Giorno: 30 luglio 2012

C’era una volta lo sciopero

C’ERA UNA VOLTA LO SCIOPERO

 

Era bello andare in assemblea, ascoltare i dibattiti tra i sindacalisti di tutte le sigle. Ai tempi, parlo di dieci, quindici anni fa, alle riunioni indette dai confederali (CGIL, CISL e UIL) partecipavano anche i Sindacati di base e viceversa. I dibattiti erano interessanti, spesso molto accesi. I “vaffanculo” erano una deliziosa abitudine. Verso la fine di ogni incontro c’era la fila per gli interventi al microfono prenotati dai colleghi. Poi, le mozioni al voto. Sfottevamo e criticavamo aspramente quelli che alle assemblee non ci venivano; che, addirittura, a fine anno, non usufruivano di tutte le ore disponibili per gli  incontri sindacali. L’anno scorso ne sono rimaste quattro anche a me. Se mi guardo indietro mi sembra di vedere immagini in bianco e nero, come di un’altra epoca. Invece accadeva l’altro ieri. Dopo le assemblee si andava al presidio, poi venivano gli scioperi, le manifestazioni; la partecipazione era intensa e sentita. Negli ultimi anni sono accadute molte cose e ognuna di queste ha fatto sì che punti fondamentali per i  diritti dei lavoratori pubblici (nel mio caso) e privati perdessero di significato. La prima volta che intuii che qualcosa non girava più per il verso giusto fu, se non ricordo male, otto o nove anni fa. Durante un’assemblea, alla Camera del Lavoro (un nome bellissimo) qui a Milano, un sindacalista della UIL, chiamato a intervenire, dal palco si rivolse alla platea esclamando: “Voi dipendenti” e tu cosa cazzo saresti coglione? Questo fu (per me, ma ho scoperto in seguito anche per altri) un primo segnale di scollatura tra organizzazioni sindacali e dipendenti. Da quel giorno tutto si è lentamente addormentato, per certi versi: finito. Sindacati che faticano a riunirsi, confrontarsi, organizzarsi. Piccoli o, grandi, giochi di potere tra leader (soprattutto quelli confederali). Sindacati di base (per ragioni di grandi numeri) esclusi dalle decisioni importanti, orari d’assemblea non concessi loro in orario d’ufficio, costretti quindi ad organizzarle di sera, dopo il lavoro, come i moti carbonari. I dipendenti sempre meno coinvolti dallo, e nello, spirito di corpo (miglioramento collettivo) ma (a torto o ragione) concentrati sul proprio piccolo, l’orticello come si diceva un tempo. I “Tanto non cambierà mai niente” si sprecano; piuttosto, il singolo si rivolge al sindacalista amico per risolvere un problema personale (permessi, trasferimenti, mobbing). Nessuno sciopera più. Nessuno crede più che la protesta possa portare a qualche cambiamento. Gli  scioperi vengono indetti in maniera slegata, nello stesso mese possono capitarne tre, con motivazioni differenti di poco. Prima la CGIL, poi CISL e Uil, infine quelli di Base. Ora, per carità, le divergenze d’opinioni sono sacrosante e guai se non ci fossero. Il fatto è che spesso per mantenere un principio, o per dispetto, o per manovra politica, l’interesse dei lavoratori viene perso di vista. Lo sciopero del pubblico impiego è indetto – quasi sempre – per l’intera giornata di lavoro o turno. Quella giornata costa a un impiegato medio più o meno cento euro lordi, costo diventato pesante da sostenere per chi ha famiglia, affitto, eccetera. Per chi ha stipendi bassi. La percezione è  che nessuno di questi scioperi porterà a nulla. Spesso sono indetti per protestare contro accordi già presi, leggi già approvate. Fumo negli occhi. Più volte, parlando con amici sindacalisti,  ho detto che lo sciopero andrebbe ripensato e che, forse, in settori come il pubblico impiego, andrebbe giocato sulle due ore di sciopero, giornaliere, divise in più fasce; in modo da distribuire il disagio e far sentire i due singoli che aderiranno allo sciopero importanti tanto quanto i dieci che non lo faranno. Dove è finita la capacità di motivazione dei sindacalisti? Il saperci trascinare in una protesta totale come succede in Francia o in altri paesi? Ancora per quanto tempo dopo uno sciopero dovrò sentirmi dire: “Ma tu l’hai fatto? E chi te lo fa fare, butti via i soldi, tanto non cambia niente” e pensare che in fondo chi me lo dice abbia un po’ di ragione? Mi piacerebbe provare le sensazioni vissute di riflesso qualche anno fa, durante i giorni di sciopero a sorpresa dei mezzi pubblici a Milano. Grossi disagi, risultati ottenuti. Ricordo ancora, con un misto d’ammirazione e invidia, la sera che feci i cinque chilometri a piedi da Piazza Duomo a Lampugnano, maledicendo quegli stronzi che avevano il coltello dalla parte del manico e, allo stesso tempo, volendogli bene perché pensavo fossero nel giusto e che noi una roba così ce la sognavamo.

Gianni Montieri