Giorno: 6 agosto 2012

Vincenzo Frungillo, Fanciulli sulla via maestra

V. Frungillo, Fanciulli sulla via maestra (Palomar, Bari 2002)

[Forse è insolito postare i versi del primo libro di chi ha pubblicato di recente due grandi capolavori della letteratura italiana contemporanea, eppure mi sembra doveroso per ricostruire l’arché di una poetica che in questi ultimi quattro anni si è andata sempre più affinando e imponendo. Vincenzo Frungillo ha pubblicato la sua prima raccolta nel 2002, Fanciulli sulla via maestra – silloge da cui sono tratti i versi che seguono – e altre due opere nel 2008 e nel 2012, rispettivamente Ogni cinque bracciate e Meccanica pesante.
Ogni cinque bracciate è un poema epico in ottave che cerca di restituire nella trama la psicologia delle nuotatrici vincitrici di tutti gli ori nelle olimpiadi di Mosca del 1980, e nella struttura, direi d’impostazione iper-classica, la claustrofobia del mondo dei socialismi reali chiusi dietro il muro, come chiusi in metri classici sono le ottave del poema pubblicato per Le Lettere – che ricordano l’esasperazione dell’ottava di Tasso -. Con Meccanica pesante del 2012, contenuta nell’XI Quaderno di poesia contemporanea, Vincenzo scrive un poema filosofico di ispirazione lucreziana. In entrambi i casi il male è nella storia, nel mondo reale senza alcuna tendenza al metafisico: il male è nella storia dell’asfalto dei fanciulli sulla via maestra, è nella storia delle nuotatrici che, seppure protagoniste di un poema epico, non fanno appello ad alcuna divinità, se non a quella della pillola blu, lo steroide inventato dal dottor Starkino che permetterà loro sì di vincere gli agoni ma che, al contempo, le trasformerà in degli esseri mostruosi. Così come il male è nella storia nell’ultima raccolta-poema, specie nella seconda sezione quando ancora una volta i fanciulli, i più deboli sono i protagonisti: si parla della crociata dei pezzenti, in cui avviene il massacro delle classi più basse della società medievale. L’ispirazione di questo male storico è tutta lucreziana: non è un male di vivere che si incontra, è un male ontologicamente connaturato nell’hic, che ricorda quel verso di Lucrezio “Hic Acherusia fit stultorum denique vita”, qui la vita degli stolti diventa l’inferno, verso che qualche assonanza ha con il titolo della seconda sezione dell’ultimo lavoro del nostro autore: Iter stultorum. Si può notare dunque la continuità tra le tre opere, ma soprattutto come queste prime poesie contengano al loro interno, in potenza ed in nuce tutte le strade che la poesia di Vincenzo ha voluto percorrere negli anni successivi, restituendo il poema in ottave alla nostra letteratura, e, in tendenza con altri autori contemporanei, ritornando a Lucrezio, e al clinamen.

Luciano Mazziotta]

*

E’ sottile l’indizio del dissapore
che ci mettiamo addosso
l’uno a scapito dell’altro
come atto estremo di partecipazione
-di protezione.

Con gesti che si intuiscono appena
per il tono che cala
a nostra insaputa,
sulla faccia perfetta di chi
è costretto dalla misura.

Impariamo dalla postura.
Rifluisce dalla bocca serrata
alla pupilla ottusa
la distonia riottosa
che fa la seta viva.


Ogni perla ha un suo peso
_
_
Nella solita vergognosa estate,
così esposti a questo niente,
ormai tutti sanno che nessuno
può essere innocente.

Chi con una carica,
chi con un calibro,
tenta la formula,
ha una sua risposta;
un filo di nailon che alterna
il cielo di piombo
da tempo disteso ed irrisolto
a fare da schermo al nostro movimento.

“.. siamo già di ritorno
il tempo di uno slancio,
il tempo di un sospiro,
abbiamo circuito il flusso,
abbiamo rallentato il traffico
di spie rosse e clacson.”

Nella città appena rinata,
c’è stato giusto lo spazio per questa promessa,
fatta a denti stretti sapendo degli addii notturni,
del morire come del rinascere
in queste albe bianche,
così lunghe e faticose,
dovendo tirare ognuno per sé,
un silenzio oltre il dovuto,
pur sapendo che lo si dovrà interrompere
per tornare a queste maschere di sangue,
per tornare su questo lungomare
dove si sciolgono le famiglie
ma non le fratellanze.
Ora sì che conosciamo
il peso di queste parole.


Sergio fa degli occhi azzurri una fede,
dei capelli unti sulla fronte liscia
la giusta cornice d’uno sguardo impertinente,
delle scarpe bianche il luogo più adatto alle sue macchie.

Chi gli siede accanto come un’ombra pensante
-“sarò abbastanza agile,
saprò sottrarmi al risucchio dei miei anni!”-
sa che tra di loro c’è chi ha spalle larghe

(“ma di fronte a questo calore è sufficiente
la forma d’una camicia più sottile!”)

-“Ho una collana di perle di fiume
d’un colore innaturale,
elettrica ed asimmetrica”-
Daniela li trattiene, trasparente ed inavvertita,
come una giusta distanza ci avvicina.


*


E’ che conosce il dolore della pace
Chi ha smesso di cantare le battaglie,
sa che in pace i morti si confondono con i vivi
nelle lunghe domeniche irretiti.

INVIO- scarna e senza fasto la verità d’una frase,
ciò che scrivo è il clinamen :
batte sul quarzo il nome batte la variante
che segna le distanze.


Due nomi in una stanza


In petto al diapason del lenzuolo
la camicia bianca di lino
con rughe e punte di sangue,
sento il battito cardiaco e domando
a qualcuno che mi regge il fiato,
se questo mondo di fino,
la nota ininterrotta del destino,
porterà un giorno un indizio
a cui affidare questo tratto di vita
che collassa nel quadrato della stanza.
A colui che domanda,
con la spalla retta dal nudo sguardo,
si fa forza, si battesima
la linea che sostiene un’esistenza.


*


Senti come s’allenta il laccio di questa terra,
il vergine tentativo d’ogni passo,
portato con punta e tacco
(Un tallone da sogno!),
senti come emigra
la festa d’ogni scoperta.

La spoliazione della giovinezza
è una condanna alla vita
quando resta senza aria
il vuoto lasciato dalla parola,
lo spazio d’ogni risposta-
puntuale era la nostra!-

Di cosa gioiranno ora,
cosa racconteranno
a chi gli siede accanto
in un posto mediamente pagato
dalla telefonia mobile di Stato.


*


Misterioso non è il tutto che crolla
ma quel poco che di volta in volta resta
come la virgola appuntata
che nonostante tutto va letta.


*


Per il vetro delle auto in sosta
Serve la cera dura di candela,
scagliata con forza,
i frammenti di cristallo
possono graffiare le dita-

…per ogni anno di miseria,
c’è un linea di carne viva.
Le tue mani a raggiera
portano sbarre e catena…

Potessi avere una risposta
ripulirei la mia lingua e la vostra,
senza più la pura vergogna,
la sola compagnia d’una decisione mai presa.

È che questa via tuttora
diventa strettoia
e poi fuga, fuga e rincorsa.

“Diamogli la caccia,
bruciamogli la schiena!
Diamogli la caccia,
bruciamogli la schiena!”

E’ che questa via tuttora
mi porta i topi nelle lenzuola.