Gabriele Gabbia: Paola Loreto, “In quota, con sfrontato timore”

In quota di Paola Loreto è un’opera della maturità. La quarta prova in volume di questa poetessa bergamasca pubblicata per i tipi di Interlinea lo dimostra ampiamente. La silloge, scissa in quattro parti, prende abbrivio ed è continuamente guadata dall’esperienza della montagna, ed in particolar modo della scalata alpina. Metafora fattiva, questa, della fatica dell’attraversata quotidiana della vita, oltre che sfondo montano costituente l’origine da cui i versi dell’autrice hanno spesso preso le mosse, a partire da L’acero rosso, esordio edito da Crocetti nel 2002 con una prefazione di Franco Loi. Si inizia così dalla sezione Ai Tezzi, in cui l’autrice ritrova se stessa bambina in un tempo in cui “il mondo era una promessa / e così la vita / che è stata esaudita”. Versi felici, quelli citati, semplici ed appaganti, che lasceranno via via lo spazio anche ad una drammaticità cruenta, come nella poesia Lamento di Anita, dove la Loreto testifica ed oppone con rabbia in direzione contraria rispetto a quanto appena enunciato che la vita “Non ripaga. La vita è / uno schianto di corpi / accurati che fanno la storia / di ognuno, di tutti.” E così l’autrice incede cantando con “sfrontato timore” per tornanti e sentieri, “salendo scale” e guardando “solo all’insù”, congedandosi dal doloroso mondo degli altri – senza naturalmente averlo prima attraversato (o almeno lambito) – per ritrovare la propria serenità, come in Tra vivi, dove versi di grande sapienza e nitore si mostrano come si scopre improvvisamente all’entrata la bellezza di un bosco: “Non voglio entrare nel Suo mondo / di fantasmi che vivono e rallegrano / la stanza da un quadro. Adoro / il bosco e le sue creature e la follia / che mi dite mi si addice. Non c’è / fede che tenga, quando avverti i passi / di chi sale avanti a te e / si gira e ti indica il sentiero. Voglio andare. / Voglio dimenticare. Non c’è modo / di amare, altrimenti, davvero, di / ricordare. / (…) Sono stanca di voi / e del vostro dolore. Sono stanca / di mentire.” E infatti la poetessa procede nel suo cammino senza esimersi mai dallo sbatterci in faccia il vero della vita, però sempre con poesia, grazia e stupore. Come quando nella seconda sezione, intitolata Libro di Tobia, punta gli occhi sulla vita grintosa del compagno – cui la raccolta è forse dedicata – con cui si arrampica ardentemente sulle vette amate: “Sei quella figura snella / piegata appena contro il vento / nera, ma resistente, / che sale verso il vertice / del monte, la punta / del diamante, la fine e / l’inizio del mondo. / Senza arresto / senza voltarti indietro. / Senza me. Vai / dove non potrò arrivare. / Vai solo. Più forte.” E a ricordarci il sostegno, ma anche il destino immanentemente solitario che comunque in sé ogni amato mantiene, arrivano “giorni per lacerare”, e versi di conseguenza: “Qui è la lotta / della vita / con la morte. / Il momento dell’ora / del vero / del mai dopo / non più tra un po’ / o un’altra volta. Questo è il giorno / per lacerare.” E ancora, in Alpe di Grem: “La vita sarebbe camminarti dietro / per sempre mentre saliremo questo / monte, la figura più snella che conosca / il carattere più libero incontrato / sul sentiero.” Ed infine, i testi splendidi di Esemplare raro e di Distinto sentire, che non possono non essere citati: “Dove la prende la forza quest’uomo. / Questo umano che vive ride e corre / avanti senza voltarsi indietro, mai. / Che arrampica tenendo tutto saldo / nella mano, senza farlo cadere. / E si guarda intorno e non si pente / e spera che sia sempre vita vera. / Non teme di morire ma domani / fa che è ancora un altro giorno”; e di seguito:“Non ci confonderemo. / Il tuo senso delle cose è tuo / e me ne innamoro. Ma / quanta grazia quanto / desiderio di individuazione. / Non sparire d’amore / perché amare è fare, / stare per qualcuno.” Quanta sapienza, quanta vita si desume da questi versi, quanta, davvero. La Loreto mai come ora in questa raccolta invera una saggezza ed una comprensione umana e poetica ammirabile, conquistata con fatica, certo, ma giunta qui ad esplicarsi con affinata, nitida potenza mediante una capacità di sintesi ed un’abilità analitica che non scende mai di tono, col risultato di una scalata in cui la tensione resta sempre alta. Tensione cui sono intrisi anche i testi che troviamo nella terza sezione, intitolata A te, dove l’anelito illusorio per l’Assoluto sembra mescersi a quello più fattivo per l’Essere, fino a farsi una cosa sola con lo sguardo, lucido e sospeso: “Quando scopri che il Tutto / non è tutto e ha dei limiti / l’infinito, allora non lo vuoi / davvero tanto. Lo coltivi / non rinunci, ma fai altro contemporaneamente. / Liberi la mente dai falsi / pensieri, la lasci vagolare / illusa di una buona solitudine, / ottundi i sensi all’abitudine / e tiri avanti, convinta, giunta / adesso nel posto che cercavi, / dov’è ancora, molto, da fare.” E poi ancora il Tutto e il timoroso fragore, vuoto e improvviso del Niente della fine, che giunge sempre, insieme alle sue sentenze, e all’ultima parte della raccolta, il Libro delle ore: “La fine arriva sempre inaspettata / e non c’è verso di prepararsi: / si può solo star pronti a disfare / il distacco, la fitta / il delitto. / La fine è sempre troppo presto / è sempre ora e mai dopo, mai tra / ancora un po’ di tempo, per sapere / che sono stata felice, che ho avuto / abbastanza e di più e che non importa / se adesso finisce e non c’è più. Non / c’è, come il viso liscio di Marina, / la mano forte di Jonah, la casa / di legno, l’odore di strada ad Avola / d’estate e il silenzio di un secondo / fa ai Tezzi, quand’ero sola a sentire.” Un libro scritto sulla via definitiva d’una scalata verso l’alto, dunque, intriso dalla forza del silenzio, della maturità e della consapevolezza, strettamente interrelato alla solidificazione del rapporto con l’Altro – sia esso attestato dalla Natura o dall’Essere (senza venir meno a nessuno dei due) –, che volge lo sguardo al profondo, scevro di eccessiva nostalgia o di rimpianto, indisposto a rinunciare alla propria felicità e alla riconquista feconda della propria semplicità: la capacità fiera di sopportare la fatica il dolore e la bellezza che sempre ci abitano.

Gabriele Gabbia

***
Alla baita del Vittore

C’è un’aria d’erba, stasera,
che viene di lontano
e mi riporta il ricordo, pieno,
di quand’ero bambina
in un prato: di quando
il mondo era una promessa
e così la vita
che è stata esaudita.

*

Lamento di Anita

Vito non lo faccio apposta:
non viene. Potevi dire, prima,
che era la mia forma a proibire
questo figlio. Adesso no.
Ho tenuto la fame fino a
avere la nausea del cibo.
Ho visto le mie guance
insaccarsi e i capelli cadere
con occhi sgranati. Avrei
fatto di più, avessi potuto,
per il nostro desiderio.
Ma la vita non esaudisce.
Non ripaga. La vita è
uno schianto di corpi
accurati che fanno la storia
di ognuno, di tutti.

*

Congedo

Certe volte non vorrei mai andare via.
Quando c’è stato il temporale ai Tezzi,
e l’aria è chiara e sto tornando a casa
per la mulattiera e alzo la testa e guardo
l’aereo di luce che guada il cielo striato
della scia di un altro, prima di lui,
che manco conosce e chissà dove va.
O quando scendo con la macchina
e mi strappano la pelle le montagne
di dosso perché son troppo perfette
e la musica che ascolto non dà tregua
alla memoria e alla voglia che ho, eterna,
di salire, di scoprire cosa c’è
dopo la curva, oltre la fine
del mio sguardo, e magari dormire
al Brunone e non pensare a niente
che non sia la linea che stacca il monte
dallo sfondo del quadro che inquadro, adesso,
come sempre, con sfrontato timore.

*

Tra vivi

Quando è morto Luca, Lei mi dice.
Lo sa che non ricordo esattamente?
Certo un anno, certo un’estate fa
ma il giorno non lo so e non pensavo
nemmeno che lo avrebbe nominato.
Non pensavo avrebbe mai potuto farlo
perché un figlio che si perde non si dice
e non entra in questa vita di barattoli
di miele che trasmigrano da un uscio
all’altro dei Tezzi. Le ho sorriso
e mi sono accostata per passarle
due chili di materia grezza e gialla
che i signori Fiorina mi hanno dato
per Lei. Non voglio entrare nel Suo mondo
di fantasmi che vivono e rallegrano
la stanza da un quadro. Adoro
il bosco e le sue creature e la follia
che mi dite mi si addice. Non c’è
fede che tenga, quando avverti i passi
di chi sale avanti a te e si gira e
ti indica il sentiero. Voglio andare.
Voglio dimenticare. Non c’è modo
di amare, altrimenti, davvero, di
ricordare. La santella sull’angolo
del viottolo ve la lasciamo fare
ma alla messa di commemorazione
non mi vedrà. Sono stanca di voi
e del vostro dolore. Sono stanca
di mentire. C’è soltanto una cosa
che vuole sapere. E’ vero: quando
è morta mia sorella? Se lo ricorda?
*

Filo di cresta

Sei quella figura snella
piegata appena contro il vento
nera, ma resistente,
che sale verso il vertice
del monte, la punta
del diamante, la fine e
l’inizio del mondo.
Senza arresto
senza voltarti indietro.
Senza me. Vai
dove non potrò arrivare.
Vai solo. Più forte.

*

Alpe di Grem

La vita sarebbe camminarti dietro
per sempre mentre saliremo questo
monte, la figura più snella che conosca
il carattere più libero incontrato
sul sentiero. Abbacinata dalla luce
in contrasto son contenta che ti perdi
via e non ti giri: allarghi le braccia,
punti i bastoncini nelle zolle e respiri
profondo, avanzando in progressione.
Appoggio gli occhi alla muscolatura
che ti guizza sotto pelle, alle gambe
lunghe, attorno alla curva rotonda
della testa e mi fido. Ma ti volti e
mi accorgo che ho sorriso perché ridi
e dici: È davvero il sentiero dei bei
pensieri, se proprio non puoi guardarmi
senza cogliermi in flagrante reato.
È il Grem: la prima traccia nella terra
per l’Alpe di Grem, che da Plazza si snoda
nei campi coltivati in ogni tempo.
Che faccia caldo o freddo non importa:
è bene accolta ogni stagione. Il latte
va in taleggio fresco ad ogni modo.

*

Esemplare raro

Dove la prende la forza quest’uomo.
Questo umano che vive ride e corre
avanti senza voltarsi indietro, mai.
Che arrampica tenendo tutto saldo
nella mano, senza farlo cadere.
E si guarda intorno e non si pente
e spera che sia sempre vita vera.
Non teme di morire ma domani
fa che è ancora un altro giorno.
Com’è possibile che tornino
le cose a essere facili, normali.

*

Distinto sentire

Non ci confonderemo.
Il tuo senso delle cose è tuo
e me ne innamoro. Ma
quanta grazia quanto
desiderio di individuazione.
Non sparire d’amore
perché amare è fare,
stare per qualcuno. Tu solo
hai l’orecchio dei crotali.
Io ascolto il silenzio di casa.

*

In chiave minore

Quando scopri che il Tutto
non è tutto e ha dei limiti
l’infinito, allora non lo vuoi
davvero tanto. Lo coltivi
non rinunci, ma fai altro
contemporaneamente.
Liberi la mente dai falsi
pensieri, la lasci vagolare
illusa di una buona solitudine,
ottundi i sensi all’abitudine
e tiri avanti, convinta, giunta
adesso nel posto che cercavi,
dov’è ancora, molto, da fare.

*

Fin che c’è

La fine arriva sempre inaspettata
e non c’è verso di prepararsi:
si può solo star pronti a disfare
il distacco, la fitta, il delitto.

La fine è sempre troppo presto
è sempre ora e mai dopo, mai tra
ancora un po’ di tempo, per sapere
che sono stata felice, che ho avuto
abbastanza e di più e che non importa
se adesso finisce e non c’è più. Non

c’è, come il viso liscio di Marina,
la mano forte di Jonah, la casa
di legno, l’odore di strada ad Avola
d’estate e il silenzio di un secondo
fa ai Tezzi, quand’ero sola a sentire.

*

Poi un giorno entrerò nella luce,
quella brillante di questo prato
gialla e verde
al rovescio dell’erba.
Tra gli oggetti indistinti
che ho calpestato,
che mi hanno portata
in alto, qui.

10 comments

  1. io e la redazione (ne sono certo) ti siamo grati per questa intensa lettura e per la scelta dei testi di Paola Loreto: una selezione che porta a volerne sapere di più (almeno nel mio caso)

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  2. grazie a Gabriele per la lettura fine e attenta, e grazie a Poetarum Silva per l’ospitalità e soprattutto per l’opera utile e intelligente, e lo spazio, dedicati all’espressione creativa: sono così importanti…

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    1. quella di Gabriele è davvero una lettura fine e attenta. però, gentile Paola, ciò avviene quando il lettore incontra una voce autentica.
      di questa autenticità che ammetto di avere scoperto solo ora ti sono grato.

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  3. Molto belle, di diretta e limpida comunicazione, queste poesie di Paola Loreto. La vita si volta e si rivolta – si agita in questi versi così autentici e appassionati. Gabriele ha saputo trarre le cifre più segrete di questa consistente scrittura. Complimenti ad entrambi. E un abbraccio voglio rivolgerlo anche agli amici di Poetarum
    Gianfranco

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  4. Non conosco molto bene la poesia di Paola Loreto, ho potuto solo leggere il libro ” Acero rosso” uscito da Crocetti, anche se questa lettura e questi testi mi fanno solo pensare a -come scrive giustamente Gabriele – che questo per Paola Loreto sia il libro della maturità, della piena coscienza e delle giuste prese di posizione nei confronti della vita “, la capacità fiera di sopportare la fatica il dolore e la bellezza che sempre ci abitano”. Questa è una frase precisa di chiusura che sintetizza forse l’intera lettura del libro. La quota, la scalata e il continuo dialogo fra i morti e i vivi indicano le intermittenze della vita, le pluralità e le possibilità continue di apertura verso gli altri, ma soprattutto verso se stessi immersi in paesaggi specifici, anche estremi e pieni di simboli (come può essere il vivere la montagna, la quota).
    Sicuramente in questo libro il dialogo si apre con la natura e con la vita misurata nell’estremo e nelle condizioni di disagio e precarietà. Ma proprio in questo sta la bellezza, la sfida continua del vivere una quota, un estremo di noi stessi, sempre in qualsiasi situazione aperti e chiusi al mondo. Bellissima la frase iniziale dell’ultima poesia ” Poi un giorno entrerò nella luce, quella brillante di questo prato,gialla e verde al rovescio dell’erba”.

    Quindi grazie a Paola Loreto per le belle poesie, a Gabriele per la bella e sentita recensione,
    e a Fabio per averla pubblicata, a presto un abbraccio Luca

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  5. La Poesia di Paola, è delicata come la neve, ma al tempo stesso, dopo un pò che si deposita, crea strati che pesano in ogni centimetro quadrato. Paola, ha una speciale lente, attraverso la quale riesce a “sentire” le immagini e i sentimenti.
    Grazie , Gabriele, per averci proposto queste poesie.
    vincenzo celli

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  6. nota: proprio due giorni fa Paola Loreto ha vinto il premio Fogazzaro (pari merito con Mary Barbara Tolusso per “Il freddo e il crudele”

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