Giorno: 29 luglio 2012

In Apulien, 2 – Passaggio in ombra

In Apulien, 2 – Passaggio in ombra

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

Proprio a una voce caduta troppo presto nell’oblio è dedicata la seconda tappa di “In Apulien”, che sosta a Rocchetta Sant’Antonio, il paese di Passaggio in ombra di Mariateresa Di Lascia. Al romanzo fu assegnato nel 1995, l’anno successivo alla morte di Mariateresa Di Lascia, il Premio Strega.

Scrive Lea Durante nel paragrafo Mariateresa Di Lascia, il numero 7 del  saggio La Scrittura narrativa in Capitanata, apparso nel volume Letteratura del Novecento in Puglia. 1970-2008:

“Quel premio Strega vinto postumo nel 1995 ha nuociuto più che aiutato la vincitrice: almeno sul lungo periodo, quando ormai l’effetto pubblicitario di quel riconoscimento che stava da tempo perdendo il suo passato prestigio (come molti altri premi letterari) è andato esaurendosi. Se non fosse stato per quella esagerata consacrazione ufficiale, infatti, probabilmente il giudizio sul romanzo avrebbe preso fin da subito, per chi avesse voluto porsi il problema, una piega più consona. “ (Letteratura del Novecento in Puglia. 1970-2008,Progedit, Bari 2009, p. 138).

Nella recensione del romanzo sul numero 3, anno I (ottobre 1995) di “Fabula Review” si legge:

“È il caso letterario dell’anno, o sarebbe meglio dire il caso editoriale dell’anno: c’è una differenza non marginale. Il libro di Mariateresa Di Lascia è stato sostenuto con convinzione dalla casa editrice Feltrinelli, che è riuscita a imporlo a un premio come il “Premio Strega”. Il “battage” pubblicitario e culturale l’ha portato a essere paragonato a un altro grande successo e caso del dopoguerra, “Il Gattopardo”, anch’esso della Feltrinelli, anch’esso postumo. Va detto che parte del suo successo è dovuto al fatto che costituisce una felice novità di una scrittrice appena scoperta. Ma lascerei paragoni irriverenti e miopia storica al mondo paludato dei premi letterari per occuparmi esclusivamente del suo valore narrativo.” (qui la recensione nella versione web di “Fabula Review”)

Ho letto il romanzo nell’estate di diciassette anni fa. Mi colpirono, schiaffo fin troppo scontato per processi di identificazione in automatismo,  la veridicità rude, talvolta spietata, talvolta accorata, delle relazioni tra donne – Chiara, l’io narrante, la madre Anita e la zia Peppina – e l’ombra spessa e muta, compagna della controra, degli interni. Nella autobiografia diventata soggetto, la ferocia dello sguardo, geniale nell’illuminare vicende e memorie di legami strappi, passioni e inimicizie, ne intacca a tratti, tuttavia, la lucidità  e l’equilibrio nel dar conto di contesti reali.

Ecco l’incipit di Passaggio in ombra:

«Nella casa dove sono rimasta, dove tutti se ne sono andati e finalmente si è fatto silenzio, mi trascino pigra e impolverata con i miei vecchi vestiti addosso, e le scatole arrampicate sui muri scoppiano di pezze prese nei mercatini sudati del venerdì. Ormai sono libera di non perderne neanche uno, e ho tutta la mattina per stare in mezzo alle baracche a rovistare a piene mani, fra stoffe colorate e sporche che qualcuno, per sempre sconosciuto, ha indossato tanto tempo fa.

Stamane, per esempio, ho trovato delle camicette bianche con i fiori rosa di cotone vero, come non ne fanno più, e sono felice mentre apro l’acqua nella vasca da bagno e le metto a schiarire con il disinfettante.

Hanno cercato di convincermi in molti a lasciare questa casa, perché è piccola e affogata e, quando mi viene l’asma, rischio sempre di morire davanti alla finestra aperta, ma io non dò ascolto a nessuno, e penso che è inutile preoccuparsi di ogni cosa: la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita.

Da ragazza mi vestivano come un’attrice del cinema, e io guardavo il mondo con i miei occhi di pupa di pezza, lunghi e ricciuti come le ali di una farfalla. Nessuno si accorse mai che l’occhio destro era completamente cieco per una macchia che mi era venuta fin da bambina, contro la quale non hanno saputo fare nulla neanche i medici che poi ho incontrato nella vita.

Avevo i capelli biondi e una testa leonina che si faceva guardare quando camminavo, immersa nei miei pensieri, e le macchine si fermavano bruscamente per non travolgermi sulla strada.

Ho vissuto in ogni città di questo paese e non ho potuto fermarmi mai, inseguita com’ero sempre dai mille mostri atroci della casa, cambiando pure i bar dove mi piaceva prendere il caffè della mattina, perché non trovassero le mie tracce. Le tracce dei miei racconti di principessa esule su questa terra senza anima, dove i miei polmoni hanno trovato difficile perfino respirare.

Forse ero nata per un grande destino, ma questo lo sapevano in pochi: donna Peppina Curatore, che mi era zia, e Anita, mia madre. Francesco, mio padre, deve averlo vagheggiato anch’egli, ma solo per vanità.

Quando donna Peppina, che mi ha amata più di ogni cosa al mondo, e per questo mi rubò a mia madre e mi mise sempre contro di lei, decise che avrei studiato, e sarei diventata una “professorona”, avevo dodici anni e stare al mondo non mi appassionava, perché l’umanità pulsa di desiderio e di passioni incontrollate e forti, che io non so provare e neanche immaginare e che, infine, mi terrorizzano.

Adesso che mi viene incontro la vecchiaia e ho smesso con anticipo inspiegabile anche di avere il sangue, il mio aspetto dimesso e le rughe che tardano a venire mi difendono ancora più degli sciatti vestiti che mi coprono il corpo. Travestita così, senza età e senza sesso, finalmente me ne rido del mondo.

Non è stato sempre così.

Un tempo, le mie due donne si guerreggiavano per avermi tutta per loro, e in paese parlavano di me per via di Anita, che non si era sposata e che mi aveva avuta da Francesco mentre egli era in guerra.

Non avevo ancora avuto il primo attacco d’asma, e i miei polmoni erano tali che potevano fare il do di petto, e tenerlo a lungo facendo vibrare i cristalli del lampadario. Ho cantato ancora, anche dopo l’asma, per molti anni, e ho smesso solo alla morte delle mie care donne, mia zia Peppina e mia madre Anita. Ho sognato che dormivano vicine su due lettini bianchi e ordinati e che io le svegliavo col mio canto, ma loro mi pregavano di fare silenzio perché erano stanche e volevano riposare.»

(Mariateresa Di Lascia, Passaggio in ombra, Feltrinelli, Milano 1995, 7-8)

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Mariateresa Di Lascia (Rocchetta Sant’Antonio, 1954 – Roma, 1994) ha svolto attività politica per molti anni. Fondatrice dell’associazione Nessuno tocchi Caino, per l’abolizione della pena di morte, deputata e vicesegretaria nazionale del Partito Radicale,  ha scritto un primo romanzo nel 1988, La coda della lucertola, che allora non volle pubblicare. Tra il 1988 e il 1992 si è dedicata alla stesura di  Passaggio in ombra. Ha composto quattro racconti,  uno  dei quali, Compleanno,  ha vinto il “Premio Millelire” e l’ha rivelata. Un terzo romanzo, Le relazioni sentimentali, è rimasto  incompiuto.

Fuori di testo (nr. 29)

Non arrossire

Quando ti guardo,
ma ferma il tuo cuore
che trema per me.

Non aver paura
di darmi un bacio,
ma stammi vicino
e scaccia i timor.

Il nostro amor
non potrá mai finire.

Stringiti a me
e poi lasciati andare.

No, non temere,
non indugiare,
non si fa del male
se puro è l’amor.

Non arrossire
quando ti guardo,
ma ferma il tuo cuore
che trema d’amor

 

 

 

 

Giorgio Gaber
(1960)