Giorno: 21 luglio 2012

Insolite realtà: dal Giappone 46 storie raccontate in un modo ‘altro’

Se penso al Giappone mi vengono in mente tre cose che mi piacciono molto e che sono le uniche che io conosca connesse a quella terra: Made in Japan dei Deep Purple, L’eleganza è frigida di Goffredo Parise, raccolta di suoi articoli apparsi sul Corriere della Sera ad inizio anni ’80 (oggi in Adelphi) e una bella canzone di Cristina Donà dal titolo Giapponese che sta nell’ultimo album Torno a casa a piedi, e recita così: «Questo sentimento un po’ giapponese/ un temporale giapponese, l’esploratore giapponese,/ un cellulare giapponese, giapponese, giapponese, giapponese/ un kamikaze giapponese su un calendario/ giapponese per arrivare a fine mese/ giapponese, giapponese.» Quando contatto questi due ragazzi e amici che in Giappone ci hanno vissuto o ci abitano ancora, queste due lampadine s’illuminano immediatamente. Nicola Bernardi e Simone Albrigi sono ex studenti di lingue orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, classe 1988, che come me hanno fatto parte del team più militante di Radio Ca’ Foscari; sono stati studenti di giapponese, con una passione per la fotografia e il fumetto ben radicata, una passione che si è sviluppata di recente in qualcos’altro, in un’opera ‘made in Japan’ appunto, di cui in quest’intervista ci parlano. Il loro progetto si chiama unCOMMON:stories ed intreccia le loro inclinazioni artistiche in un modo intelligente, nuovo e originale; è una mappatura di 46 identità ribattezzate ‘uncommon’ utilizzando un ossimoro. Questo progetto ha raccolto dai primi di luglio su ulule.com (noto sito per crowdfunding o finanziamento no profit, n.d.r.), una cifra non solo necessaria per la stampa e la diffusione, ma che supera di due volte e mezzo l’obiettivo prefissato, tanto che i ragazzi pochissimi giorni fa han deciso di portare l’obiettivo a 500%, raddoppiando di fatto quello attuale! Trovate tutto qui, compreso il promo da youtube e le indicazioni per sostenere il progetto, ma prima leggete fino in fondo.

Alessandra Trevisan

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1. Quando, dove nasce e in cosa consiste questo progetto?

Il progetto è nato dalla necessità di costruire qualcosa assieme. Ritrovarsi dopo più di un anno a vivere insieme a Sapporo nei mesi di Febbraio e Marzo è stata un’occasione unica per importunare persone sconosciute con le nostre foto e i nostri fumetti. unCOMMON:stories è un libro che raccoglie storie. Storie che vogliono avere un volto tramite i ritratti e un corpo attraverso i fumetti.

2. Quanto è durata la fase progettuale e di realizzazione?

Tutti i ritratti e le interviste sono state realizzate appunto fra Febbraio e Marzo 2012. La fase progettuale è durata circa un paio di birre. Da quando ci è balenata l’idea in testa a quando abbiamo iniziato a darle forma sono passate davvero poche ore. Poi vabbè, continuiamo ad ampliare il libro ad ogni singola donazione, quindi il progetto si ingrandisce ogni giorno che passa (e il nostro tempo libero diminuisce proporzionalmente).

3. Nuove narrazioni attraverso il visivo: il vostro manifesto parla di ‘raccontare delle storie’ attraverso fotografia e fumetto, che son mezzi a voi congeniali. Io mi chiedo quali storie? E se ne avete scartate e perché? 

Come suggerisce il titolo, le storie che narriamo sono storie non-comuni proprio nel loro essere comuni e di tutti i giorni. Siamo due “presi bene” ed entrambi adoriamo le persone, siamo fermamente convinti che chiunque abbia una storia da raccontare, e che le storie veramente interessanti siano quelle vissute, quelle vere. Non serve cavalcare dinosauri e sconfiggere armate di ninja robot per avere una storia da raccontare (non più, dopo la terza guerra mondiale, quella invisibile).
Delle 46 storie che siamo riusciti a raccogliere, non ne abbiamo scartato nessuna. Il nostro manifesto parla proprio del fatto che tutte sono degne di essere raccontate, perché sono ciò che ci rende quello che siamo, anche il più piccolo passo ha portato al presente, e ogni passo successivo ci porterà a quello che saremo. Non a Sanremo, come invece molti sbagliano e poi si svegliano una mattina e sono Povia.

4. Di chi sono le storie che avete scelto di raccontare e in che cosa differisce culturalmente la scelta di mettere in piedi questo progetto in Giappone o in un altro luogo?

Tutti i soggetti sono Giapponesi in Giappone.
Questo è stato fondamentale per noi sia da un punto di vista linguistico (per metterci in gioco con la lingua che abbiamo studiato) che culturale in quanto ovviamente eravamo e siamo affascinati dalla società (sono pazzi) (scherzo) (solo un po’) del Sol Levante. Però il progetto in sé, l’idea, sarebbe replicabile ovunque e senza limiti geografici/culturali. Le storie che val la pena raccontare sono ovunque intorno a noi.

5. L’autofinanziamento è un punto importante: spiegateci perché avete scelto questa forma per veder realizzato il libro e in che cosa consiste, forma molto usata ad esempio dai musicisti per produrre i propri album – mi viene in mente soprattutto nel jazz contemporaneo a me vicino, in cui anche certi festival son finanziati così. 

Premessa fondamentale: noi non vogliamo guadagnarci una lira da questo progetto. Neanche un euro. Vogliamo semplicemente che queste storie che abbiamo raccolto e raccontato arrivino in più mani possibili. Bello vero? Si però neanche possiamo permetterci di finanziarcela da soli una cosa simile. Quindi la soluzione naturale è stato il crowdfunding, raccolte fondi online tramite il sito Ulule.com dove chiunque, donando e finanziando, non solo ci aiuta ma nello stesso tempo riceve copie del libro, stampe e fumetti dedicati. Con questo sistema il progetto si auto-finanzia da solo, si pubblicizza da solo e fa in modo di arrivare in mano alle persone da solo. Fico no?
La raccolta fondi è iniziata da pochissimo ma grazie a una serie di miracoli inattesi siamo già a più del 250% dei finanziamenti. Ci fermiamo qui? Certo che no!
Trattandosi di una questione “non a scopo di lucro” come già detto in precedenza, eccedere quello che era il nostro obiettivo iniziale ci permette di far arrivare il libro e le storie in più mani, a più persone e di spronarci a trovare nuovi modi di far conoscere il progetto e invogliare le persone a sostenerci e a far conoscere unCOMMON:stories.

6. Non ho cercato in rete se esistono esempi simili al vostro, non ne conosco: esistono? La vostra idea mi pare molto originale, soprattutto per dei ragazzi che hanno meno di 25 anni. C’è qualche fonte d’ispirazione nel progetto, per quanto riguarda i vostri punti di riferimento fotografici e fumettistici? Quali sono i vostri maestri?

Puro caso. Non eravamo a conoscenza del fatto che non ci fossero progetti simili che mettono mano nella mano fumetti e foto. Per noi è stata una scelta naturale. Abbiamo inventato un genere senza rendercene conto?
(nico) Ci sono tanti fotografi che scelgono di raccontare storie attraverso le loro foto, spesso soprattutto per scopi umanitari. Mi vengono in mente Jeremy Cowart, Darcy Padilla, Josef Koudelka, Elliott Erwitt e tipo un milione d’altri ancora.
(sio) A me vengono sempre in mente i miei mostri sacri della letteratura a fumetti, quando finisco una striscia, un fumetto, spero di essermi avvicinato di un piccolo passo a gente come Bill Watterson, Don Rosa, Alan Moore.

*Poi mi accorgo che sono seduto e mi rendo conto della mia ingenuità, non ci si muove quando ci si è seduti. Magari se si salta con la sedia, ma è pericoloso. Bambini a casa, non fatelo, mi raccomando. Che poi, perché si dice “bambini a casa?”, i bambini stanno forse sempre tutti a casa? È forse un segno dei tempi? Quando ero giovane io,
(nico) Sio, stai zitto.
(sio) Scusa.

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