Giorno: 26 luglio 2012

Luca Minola su Roberta Sireno, Fabbriche di vetro

Luca Minola su Roberta Sireno, Fabbriche di Vetro, 2011

Il libro di Roberta Sireno “Fabbriche di vetro”, è diviso in due sezioni, la prima prende il titolo da una frase dell’Inferno Dantesco: “Però, se campi d’esti luoghi bui” Bologna (2008-2009) e viene introdotta dai versi in epigrafe di Andrea Zanzotto tratti da “Il Galateo in Bosco”.

Per raccontare della poesia di Roberta Sireno bisogna partire dalla città in cui vive. Di Bologna sono pieni i suoi versi; la vive ad intermittenze e ansie. E lo fa in una maniera quasi metafisica piena di nebbie e buio, fra piazze e portici impazienti di vita, in una tensione estrema e potente dove il reale frana e diventa scelta, sguardo vorace: “ti respiro/ con le gambe storte/ sgusciata da un buco nero/ dello spazio ( il desiderio matto/ di sentirti nel taglio del suono).
Le immagini sono potenti e la forza di questa poetessa è carica di espressività e valore: ogni cosa viene vissuta al limite, senza oltre e senza pace, come se il mondo si mostrasse sempre e solo nel trauma, nell’incapacità di adattarsi al reale: “come se stasera avessi un ictus/ nella vasca d’acqua gialla/ come se stasera la linea d’ombra/ sfregiasse nel silenzio duro/ che fa fuggire i cani”.
Ancora immagini fortissime e tese “nel silenzio duro”, come se le parole fossero fatte di metallo e pietra e tutto fosse potente e inteso. Nei componimenti vibra con costanza un amore carico e in piena, un amore per l’altro continuamente cercato e aspettato: “piangevi come una bambina/ in mezzo alla pioggia/ io non avevo forbici e chiodi/ per tamponare/ l’urlo del buio/ti avrei lavato i vetri/ sotto i portici di una Bologna ubriaca/ ti avrei lavato l’alba/ senza dirti niente/ma le mie braccia erano fabbriche/ e il verbo un infinito secco/ nel buco del giorno dopo”.
Nei sensi ci sono la voglia e la ricerca della salvezza anche e solo per gli altri, perché la Sireno sa quanto la poesia sia soprattutto voce, ricerca di verità e ragione. In questo conosce la forza e la ribellione della poesia: nell’essere una forza tellurica in continuo movimento e metamorfosi. Qui ogni cosa è vera e unica e fatta sempre nell’attimo e nel presente continuo di cui si fa forza la realtà; in queste poesie non ci sono né ricami né mediazioni, c’è solo voglia di crudezza e decisione: “come cercare/ il centro che tiene sospeso/ il pasticcio di cielo/ o di tenebra/ come sentire improvviso/ l’urlo crudo/ delle statue”.
Ma nella poesia della Sireno c’è anche tanta voglia di materia e infinito, come se non bastasse mai: “di che era fatta/ la materia che trema/ nel giorno se non osso/ di cane messo sotto/ i denti/ di che l’infinito/ che divora le pareti/ della stanza”. Ogni cosa alla fine è divorata e ricercata sempre da noi stessi, per un continuo bramare l’indefinito e quello che si cerca e non si trova in noi stessi. La seconda sezione del libro si intitola “ Inno alla città barocca” Bologna ( 2010-2011) con in epigrafe i versi di Claudia Ruggeri tratti da “ Inferni minore”, altro libro carico di una potenza espressiva travolgente, ed è proprio qui – nella seconda sezione del libro – che la Sireno muta, e spacca la propria poesia rendendola ancora più magmatica e fluida, intonando inni e urla: “spaccare la promessa / fatta ad un matto/ d’ospedale/ o al cosmo/ o a maggio che balla/ dietro i vetri/ prima che la voce/si incrini e ti leghi/fossile/ alla terra nera/ spaccare a tutte/ le ore/ mentre rimani e urlano/ portatela via/ da quel carnevale/ da quelle sere d’oppio/ che ti hanno disfatta/ a morte tanta”. In questo si muove la lingua della Sireno, una lingua elastica, nuova ed estremamente originale, perché è una prima lingua, qualcosa da imparare e da avere assolutamente. Vivere il quotidiano è impossibile, non si può giustificare più nulla, accettare niente. E la vita sembra che si riduca ad una schizofrenia alterata, ma non casuale perché riemerge la ragione e dal caos si crea una struttura portante che è il testo stesso, ricercato e scritto.
La poesia di Roberta Sireno tratta di storie reali, passate e tatuate sulla pelle: “una pastiglia per questo/ e per quello/ che dovrai passare/ premi/ le unghie sui materassi/ trentenne/ sei un ago reduce/ straniero/ da una chiesa fatta a pezzi/ sei la lente violenta/ la lingua l’idea/ che raspa/ disordinato nei tuoi capelli/ hai tolto il prezzo/ al mattino/ al prodotto che accende/ il pedaggio/ sotto i balconi/ dove le mani si aggrappano/ ai cortocircuiti/ che falciano le gambe aperte/ della notte”.

La forza di comunicazione di questa poesia è la sua stratificazione di memoria e vita, da raccontare, da poter rivivere in amori passati e dolori esposti. Tutto viene messo in mostra senza paure o vergogne. La verità è così, non si specchia con niente… Non può essere distorta e allora le parole la fissano, la rendono un sistema, una precisa definizione e la riportano interamente nuda:
“tu comandi e perdi/ lo sai scappi e non vedi/ giri dentro un’equazione/ imperfetta/ a trotto verso tramonti da perdifiato/ perché tu verticale/ inclinato/ appoggiato al palo/ non hai concesso/ l’incendio che ci ha diviso/ te ne sei andato/ come lo stupro permesso/ nella notte dove i vestiti cadono/ e le piazze sono gli orli di chi/ si buca i polsi/ ma cosa ci siamo detti/ quando niente era più come prima/ tu che avevi ancora il freddo/ delle lenzuola/ la macchia di un cielo di cui dicevi/ gli angeli girassero/ parlando una luce bianca”.
La raccolta si chiude con versi bellissimi che riprendono le parole che danno il titolo al libro: “e guardi/ al respiro freddo delle fabbriche/ di gennaio/ con la pioggia che spacca/ il vetro delle case”. Le fabbriche di vetro sono le poesie stesse; producono e creano struttura, portante e distruttiva, ma le fabbriche sono fragili e delicate, come vetri; la poesia non è quindi da cercare nei frantumi ma nella propria interezza.
L’ultima pagina è dedicata ad una citazione di una poesia di Francesca Serragnoli, altra figura di ispirazione per la poesia di Roberta Sireno, che ha fatto sua la lezione della poesia e della lingua.