Giorno: 8 luglio 2012

Fuori di testo (nr. 26)

L’isola

La mia e la tua pazzia è la pazzia di un’isola
con tutto il vento contro e sulla schiena
che non importa neanche più

Quando ridi e corri e ridi
rimane lì sull’isola
con tutta l’acqua intorno che se remi ai fianchi
te ne vai con l’isola
e una busta bianca della spesa corre a diventare nuvola
e se tremi non importa tremo anch’io con te
che siamo pazzi in due

Ma se restassimo da soli
come squali imbalsamati
come uccelli migratori
senza avere più le ali

Se restassimo da soli
sopra striscie di aeroplani
e sotto onde tutte uguali
senza mai poter tornare
forse piangeresti
per non poter tornare
forse moriresti
e ti lascerei tornare
forse

A volte credi anche per me
basterebbe un’isola
invece ho un grattacielo rovesciato
che corre a testa in giù

E dopo tutto il mondo attraversato
c’è una lampadina blu
e una busta della spesa vola a diventare nuvola
e se tremi non importa ballo anch’io con te
che siamo pazzi in due

 

 

 

Pino Marino
(da “Non bastano i fiori”, 2003)

Premio Georg Büchner a Felicitas Hoppe

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Ho appreso con gioia che il premio Georg Büchner, il più prestigioso riconoscimento letterario in Germania, è stato assegnato a Felicitas Hoppe.
Un’amica, che l’ha ospitata negli anni del soggiorno a Villa Massimo, mi ha fatto conoscere Felicitas. La stessa amica mi ha comunicato qualche giorno fa la splendida notizia.
Del 20 marzo 2008, quando Felicitas ha incontrato, nell’aula magna di una scuola romana, un centinaio di studenti e per due ore ha parlato con loro in tedesco, ha risposto alle loro domande, li ha incantati con la lettura di un racconto dalla sua raccolta Picknick der Friseure (Picnic dei parrucchieri), ho serbato, oltre a un ricordo vivido e gioioso, la dedica sulla copia di Johanna, che Felicitas ha scritto in italiano: “Grazie per l’incontro bellissimo”. Grazie per l’incontro bellissimo, Felicitas, grazie per aver dato ai miei studenti – e alla loro insegnante! – l’occasione di addentrarsi in un laboratorio permanente di scrittura. All’inizio del 2010 scrivevo:
” Ho chiesto a Felicitas Hoppe, scrittrice di Hameln (sì, la città del pifferaio magico) il permesso di pubblicare qui la mia traduzione del Prologo del suo romanzo Johanna. Pur nel bel mezzo dei preparativi per uno dei suoi soggiorni statunitensi – gli atenei e gli editori d’oltre oceano sanno apprezzarla come merita, qui non è stata ancora mai tradotta -Felicitas mi ha risposto con un sì pieno di entusiasmo”.
Nel frattempo, Felicitas ha letto e scritto tanto, mi ha fatto dono di una copia del suo racconto Der beste Platz der Welt (Il posto migliore al mondo), ha terminato il suo romanzo Hoppe.
Della mistica arguzia delle ‘cronache montane’ di Der beste Platz der Welt tornerò a scrivere. Ripropongo qui, con i miei più calorosi auguri a Felicitas Hoppe, la mia traduzione del Prologo a Johanna.

Prologo

Giovanna nacque nella notte dell’Epifania, la notte che ricorda l’arrivo dei tre Re Magi. Gli animali iniziarono a parlare, i frati tennero in alto la stella, solo i re non riuscivano a mettersi d’accordo.
Diciannove anni dopo, quando il vescovo si apprestava infine a pronunciare la sentenza di morte e il boia si avvicinava con il suo carro, le forze abbandonarono Giovanna. Interruppe il vescovo e disse che avrebbe fatto tutto ciò che le veniva imposto di fare. Gli Inglesi andarono su tutte le furie, scagliando pietre urlavano che il vescovo Cauchon era un traditore. Giovanna, che non sapeva né leggere né scrivere, firmò con una croce la formula di abiura. Rideva nel far ciò, e gli Inglesi urlarono più forte.
Il ventisette maggio il vescovo ricevette la notizia che riportava come Giovanna avesse avuto una ricaduta, fosse tornata a indossare abiti maschili e avesse ritrattato tutto ciò che aveva sottoscritto. Il trenta maggio, verso le nove, ottanta o ottocento soldati inglese scortarono il suo carro fino al Mercato Vecchio di Rouen. Tuttavia, un certo Loiseleur riuscì a salire sul carro e, tra le lacrime, a implorare perdono a Giovanna per l’ingiustizia arrecatale. A fatica riuscì a sfuggire agli Inglesi.
Giovanna restò in piedi per un’ora sulla piazza del mercato, mentre Nicolas Midi pronunciava una predica e il vescovo rendeva nota per la seconda volta la sentenza di morte. Per l’ultima volta, Giovanna difese i suoi re, che peraltro erano assenti.
Prima che fosse condotta sul rogo, le fu messo in testa un cappello di carta, sul quale erano scritte tre parole, per tutti coloro che sapevano leggere. In testa al corteo c’era frate Ladvenu, che, ben visibile anche agli assenti, teneva in alto la croce, finché Giovanna lo pregò di scendere dalla scala, perché la croce rischiava di prender fuoco. Lei stessa aveva in mano una piccola croce di legno, che un soldato inglese aveva fatto alla meglio per lei.
Bruciò viva, poiché il rogo era stato allestito a un’altezza tale, che il carnefice non riuscì a darle il colpo di grazia, malgrado provasse pena per lei, perché temeva per la propria anima. Nella piazza, alcuni piangevano, e tra questi c’erano anche degli Inglesi.
I resti di Giovanna, le ceneri e il cuore, che talvolta resiste al rogo, furono gettati nella Senna da Jean Massieu, usciere del tribunale.

(da: Felicitas Hoppe, Johanna, Fischer Verlag 2006: 9-10; traduzione di Anna Maria Curci)