Giorno: 22 luglio 2012

In Apulien, 1 – Taranto

In Apulien, 1 – Taranto

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La prima tappa è a Taranto,  duplice e inusuale nel capitolo tratto dal romanzo Scirocco di Girolamo De Michele, punto di partenza per un confronto intra-regionale e interlinguistico nella poesia L’arie, scritta nel dialetto di Ruvo di Puglia da Vincenzo Mastropirro.

Girolamo De Michele

4. La politica è sporca e fa male alla pelle

(da Scirocco )

Taranto, città vecchia, ore 6.30.

Nella cesta Giovanni ha messo una grasta di cozze, una busta piena di ghiaccio e una bottiglia di bianco di Martina Franca. Il ghiaccio viene da una cassa di pesce, perché qua e là c’è qualche gambero, un paio di granchi, un pescetto sfuggito alla pesa. Il ghiaccio finisce in un secchio di plastica, il bianco dentro il ghiaccio: non sarà Alessi, ma è un signor secchiello per il bianco gelato.

Un po’ più grosso, un po’ più rosso (sarà il sole d’estate), la pelle un po’ più bruciata dal sole salato, qualche segno all’angolo degli occhi: per il resto Tore è sempre lui. Gli uomini possono invecchiare, non i miti.

E ’sta uagnedde? – chiede indicando Lara.

Lara non capisce neanche il suono di questo dialetto troppo duro per le sue orecchie: credo che abbia chiesto chi sei. Chi è questa ragazza, se mi ricordo qualcosa. Si chiama Lara, Tore: è la mia ragazza. Tore allarga le braccia e ci sommerge in una stretta collettiva, tutti e due: una specie di drago buono che coccola i figli di Laocoonte, invece di stritolarli. Con due braccia così, è una fortuna averlo per amico, uno come Tore.

Da dove si comincia a raccontare vent’anni?

Dal vino ghiacciato dei trulli martinesi, naturalmente.

E dalla colazione in casa di Tore. Che non ammette discussioni.

– Stai scherzando? – dice Lara stupita. – Cozze crude a quest’ora!

Tore fa sì con la testa, mentre la macchina del mitile ha già preso l’avvio: cozza nella mano sinistra, coltellino ad hoc – ’a crammèdde, una specie di coltellino per il parmigiano – nella destra, leggera pressione del pollice a rompere il guscio, la punta della crammèdde entra e con un solo gesto curva a occhiello seguendo il contorno della valva e al tempo stesso separando il mitile dal guscio, la cozza viene rovesciata nell’altro semiguscio e deposta in un piatto. Il ritmo è da primato: più o meno dieci cozze al minuto, senza smettere di parlare. O meglio: di ascoltare Lara che cerca di spiegargli il rischio del colera, del tifo e di altre malattie derivanti dall’abitudine di mangiare pesce e molluschi crudi. Poi tutta la sporcizia filtrata da questi spazzini del mare che lascia residui, senza contare che…

Uagne’, m’e ste’ tremende? Ce tte crère, ca n’ ’u sacce?

Lara risponde con lo sguardo perso. Tore capisce: aggie ditte… ho detto: mi hai guardato bene a me? Credi che non lo so? Attáneme… mio padre… je so fìgghie ’e nu piscature: sono figlio di pescatori, uagne’. E allora? E allora pìgghie e sende, po’ vide ce tene ’a dicere, aggiunge porgendo a Lara un guscio pieno.

Io Lara non so come farla smettere, quando parte con le sue tirate. Non che abbia torto, non che non sia d’accordo: però se parte deve finire quando dice lei. Tore allunga una mano che ai suoi tempi ha impugnato diversi generi di strumenti atti a offendere o a difendersi, le porge con delicata fermezza un piccolo guscio con dentro l’oggetto di una tirata che poteva continuare da qui a domani, e la guarda sorridente con i suoi occhioni blu. La cozza dentro il guscio sembra quasi viva, sospesa a mezz’aria nella manona. Lara, lentamente, allunga la sua sottile mano bianca, prende la cozza con attenzione e la lascia scivolare in bocca. L’acqua di mare le riempie il palato come fosse vino: Lara lascia che quel sapore forte la impregni, poi con un colpo secco spezza sotto i denti il muscolo. Resta quasi immobile, poi il sorriso le si allarga piano sul volto, mentre la miscela di sale e cozza scende in gola lasciando un inatteso retrogusto amarognolo che anni di cozze adriatiche e spagnole ci avevano fatto dimenticare, e che Lara non conosceva. Si alza, si avvicina a Tore, gli sfiora le labbra con un bacio, prende un altro guscio, fa scivolare la cozza nella bocca, viene verso di me e baciandomi me la passa. Tore versa dell’altro bianco nei bicchieri.

Me’, uagneddo’: mo’ ce tene ’a dicere?

– Che ti dico? Che non c’è ostrica che tenga, Tore. Mai mangiato niente di simile, – dice ridendo mentre spegne il sale con un sorso di vino che esalta la punta di amaro, sulla quale va ad appoggiarsi la cozza successiva. Tore riprende a sgusciare, riempiendo il piatto: pressione del pollice, inserzione della punta, occhiello, guscio capovolto, cozza a fiore pronta: la gioiosa macchina da guerra dei due mari.

Vincenzo Mastropirro

L’arie

So sapìute ca a Tarante
la génde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie è proprie ‘nu élemènte stròne.

T’avvòlge limpede e naturòle
ind’ a u vùosche ‘mezze a l’arue

t’auànde ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenère.

Sèmbe Ièdde è
è vèite… è mùorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a ‘na ‘bona vèite…a ‘na ‘bona mùorte…

L’aria
Ho saputo che a Taranto/la gente muore per l’aria infradicia.// So che a Ruvo/l’aria è pulita e la gente se la gode.// L’aria è proprio un elemento strano.// Ti avvolge limpida e naturale/nel bosco in mezzo agli alberi// ti prende in gola/tra le fabbriche e le ciminiere.// Sempre Lei è/ è vita…è morte…//e gli uomini poco ci tengono/ a una buona vita…a una buona morte…

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Girolamo De Michele è nato a Taranto nel 1961. Vive a Ferrara, insegna nei licei. Ha pubblicato per Einaudi i romanzi Tre uomini paradossali (2004), Scirocco (2005), La visione del cieco (2008), e per Edizioni Ambiente Con la faccia di cera (2008). È autore di diverse opere di filosofia e storia delle idee, tra le quali Gilles Deleuze.Una piccola officina di concetti (1998), Felicità e storia (2001) e, insieme a Umberto Eco, Storia della bellezza (cd-rom 2002, volume 2004). È redattore della e-zine www.carmillaonline.com .

Vincenzo Mastropirro è nato a Ruvo di Puglia nel 1960, vive  a Bitonto, insegna nella scuola media a indirizzo musicale “Monterisi” di Bisceglie. Qui alcune notizie bibliografiche. Ritengo insieme coraggioso e veritiero – al di là delle mie personali inclinazioni affettive, ché qui si incontrano per me lingua paterna e lingua materna – l’accostamento, suggerito da Francesco Marotta, della poesia di Vincenzo Mastropirro a quella di Albino Pierro:«Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell’ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a ricostituire, in funzione “soterica”, un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante.» (in: Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martidde. Questo e quest’altro. Prefazione di Luigi Metropoli. Nota critica di Francesco Marotta, Giulio Perrone Editore, Roma 2009, p. 123)

 

 

Fuori di testo (nr. 28)

Se un giorno

Se un giorno qualcuno venisse a spiegarti
con massima conoscenza dei fatti
come funzionano le cose
se dopo anni di studi,
discussioni, fatti, evidenze
qualcuno volesse spiegarti
come va avanti il mondo,
quale peso preciso abbia l’ansia
la velocità delle lacrime
perché mai l’ombra è sotto alle tavole
perché mai, come mai, perché mai, come mai
questo e quello…

Se un giorno qualcuno venisse a indicarti
con massima conoscenza dei rischi
cos’è che tu dovresti fare
e portando molteplici esempi
di persone e fatti compiuti
ti mostrasse la strada più semplice
senza intoppi né cadute:
per stare fra chi se la sente
arrestare l’angoscia che sale
se non resta da scoprire niente
perché niente di niente, più niente
c’è da misurare…
non fidarti ti prego.

Non fidarti ti prego della gente senza errori
di chi vuol dare risposte anche ai fatti misteriosi
di chi vuol veder le cose misurate, messe in ordine
perché l’ordine è la fine, è un principio già di morte.

Se un giorno io stesso venissi a spiegarti
con massima conoscenza dei fatti
come sono fra noi le cose
e con la freddezza un po’ ingenua
che spesso mi contraddistingue
mi perdessi in mille discorsi
per riuscire infine a convincerti
che per noi ci sia un’unica strada,
con un bravo pilota automatico
che ci guida senza mai sbagliare
e non c’è proprio niente ma niente più
da temere…
tu diffida ti prego.

Preferisci i discorsi che non tornano mai
(per fortuna i discorsi fra noi non tornano mai)
metti cura e rispetto per tutti gli sbagli che fai
(grazie al cielo con me tu ne farai)

Preferisci i discorsi che non tornano mai
(per fortuna i discorsi fra noi non tornano mai)
metti cura e rispetto per tutti gli sbagli che fai
(grazie al cielo con me tu ne farai)…

 

 

 

 

Artemoltobuffa
(da “L’aria misteriosa”, 2007)