Giorno: 15 luglio 2012

Sandro Penna: del ‘suo’ tempo e di altri aspetti

Non c’è una ragione esterna precisa che mi spinga a scrivere di e su Penna e la sua poesia, come potrebbero essere un anniversario o una ristampa di qualche sua raccolta introvabile: vi è semplicemente l’esigenza di fare un personale ‘punto della situazione’ del mio essere un lettore, e ci tengo a sottolinearlo, di Sandro Penna. Non la troveremmo controllando le date di pubblicazione delle sue raccolte: Appunti, la sua seconda, breve, raccolta di poesie, uscì nel 1950. Per non parlare di Poesie pubblicato undici anni prima, nel 1939. Eppure proprio Appunti rispetto a Poesie segna un cambio di direzione all’interno dell’universo poetico penniano, quell’universo che a lungo (troppo a lungo) si è voluto imprigionare tra le spire di un alessandrismo astorico. Penna non è, né mai lo è stato, un poeta senza storia: la storia c’è; bisogna scovarla, stanarla e soprattutto distinguerla dalla Storia con l’iniziale maiuscola.
Prendiamo in considerazione la lirica che apre Appunti:

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune. (1)

Si noterà, e non si può non farlo, come la sentenza emessa sia ben distante dalle assolate contemplazioni di fanciulli rapiti nella piú intima quotidianità (e spero non si voglia negare la valenza storica, in quanto temporale, del dato quotidiano nella poesia penniana): ciò che realmente con Appunti entra con prepotenza nella poesia di Sandro Penna è la coscienza della propria diversità: la coscienza di essere diverso in un mare di comunemente diversi o diversamente comuni. È questa la distanza inserita da Penna fra sé e l’altro universalmente riconosciuto e riconoscibile. Forse è pure la cifra della sua sopravvivenza: Penna rifiuta il pericolo d’essere omologato, o meglio di farsi accettare lasciandosi omologare; non gli interessa che i benpensanti assecondino i desideri, gli stimoli vitali che stanno alla base del suo dire. A questo tentativo di cattura, di prigionia critica, egli si nega; e negandosi a questa ipocrisia tutta borghese egli si nega alla storia. Ma non alla storia tutta: a quella che si vuol far passare per tale: quella scritta con la maiuscola. Penna rifiuta le istituzioni, e la sua vita non è parca di segnali da questo punto di vista. Il poeta non si è mai sentito portato a sedere otto ore al giorno dietro a una scrivania d’un qualche grigio ufficio della capitale, o dietro a il banco di una libreria milanese: Penna ama la precarietà perché in essa sola risiede tutta la sua libertà. Tutti i suoi spostamenti (in verità pochi) per questioni legate a possibili impieghi che gli dessero di che vivere si fermano nel ’39, quando pubblicata la raccolta Poesie ritorna a Roma e va ad abitare alla Mole dei Fiorentini, dove rimarrà fino all’ultimo giorno.
Scriveva bene Natalia Ginzburg nel dicembre del ’76 nella prosa che accompagnava le poesie che Penna aveva raccolto per la plaquette Il viaggiatore insonne, destinata a diventare postuma suo malgrado: «Vivendo egli fuori dalle leggi che il tempo determina e impone, e non conoscendo egli nel suo mondo né classi sociali, né impalcature ideologiche, e mantenendo e avendo mantenuto sempre una piena e limpida indifferenza nei confronti del potere, e intrattenendo con i vivi e con i morti, con i potenti e con gli inermi, un rapporto di assoluta semplicità e parità, egli è fra gli esseri umani più liberi che siano mai esistiti. Mai si è lasciato dominare da un’idea altrui; mai è diventato servo di un’idea che circolasse all’intorno; mai si è piegato a essere o a pensare secondo un modello fornitogli da altri o fluttuante nell’aria. Non chiese mai la felicità, ma di essa solo briciole e centesimi, l’infinità dell’universo e il senso della vita umana; e da una simile sua facoltà, pervenne a noi, generoso e doloroso, nato nel sangue e nella miseria e nella solitudine e nelle lacrime, il dono della sua poesia». (2)
Un giudizio, certo, che risente dell’affetto che un’amica ripone in un caro amico, e che allo stesso tempo profeticamente sente già della prossima sua dipartita, ma che per questo non perde di valore critico, e che per quanto mi riguarda avalla la mia precedente affermazione sull’esigenza di Penna di sapersi precario di fronte a tutto quanto era istituzionalizzato, compresa la poesia (e aggiungerei quella accademicamente riconosciuta come tale).
E che Penna si concedesse poco ai suoi lettori lo dimostra la contrastante esiguità nel numero di poesie pubblicate dal ’39 al ’50 rispetto a quelle effettivamente composte e che videro la luce soltanto a partire dal ’57, cioè da quando il poeta raccolse tutto quanto fino a quel momento aveva pubblicato, compreso Una strana gioia di vivere, a stampa nel ’56, più un centinaio di inediti che copriva un arco di anni che partiva dal ’27 e giungeva al ’55. Raccolta che si presta a diventare per il poeta cifra del modo di assemblare le proprie raccolte successive, cifra del suo modus operandi, dove versi datati si perdono in un continuum con quelli di più recente composizione, creando quell’unicum che sarà Tutte le poesie, pubblicato nel ’70, e che comprende anche Croce e delizia del ’58, per finire con la sistemazione postuma di tutta la sua opera in Poesie del 1989 (e successive ristampe), che accoglie Stranezze del ’76 e il già ricordato Il viaggiatore insonne del ’77.

«La vita… è ricordarsi di un risveglio»; «Notte: sogno di sparse | finestre illuminate»; «Nel sonno incerto sogno ancora un poco» (3); e potrei proseguire ancora, cercando negli incipit delle poesie più celebri di Penna i fili di questo nodo che vincola, e trattiene, vita/sogno/dormire, dove la storia sfugge (o fugge) la realtà per rifugiarsi nella memoria, nel ricordo.
Si è sempre molto discusso intorno all’origine della poesia penniana (4), chiedendosi dove mai affondassero le radici, e ogni volta si è provato un disarmante sconforto nel non riuscire non dico tanto a chiudere il cerchio quanto a tracciare una semplice retta. Qualche punto fermo si è riconosciuto in Leopardi, D’Annunzio, Pascoli (5), Saba, in qualche lettura francese, preferendo Rimbaud a Baudelaire (6). Ma mai si è potuto indicare una discendenza diretta da un preciso autore, se non per qualche sporadico episodio.
E questo perché la poesia di Penna non ha bisogno di coordinate per essere capita, perché è inutile tentare di capirla nella sua totalità. È inafferrabile per natura, ‘inavvicinabile’ (7). È diretta al suo lettore, che di testo in testo, quasi senza variazioni stilistiche importanti, si fa accompagnare nell’universo penniano, fatto di sfuggenti storie d’amore, di sguardi rapiti e piccole riflessioni sulla vita, che di volta in volta delineano la malinconia di un poeta che ha conosciuto sì una “strana gioia di vivere” ma mai la felicità, tormentato dall’idea di rimanere solo, d’invecchiare (non solo in senso biologico) e non provare più alcuna di quelle gioie che la vita gli donava. E allora eccolo intento a ritoccare le date delle sue poesie nel tentativo di creare un continuum in cui l’idea del tempo si perde per creare un perpetuum in cui pare sia tutto presente (o sia stato tutto presente).
Penna non ha bisogno del tempo, come d’altra parte non ha bisogno della storia. Il tempo interviene per dirci quando è giorno e quando è sera, quando è estate o quando autunno.
Questo il tempo di Penna: quello del naturale corso della natura, della pura scansione meteorologica. E a questo tempo consegna la propria vita ogni qualvolta s’illumina del chiarore della luna in riva al mare, o del sole sui prati specchiantisi in qualche corso d’acqua; e che spesso nel rinnovarsi con lo scorrere delle stagioni, fiorisce e sfiorisce.
Guardando da vicino i tempi dei verbi nella prima raccolta di Penna (ma sarebbe doveroso estendere la ricerca a tutta la produzione, con le dovute misure) si ha come l’impressione che sia tutto incompiuto, che le azioni conoscano un inizio ma non una reale fine, quasi tutto fosse un unico movimento (di gesti, di sentimenti) dove a cambiare siano i deuteragonisti delle liriche, ma non le cornici, i contesti e i temi.
Fanciulli, ragazzi, operai, passanti, tutti si rincorrono nelle parole (e forse nella memoria) di Penna per creare il solo grande ritratto che Penna è riuscito a disegnare: se stesso, ovvero l’unica diretta esperienza di vita che potesse conoscere. In lui non ci sono angeli visitatori; caso mai «angeli sonnacchiosi».
Certo qualche volta compare un nome di ragazzo, ma è un lampo nella (o della) memoria, non un’entità salvifica. Ma il fanciullo/dio salvatore è un’immagine della poesia penniana che non ha contorni fisici precisi. Si moltiplica in molti sembianti che apportano gioia al poeta, ma la salvezza vera e propria è ben altra. L’unica salvezza per Sandro Penna è l’amore; un amore contrastato, condannato alla fine ancor prima di nascere; costretto a vivere in taverne fumose, cinema di borgata e orinatoi, quando è chiuso nella città; luminoso, solare, quando si contorna dei colori della natura (per il quale si potrebbe parlare d’un erotismo panico). Ma pur sempre un amore libero e sincero; fisico e nel contempo sublimato nell’innocenza d’uno sguardo timoroso di un’intesa:

Fanciullo non fuggire, non andare
solo. Non è per me che io lo dico.
Io ti ho visto alla fronte un segno chiaro.
E tua madre non vede. Non vede l’amico. (8)

Penna non ha scelto la via del compromesso. Non ha taciuto la sua sessualità, la sua pederastia (Penna teneva a distinguersi gidianamente dagli omosessuali propriamente detti). Penna ha nobilitato il suo amore e l’oggetto del suo amore: il fanciullo. Non gli importa farci sapere quale sia stato il prezzo di questa sua conquista, ciò che gli preme è cantare questa sua gioia ritrovata nella purezza del fanciullo. E cantarla nel suo variegato manifestarsi senza un apparente sviluppo, ma infinito proponimento di un unico motivo, o tema: l’amore per i fanciulli, e il piacere che da esso ne deriva. Non può sottrarsi a questo piacere (piacere reale, non solo del narrare, ma anche fisico). Pena: il silenzio.
Penna ha fatto suoi il «guardare» e l’«ascoltare» di Saba. Non dovesse più guardare e ascoltare, quindi osservare ciò che lo circonda per scorgervi i segni dei suoi piccoli miracoli, cesserebbe la sua voce. Un’eventuale perdita del suo piacere equivarrebbe in Penna all’effettiva perdita d’ogni ragione di canto.
Ma l’effettiva perdita del piacere, che soprag¬giunge con l’avanzare della maturità (non solo poetica), ha portato Penna a eternare con malinconia il tempo della giovinezza, permettendo a sé l’illusione d’aver creato uno spazio senza tempo dove eterno dura l’eros, ma pagando il tutto al caro prezzo della propria felicità. Ecco, quindi che si reduplicano le sue immagini solari, avvolte da una nube di malinconia, sicché pare condizione naturale della poesia di Penna l’essere immersa entro un’eterna foschia, di quella che si può incontrare spesso spingendo lo sguardo verso l’orizzonte in una limpida giornata, al mare, non certo quella fumosa e grigiastra di città.
È forse vero, come già osservò Luperini (9), che la poesia di Penna trova la sua scaturigine in un’espulsione o dal sentimento di espulsione dalla vita reale, desi¬gnando con vita reale quella che si è portati a considerare normale.
Già nel ’39, in Poesie, compare infatti un testo fondamentale da questo punto di vista:

Mi nasconda la notte il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico amico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare. (10)

Penna «cacciato» dal mondo in cui è comunque cresciuto (è questo il trauma più volte denunciato da quella frangia della critica che giustamente non si è fatta ingannare dal dolce canto d’un poeta apparentemente alessandrino) si rifugia nella natura, lontano dal mondo adulto «degli uomini»: uomini lontani sia fisicamente che psicologicamente («così lontani / sempre da me»). Questa è la causa del dolore di Penna. Un dolore che ci mostra un uomo tutt’altro che felice; semmai ipnotizzato dall’idea che la felicità stia nell’‘altrove’ diverso dal ‘dove’. Il ‘dove’ è il mondo che tutti conosco, riconoscono, e che alcuni sanno negare (Montale); l’‘altrove’ è per Penna il puer, nel quale confluisce tutto il ‘bene’ e tutto il ‘male’ dell’universo penniano.
Ecco perché nei suoi versi tutto è (o appare) idilliaco; perché è visto da una distanza di sicurezza, la recuperata adolescenza, che il poeta sugge dai fanciulli. Ma finita l’ebbrezza resta lo sguardo malinconico di chi questa felicità ha perduto per sempre (o che forse mai ha avuto). Ecco, quindi, che l’autoesclusione (Raboni) si palesa nell’esclusione (Luperini) nuda e cruda, per certi versi anticipata già nel 1956 da Pasolini.
Consapevolmente (ma fino a che punto?) Penna ha opposto il suo «male», l’eros, al «bene», che è ciò che la società ritiene sia bene (11). Ecco perché gli è così naturale contravvenire le regole, l’ordine prestabilito. Ecco perché gli è altresì naturale ricostituire un ordine all’interno della sua poesia attraverso la regolarità metrica, tematica e stilistica che forse non ha eguali nel Novecento italiano per la sua continuità. Regolarità non sufficiente a salvaguardare la poesia dalla presenza di non poche anomalie; segnali di un’incapacità congenita di rispettare ogni tipo di regola, anche quando è lui stesso a darsene una (12). Segnali necessari, se vogliamo, a Penna per mantenere quel suo sguardo esterno al mondo che lo circonda; per preservare questo suo vivere da autoescluso (adesso sì!); per non raggiungere «una piena consapevolezza morale» (13).
Insignito il fanciullo (14) del ruolo di guida della sua poesia (ma lo si potrebbe considerare come un vero e proprio senhal) Penna ferma il tempo affinché non venga persa questa sensazione di felicità che deriva dalla contemplazione e esaltazione del puer, questo flair da assaporare olfattivamente in ogni singola poesia. Ma si tratta pur sempre di un finto profumo di dolcezza: e il suo ossimoro dolce/amaro, è forse in questo Novecento l’unico vero caso di «ossimoro permanente».
Il trauma, come ha osservato Luperini, e aveva intravisto Raboni, si era già consumato quando Penna cominciò a scrivere con improvvisa maturità, innata maturità, sicché al suo apparire sulla scena letteraria italiana si pensò a un miracolo in assenza di storia, d’una qualsiasi storia, preservato (e quindi limitato) al naturale scorrere del tempo (immacolato!). E invece la storia c’era, e ben presente (e in questo la biografia di Elio Pecora offre alcune interessanti spiegazioni, tratte dalle pagine del giovanile di Penna); si sviluppava tra le righe, riemergeva dall’inconscio; ma bisognava scovarla tra le parole, i verbi («ricordarsi», «aver veduto», «aver sentito») che conservavano intatte nella memoria le sensazioni di un passato radicato, che si voleva se non rimuovere celare con grazia, e che si sapeva sarebbe prima o poi riemerso.
Al grande tema del puer si dovrà affiancare l’altro tema importante della poesia penniana: la vita; vita che Penna ama alla follia. La poesia di Penna si scopre costituita di piccoli frammenti di esistenza disposti in modo da formare, una volta raccolti, un ritratto immenso che non è possibile vedere tutt’insieme (Penna è diabolico, si nasconde nel darsi in pasto al lettore, fingendosi chiaro).
Penna cerca la vita; «brama» la vita. E la cerca nei luoghi dimenticati dal resto della poesia italiana; nei luoghi che raccontano una vita d’altri tempi; nelle movenze e nei ritmi lenti e intrisi di riti tradizionali; nell’attesa del ripetersi degli eventi.
D’altra parte di cos’altro poteva parlare Penna se non della vita che eterna si ripete nei suoi modi indipendentemente dagli eventi storici che la riguardano anche da vicino:

La luna di settembre su la buia
valle addormenta ai contadini il canto.

Una cadenza insiste: quasi lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale.

Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita.

Più vivo di così non sarò mai. (15)

Una ciclicità di immagini, di eventi che si ripeterà anche nella piena maturità, quando ai fatti si sostituiranno i ricordi, come in Solfeggio:

La giovinezza è ancora mio appannaggio?
Già mi pare di sí ora che il vento
scompiglia dolcemente i miei pensieri
e la finestra è aperta, chiara e onesta,
e morta è nei miei versi la mia noia.
È durata due giorni la mia noia,
la triste noia fatta di parole
e di azioni convulse a mascherare
l’assenza di un amore, la mia prima
tregua nel mondo del mio disonore.
Sono stato due giorni senza amore:
ho veduto il piú bello dei fanciulli
morire nel mio cuore senza un guizzo
come fa la candela senza cuore.
Ho poi veduto un tenero, un novizio
rossore su una gota calda e sola
e sola la ho lasciata raffreddare
come un vecchio maestro elementare.
Sorpreso ho infine casualmente il sesso
di un biondo marinaio aperto e onesto
(non domandate, cittadini, dove)
e non gli ho detto che non era solo.
Non domandate, amici, perché tace
anche il biondo battello sotto il sole;
nel beccheggio sono le sue parole
ma il mio silenzio era privo di sole.
La giovinezza è ancora mio appannaggio?
Già mi pare di sì ora che il vento
scompiglia dolcemente i miei pensieri
e la finestra è aperta, chiara e onesta,
e morta è nei miei versi la mia noia.
È durata due giorni la mia noia
……………………………….. (16)

La vita, quindi, non è noia, perché ci viene detto che è breve e passeggera. È «ricordarsi». È eterno ricordare l’euforia appena vissuta. Cesare Garboli, acuto interprete di Penna, ha scritto: «La disappartenenza all’umano, il senso liberatorio della presenza di sé indifferente e divina nel mondo culmina e si espande nel momento in cui l’energia che insegue il piacere fa sfavillare tutto: l’io si sente onnipotente, perché la sessualità agisce da droga. A questo stato se ne oppone subito un altro: la caduta, il risveglio angoscioso, la luce dell’alba che sbatte sulle palpebre, risveglio che fa dell’io già vittorioso e trionfante una vittima, perché la disumanità, finito l’ossigeno del piacere, diventa letterale e il nume ci rinnega. […] Questi due stati, nella poesia di Penna, non ammettono mediazione (Penna è shakespeariano, ignora la dialettica). Tuttavia, essi non si trovano mai divisi. A unirli, a stringerli in un modo indissolubile è il sentimento del tempo, non meno meteorologico che psicologico. La poesia di Penna è fatta del ricordo di cose presenti, nasce dalla vicinanza e dalla lontananza, dal dilatarsi e accorciarsi gommoso di sensazioni che appartengono a un presente che è sempre già passato e a un passato fulmineo e istantaneo come il presente.» (17)
Il tempo in Penna, in una sola parola, è simultaneo. La sua modernità, che sta nella pur chiara immagine disincantata della vita, indossa le vesti antiche di un poeta alessandrino (ma la veste gli è stretta!) che con grazia canta la decadenza, o come meglio ha espresso ancora una volta Garboli: «è come dire che Penna si è fatto interprete non della novità del linguaggio poetico italiano del Novecento, ma – che non è meno importante – del suo destino di putrefazione.» (18)

Non so dire quanto in realtà questa poesia sia depositaria d’una felicità vissuta. È più la lunghezza del respiro d’una felicità rincorsa e assaporata in piccole stille di gioia momentanea. Ma poi questa stessa gioia si scopre tradotta in ricordo, e allora sì che il cerchio disegnato dalla poesia di Penna si chiude. Ma stranamente si chiude nel suo primo manifestarsi, che non sarà proprio il primo cronologicamente, ma è quello al quale Penna ha consegnato il compito di illustrare la propria poesia:

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore. (19)

La vita è eterno ricordo; ma è, non è stato. Questa la cifra temporale. Penna ha saputo fermare il demone del tempo nell’unica dimensione che non ha tempo: quel limbo posto tra sonno e risveglio, dov’è possibile sognare ancora un po’. Ma nel ricordare i sogni ci si immerge nella malinconica osservazione d’un mondo in cui non è possibile vivere felici, perché tutto lentamente scompare (marinai e operai compresi).

© Fabio Michieli

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Note:
1) Sandro Penna, Poesie, Milano, Garzanti, 1989, 1993, p. 171.
2) Natalia Ginzburg, in Sandro Penna, Il viaggiatore insonne, Genova, San Marco dei Giustiniani, 1977, p. 10.
3) Sandro Penna, Poesie, cit., pp. 3, 6, 7.
4) A tal proposito si rivelerà utile la lettura del saggio di Antonio Girardi, Il giovane Penna, in «Studi novecenteschi», VIII, n. 21, giugno 1981, pp. 83-98.
5) Cfr. Giuseppe Nava, La lingua di Penna, in «Paragone», n. 494, aprile 1991. L’eccessiva rivendicazione d’una paternità pascoliana sulla poesia di Penna a volte sembra trovare una giustificazione piú nella specifica competenza di Nava su Pascoli che in una reale derivazione di Penna da Pascoli. Non è da escludere, per esempio, che un certo pascolismo Penna l’abbia appreso dalla lezione di Saba e di certo Bertolucci. Basti un esempio: Nava sembra non tenere conto di quanto Cesare Garboli ha affermato sulla presenza di Bertolucci (e quindi di in comune denominatore in Leopardi) nella famosa «Io vivere vorrei addormentato | entro il dolce rumore della vita» (Cesare Garboli, Penna papers, Milano, Garzanti, 1996; n. 3 a Penna papers) insistendo invece sulla linea Pascoli-Penna. Più dei passi di Pascoli riportati a dimostrazione della sua tesi appare piú appropriata la citazione dei versi di Saba, tratti da Dopo la giovanezza, posta invece in secondo ordine, come sorta di eco. Per quanto riguarda la trattazione del rapporto con Montale, credo non sia sufficiente fare fede al solo criterio cronologico per seguire la direzione di sviluppo della linea che unisce Penna a Montale (dando poco credito alla possibile inversione della direttrice), perché negli anni che precedono la pubblicazione di Poesie 1939, come ci è testimoniato dalle stesse lettere che Montale scrisse a Penna, egli conosceva di Penna sia le poesie che sarebbero confluite nella raccolta edita da Parenti sia altre che faranno la loro comparsa nelle raccolte successive (alcune delle quali rimarranno inedite sino alla pubblicazione di Stranezze, nel 1976).
6) Elio Pecora, Sandro Penna: una cheta follia, Milano, Frassinelli, 1984, poi Sandro Penna: una biografia, idem, 1990.
7) Alfonso Berardinelli, Penna o l’altrove, in La poesia verso la prosa, Torino, Bollati Boringhieri, 1994, p. 147: «Che la chiarezza di Penna sia apparente, ipnotica e piena di misteri, lo si è detto in vari modi. Non si può neppure cominciare a parlare di lui senza dire e ripetere questo: mistero in piena luce, mistero della chiarezza. Una chiarezza, appunto, che tiene a distanza i critici, che non li incoraggia. […] Penna è spietato con chi si mette a parlare di lui pensando di cavarsela con le armi della critica e con le armi della complicità. La poesia di Penna non ha bisogno di essere studiata per essere letta e non ha bisogno di complici. Nella sua irriducibile singolarità, dura come un diamante ma priva di stravaganze, Penna sembra inavvicinabile».
8) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 74.
9) Romano Luperini, Il Novecento, Torino, Loescher, 1981, pp. 642-48.
10) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 18.
11) Anna Vaglio, Invito alla lettura di Sandro Penna, Milano, Mursia, 1993, p. 107.
12) Giovanni Raboni, La trasgressione e il mistero nella poesia di Penna, in «Paragone», n. 250, dicembre 1970, pp. 140-47 (ora in Giovanni Raboni, Poesia degli anni Sessanta, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 196-205).
13) Anna Vaglio, Invito alla lettura di Sandro Penna, cit., p. 109. È evidente l’eco di quanto Pasolini dichiarò nel suo primo scritto su Penna (1956) al riguardo del palesarsi per frammenti della morale nel poeta umbro.
14) A riguardo si legga il saggio di Magda Vigilante, Il mito del fanciullo e la poesia di Sandro Penna, in «La Rassegna della Letteratura Italiana», xci, n. 2-3, maggio-dicembre 1987, pp. 469-85.
15) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 87 (mio il corsivo). Si legga anche Guardando un ragazzo dormire: «Tu morirai fanciullo ed io ugualmente. | Ma piú belli di te ragazzi ancora | dormiranno nel sole in riva al mare. || Ma non saranno che noi stessi ancora» (Sandro Penna, Poesie, cit., p. 315).
16) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 257.
17) Cesare Garboli, Prefazione a Sandro Penna, Poesie, cit., p. VIII (con qualche lieve ritocco in Penna papers, con il titolo Guida alle poesie di Penna, pp. 108-15).
18) Cesare Garboli, Prefazione, cit., p. X.
19) Sandro Penna, Poesie, cit., p. 3.

Fuori di testo (nr. 27)

La bomba nucleare

Le tue gambe, i miei libri,
sigarette, adesivi,
frasi fatte, cose vecchie cominciate.
Le tue noie per l’affitto, due monete sotto al letto,
uno schiaffo improvviso sulle scale.

Ma davvero quest’amore è un bomba nucleare
fa scoppiare la ragione dentro al cuore
nel silenzio più profondo anche il battito del mondo
si è fermato per capire dove sei.
Ma dove sono io che guardo il mondo senza te?

Le tue mani colorate, saponette profumate,
le mie foto nel cassetto stropicciate.
I ritagli di giornale, l’insalata da lavare,
le promesse come sempre da buttare.

Ma davvero quest’amore è un bomba nucleare
fa scoppiare la ragione dentro al cuore
nel silenzio più profondo anche il battito del mondo
si è fermato per capire dove sei.
Ma dove sono io che guardo il mondo senza te?

 

 

 

 

Jang Senato
(da “Lei ama me, lei ama te”, 2011)