Giorno: 16 luglio 2012

Margi de Filpo – Statue di Colpa

STATUE DI COLPA

Una pellicola trasparente stretta attorno alla bocca, il rimmel colato sugli occhi e, nel pugno, una foglio di carta macchiato di rosso. Doveva rimanere lì, immobile, confondersi fra statue e manichini. Tanto magra da non ferirsi sul suo piedistallo di chiodi. Appeso al petto teneva un cartello con su scritto “gola” e lo sfiorava con il dito indice della mano destra. Le passai davanti più volte cercando di notare anche il più flebile dei movimenti. Poi mi sentii chiamare alle spalle “brava, vero?”, mi voltai a guardarlo, non lo vedevo da almeno quattro anni. L’ultima volta l’avevo salutato dal treno pensando che mi avrebbe ancora cercata. Aspettammo in due, poi ci stancammo. Un invito per la sua mostra di “arte viva”, e avevo accettato. Più per la mostra d’arte che per lui.
“Ti sei impressionata?”, chiese. Una delle donne aveva un gancio che le stringeva il seno, si vedeva che le faceva male davvero. Tutto intorno la pelle era diventata violacea e la morsa, a furia di stringere, le aveva lacerato la carne. Ma lei rimaneva lì immobile, senza che l’espressione tradisse alcunché. “Ti sei impressionata?”, io continuai a guardarmi attorno aspettando che Sara scendesse dai chiodi e mi salutasse, “no” mentii. Lui mi attraversò con lo sguardo, “no, immagino…” sussurrò. Aspettammo quasi due ore in silenzio e, anche quando sopraggiunse il buio, le luci della sala rimasero spente. Vidi un’ombra passare accanto ad ogni “oggetto” per accendere una candela. Lui mi stava osservando, “Sei venuta per vedere come sta Sara?”, chiese, poi mi invitò a seguirlo sulla terrazza.
Lui era il tempo in cui per bere avevo smesso di usare il bicchiere. Era la mia perdita, la mia rinuncia.
La villa profumava di bagnato, una piccola lampada accesa in lontananza e un vento leggero che ghiacciava la pelle umida. “Ti sei impressionata?”. Continuavo a dire che no, ero tranquilla, come sempre, come avevo sempre detto. Come quando mi aveva chiesto di poter fotografare le mie mani, era tutto semplice, si trattava di foto artistiche, a tema. Cosa può esserci di male nel fotografare mani nude, senza smalto, senza anelli, senza bracciali. Solo mani. “Porti sempre lo smalto scuro, da allora?”, non rispondevo. Guardavo verso quella piccola luce in lontananza: si adagiava ipnotica fra gli alberi sfumandone i contorni. Mi accarezzò. Raccontarsi i perché: spiegazioni che il tempo non offre, parole sussurrate tanto piano da non riuscire a distinguerle, mentre lo inseguivo per il mondo sperando che riuscisse a realizzare il suo sogno e sapevo che quel giorno sarei stata con lui.
I suoi occhi erano ancora le mie mani sudate. Mi parlava con l’entusiasmo di un bambino e ascoltava cosa era successo intanto, nel frattempo, mentre la sua vita andava avanti fingendo di ignorare che esistesse anche la mia. “Ogni fatto è un frattempo per qualcosa che accade lontano da te…”. Sapeva quasi tutto. Sapeva di quelli che non c’erano più, di chi fra noi non ce l’aveva fatta, ripeteva che era prevedibile e mi irrigidivo. Erano morti tre amici in quattro anni, non si era mai fatto vivo, neanche una volta. Ma aveva creato altre mostre, scoppiai a ridere. Le sue mostre erano il mausoleo dei nostri fallimenti, aveva fondato un regno sulle nostre macerie. Quando le luci erano solo lampadine accese e gli alberi erano tutti secolari, e nostri. Quando l’alba ci feriva gli occhi e il respiro fischiava per il tabacco. E quando tutti finì.
Ci raggiunsero sulla terrazza, Sara mi avvolgeva con le braccia ghiacciate, io le dicevo di coprirsi e lei si toccava il naso perché per lei andava bene così, come quando era andato bene per me e la mattina avevo sanguinato fino ad urlare perché il dolore torna tutto dopo l’anestesia del corpo. Quando la vita era cristallo e il tempo non esisteva. Cosa ne è stato del tempo. E le sue parole erano solo: “Era mio?”, mentre mi preparavo per un esame e la paura si faceva tana, una conchiglia da riempire con una rosa comprata in dollari.
Sara era in piedi davanti a noi, lasciò scivolare in terra i vestiti prima di sollevare il libro, lui abbassò la luce e la raggiunse con lo sguardo. Lei lesse due pagine appena, poi si coprì il pube con le mani, come se solo allora si fosse accorta di essere nuda. Si rannicchiò fra le mie braccia e chiese: “sono stata brava?”, io la scaldai sapendo che non sentiva il freddo e le dissi che sì, era stata brava: come una bambina vecchia. Quando gli altri parlarono di antifrasi lui li interruppe e interpellò me. Disse di spegnere i registratori e offrì ai suoi ospiti da bere e da fumare. “Ha assegnato ad ognuna il peccato che l’ha resa schiava”, sussurrai, “la colpa che sentiva di dover espiare”. Lui si alzò di colpo dalla sedia, ordinò di fare a me l’intervista, non a lui, mi rannicchiai nel mio angolo della stanza e aspettai che smettesse. Nessuno lo stava intervistando, erano i suoi ospiti quelli, eravamo in casa sua. Si calmò, cercò la mia mano e io mi allontanai. Poi chiesi dell’acqua da bere e lui mi versò altro vino, mi accarezzò le ustioni trovandole fra le pieghe del vestito e mi sussurrò piano “stai bene?” mentre i loro occhi erano buche e la voce di Sara si confondeva fra i nodi della tenda. Parlavo della sua arte, distinguevo periodi e colori che avevo inseguito a distanza, e lui ripeteva urlando “ascoltate lei!” e mi veniva da ridere, mentre Sara si stringeva al mio petto e pensavo solo: “l’hai sposato”. Poi uscivo sul balconcino e l’aria fredda mi svegliava piano.
Sara era alle mie spalle, ancora mezza nuda e anestetizzata, le dicevo di coprirsi, di lasciare fottere le percezioni se voleva evitare una bronchite. Una mostra sulle violenze sulle donne, se non si fosse ispirato a Stanislavskij non avrei avuto nulla da ridire. “Ti ha impressionata?”, come se non l’avesse saputo. Come se le donne che aveva inchiodato in quella mostra fossero state davvero manichini. Come se non lo conoscessi. Come se il tempo potesse cancellare le cicatrici che mi portavo addosso e le mie mani potessero sopportare lo sguardo degli altri restando nude. Mi disse che doveva a me la sua arte, mentre mi accompagnava all’incrocio grande e i fari di un taxi illuminavano le ragnatele che il tempo aveva incistato negli angoli degli occhi. Perché non rimanevo con loro, perché non continuavo a dividere il suo letto e la sua testa, a sentirmi dire dalle donne che lo amavano che la colpa era mia se lui non rimaneva lì. Se non rimaneva fermo. E non capire se Sara era stata l’ultima o semplicemente la prima, quando il tempo che ci separava obbediva a una clessidra rotta. E la paura scivolava sul corpo come seta, come sabbia, come molluschi lasciati ad essiccare.
E solo allora mi accorsi che fra le sue opere ne mancava una, un solo peccato: l’accidia. Il tempo che aveva separato i suoi occhi dalle mie mani nude, troppo pudiche per tollerare ancora lo sguardo di altri. Troppo pigre per poterlo percorrere. Le mie paure raccontate al risveglio, quando dicevo di avere chiodi piantati nella testa, le paure che aveva reso arte. La mia rinuncia per una vita semplice, quando rinunciai ad essere immortale per essere semplicemente sua, per poi accorgermi che non sarei mai potuta bastargli. Lo guardai, allora, ero stata la sua delusione, il suo fallimento. Piegata e appesantita sotto il peso di una borsetta piena di appunti, ricordi, scontrini. Lui che poteva permettersi di non lavorare, di rischiare e essere adorato e tanto gli bastava, a chi non sarebbe bastato? A me, rispondevo. Salii sul taxi e dettai l’indirizzo del mio albergo, poi lo richiamai e lui mi venne incontro. “Perché te ne sei andata?”, una domanda troppo semplice per poterla pronunciare senza temere la risposta. Ché io conoscevo la mia: per quei corpi come manichini, per il respiro trattenuto di chi, per avvicinarlo, era disposto a pagare un prezzo. Per quelli che computavano il suo valore e la sua vita. Perché era un mercenario. Allora gli afferrai la mano mentre il taxi si allontanava, non lo lasciai finché non furono braccia tese e urlai:“Come sarei stata io fra loro?”, con un nodo strano che mi strozzava la voce e si confondeva nel silenzio del motore. Rispose forte, ché potessi ancora sentirlo: “assente”.

Margi de Filpo

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racconto già pubblicato su Unonove