostra di fieno, e l’anima uterina che bruca
di dita di pane a sazietà.

*

Glory hole

siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo

*

Novella prima o della morte per amore

Quando scoprì che la cagna era incinta
morì dal dolore.

L’amava come si ama una donna,
il figlio non era il suo.

*

234

Se un giorno mi perdonerai per essere
morto, senz’avvisarti
animale selvatico
ti restituirò quel bacio e faremo finta
che io viva ancora

perché anima mia, lama di coltello
l’amore non c’avrebbe salvato
l’amore mette le ortiche nelle mutande

*** *** ***

(Luca Minola)

Sono pieni di motori nelle braccia,
cercano di migliorare il cielo
sulla zona addormentata,
giugno, il minore,
il più lungo mese nella luce.

Le pupille non trattengono, rilasciano
Luce insistente sulle zone, pressioni.
Nel suo tempo migliore, spiega
l’azzardo, le cicatrici dei sensi.

Senza emissioni le vibrazioni dei sessi
Rimangono nell’ordine

Ispezionate nel lungo stato di chiarezza.

Non cederà il corpo venuto di pazienza e spazio
Nel legno fra le cose esatte.

(Luce stravolta nello stile).

La sostanze sono chiare, piene di radiazioni,
portano il filtraggio, lo spurgo
dalle lunghe ore di sonno.
E gli occhi sono macchiati di giorni,
di precise intenzioni.

Non ci sono altri oggetti da separare,
nelle stanze le memorie sono calendari di luce.

Negli spazi si individuano le ore dei nottambuli
quando la casa è passata dall’abito
e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile,
il sonno che riproduce l’abbondanza.

Dopo si brucia il verde delle foglie,
fra estensioni e crampi dilatati nel tempo,
nello spazio ingrossato fra le strade
pronunciate e costruite.

(Nervi)