Mese: luglio 2012

TFA: Dove la metto la Croce?

Crocifiggi la casella, compra la vocale e poi insegna (forse)

di Luciano Mazziotta e Marzia Soardi

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Oddio non lo so dov’è il lago Eyre! Era da tempo che aspettavamo questo momento. “E poi finalmente tu”. Trascorsi ben quattro anni di silenzio da parte delle istituzioni su come conseguire l’abilitazione all’insegnamento, il 2012 ci fornisce la risposta, ma la dobbiamo indovinare: la t), la f) o la a)? Tfa, tirocinioformativoattivo.Che neanche i Maya e la Pizia.
Dopo avere finanziato lo Stato e l’istruzione pubblica per venti anni delle nostre vite, dopo diplomi, lauree, perfezionamenti e post-doc, in Italia e all’estero, siamo chiamati a dare prova della nostra idoneità non tanto all’insegnamento, ma alla possibilità di pagare 2600 euro per un corso annuale, che ci “insegni” come insegnare. La trovata, di antiche e nobili origini (l’inventore, delle famigerate Siss fu, più di dieci anni or sono, Luigi Berlinguer), questa volta si scrive Profumo ma si legge Gelmini.
Sappiamo già che questo non ci garantirà di lavorare in alcun modo (più di 5.000 insegnanti di ruolo in esubero verranno probabilmente riconvertiti ad altre mansioni), ma nel ricatto sociale del vuoto cosmico non possiamo che accettare.
E dunque, ci siamo, siamo qua, quasi in mille. Tentiamo una delle possibili prove relative, nel nostro caso, all’ambito umanistico.
Prima della consegna delle buste contenenti i quesiti che dovranno testare la nostra “preparazione”, la commissione proietta per noi un video di istruzioni a cura del MIUR, con musichetta di sottofondo: un misto tra “come indossare un condom” e “come votare alle politiche” che, al nostro quarto tentativo, conosciamo meglio di “Somebody that I used to know” di Gotye.
Finalmente possiamo aprire le buste: 60 domande a risposta multipla si spalancano davanti ai nostri occhi. Un brivido percorre la schiena, “che mi sento vicina all’esser morta”: e ora, dove la metto la croce?
Poche certezze: l’esecuzione di Luigi VXI avviene sicuramente nel 1793 (non nell’89, nel ’92, né nel ‘94) come ci insegna la celebre puntata di Lady Oscar. Oceano Mare è di Baricco: lo abbiamo letto su Repubblica e sul Corriere della sera. A questo punto sarebbe d’obbligo una domanda su Alfonso Luigi Marra, autore de Il labirinto femminile, capolavoro del postmoderno contro lo strategismo sentimentale, e invece no, lo Stato ci sorprende ancora. L’anno di pubblicazione di Forse che sì forse che no di D’Annunzio, l’anno della Charte Octroyée, l’attribuzione di romanzi inesistenti. E poi ancora. Con che cosa NON confina lo Zimbawe, la Nigeria, il Niger, IL MALI!!! Come se avere dato un’occhiata all’Atlante qualche ora prima del concorso potesse garantire competenze nelle discipline geografiche e conoscenza delle problematiche ad esse connesse (flussi migratori, distruzione ambientale, nuove forme di colonialismo ed altre questioni politiche e sociali che riguardano i paesi e le economie del mondo).
Dove la metto la croce?
Fra bestemmie e sensazioni di panico, tra sentimenti di pietas, clementia, odio per chi ha redatto questi test e percezione di umiliazione nei nostri confronti, ci sovvien l’eterno: i sogni di gloria di pagare 2600 euro dopo gli incomprensibili 100 per partecipare a questo Trivial Pursuit per disperati si infrangono una casella dietro l’altra, “facendo attenzione che le x non superino i margini del quadrato nero di Malevic”.
Le ore passano ma dopo venti minuti sappiamo già di non sapere. Così socratici ci hanno allevato. Sarà meglio tentare la sorte, metà fortuna e metà virtù, come insegna Machiavelli. Ma in questo caso non è la virtù ad essere richiesta. Vogliono solo umiliarci o almeno questa è la prima impressione. Fermarci e passeggiare sulle nostre vite. Forse smantellare l’istruzione pubblica, insinuando il dubbio della sua inadeguatezza nella formazione di nuovi insegnanti. E tuttavia, riesce davvero difficile immaginare un disegno politico così raffinato dietro agli ideatori di questa grossolana kermesse.
Il pensiero corre ad avveniristiche e futuristiche immagini: aule tramutate in grandi e luminosi studi televisivi in cui, al mal capitato interrogato di turno, il professore-conduttore rivolge la domanda “Sei sicuro? La accendiamo?”.
Sequestrati per due ore e mezza a riflettere sul nulla, a pentirci della nostra ignoranza, decidiamo alla fine di consegnare. Siamo tentati di scrivere nella scheda anagrafica, in cui vengono richiesti data e luogo di nascita, quattro opzioni. Indovina! Dove la metti la croce?
È finita. Siamo fuori tra colleghi che dibattono sulla correttezza delle risposte: la a) la b) o la d)? Con un gesto inconsulto e compulsivo non possiamo che rispondere: non chiederci la crocetta che squadri da ogni lato l’animo nostro informe.
Non lo so dov’è il lago Eyre.

@Luciano Mazziotta.

@Marzia Soardi è nata a Palermo nel 1974. Laureata in Lettere classiche, nel 2009 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Filologia e Cultura greco-latina, presso l’università degli studi di Palermo, con una tesi dal titolo Le rappresentazioni del femminile nel pensiero aristotelico. Dal gennaio 2011 è Assegnista di ricerca nell’ambito della ricerca “Figure greche della spontaneità: la nozione di automaton come categoria biologica meccanica di casualità nel pensiero greco antico”. Dal 2011 ad oggi ha svolto la sua attività di ricerca tra Palermo e Berlino, collaborando tra l’altro con la Humboldt – Universität zu Berlin nell’ambito del suddetto progetto “Medicine of the Mind, Philosophy of the Body” diretto dal Prof. Philip Van der Eijk.

C’era una volta lo sciopero

C’ERA UNA VOLTA LO SCIOPERO

 

Era bello andare in assemblea, ascoltare i dibattiti tra i sindacalisti di tutte le sigle. Ai tempi, parlo di dieci, quindici anni fa, alle riunioni indette dai confederali (CGIL, CISL e UIL) partecipavano anche i Sindacati di base e viceversa. I dibattiti erano interessanti, spesso molto accesi. I “vaffanculo” erano una deliziosa abitudine. Verso la fine di ogni incontro c’era la fila per gli interventi al microfono prenotati dai colleghi. Poi, le mozioni al voto. Sfottevamo e criticavamo aspramente quelli che alle assemblee non ci venivano; che, addirittura, a fine anno, non usufruivano di tutte le ore disponibili per gli  incontri sindacali. L’anno scorso ne sono rimaste quattro anche a me. Se mi guardo indietro mi sembra di vedere immagini in bianco e nero, come di un’altra epoca. Invece accadeva l’altro ieri. Dopo le assemblee si andava al presidio, poi venivano gli scioperi, le manifestazioni; la partecipazione era intensa e sentita. Negli ultimi anni sono accadute molte cose e ognuna di queste ha fatto sì che punti fondamentali per i  diritti dei lavoratori pubblici (nel mio caso) e privati perdessero di significato. La prima volta che intuii che qualcosa non girava più per il verso giusto fu, se non ricordo male, otto o nove anni fa. Durante un’assemblea, alla Camera del Lavoro (un nome bellissimo) qui a Milano, un sindacalista della UIL, chiamato a intervenire, dal palco si rivolse alla platea esclamando: “Voi dipendenti” e tu cosa cazzo saresti coglione? Questo fu (per me, ma ho scoperto in seguito anche per altri) un primo segnale di scollatura tra organizzazioni sindacali e dipendenti. Da quel giorno tutto si è lentamente addormentato, per certi versi: finito. Sindacati che faticano a riunirsi, confrontarsi, organizzarsi. Piccoli o, grandi, giochi di potere tra leader (soprattutto quelli confederali). Sindacati di base (per ragioni di grandi numeri) esclusi dalle decisioni importanti, orari d’assemblea non concessi loro in orario d’ufficio, costretti quindi ad organizzarle di sera, dopo il lavoro, come i moti carbonari. I dipendenti sempre meno coinvolti dallo, e nello, spirito di corpo (miglioramento collettivo) ma (a torto o ragione) concentrati sul proprio piccolo, l’orticello come si diceva un tempo. I “Tanto non cambierà mai niente” si sprecano; piuttosto, il singolo si rivolge al sindacalista amico per risolvere un problema personale (permessi, trasferimenti, mobbing). Nessuno sciopera più. Nessuno crede più che la protesta possa portare a qualche cambiamento. Gli  scioperi vengono indetti in maniera slegata, nello stesso mese possono capitarne tre, con motivazioni differenti di poco. Prima la CGIL, poi CISL e Uil, infine quelli di Base. Ora, per carità, le divergenze d’opinioni sono sacrosante e guai se non ci fossero. Il fatto è che spesso per mantenere un principio, o per dispetto, o per manovra politica, l’interesse dei lavoratori viene perso di vista. Lo sciopero del pubblico impiego è indetto – quasi sempre – per l’intera giornata di lavoro o turno. Quella giornata costa a un impiegato medio più o meno cento euro lordi, costo diventato pesante da sostenere per chi ha famiglia, affitto, eccetera. Per chi ha stipendi bassi. La percezione è  che nessuno di questi scioperi porterà a nulla. Spesso sono indetti per protestare contro accordi già presi, leggi già approvate. Fumo negli occhi. Più volte, parlando con amici sindacalisti,  ho detto che lo sciopero andrebbe ripensato e che, forse, in settori come il pubblico impiego, andrebbe giocato sulle due ore di sciopero, giornaliere, divise in più fasce; in modo da distribuire il disagio e far sentire i due singoli che aderiranno allo sciopero importanti tanto quanto i dieci che non lo faranno. Dove è finita la capacità di motivazione dei sindacalisti? Il saperci trascinare in una protesta totale come succede in Francia o in altri paesi? Ancora per quanto tempo dopo uno sciopero dovrò sentirmi dire: “Ma tu l’hai fatto? E chi te lo fa fare, butti via i soldi, tanto non cambia niente” e pensare che in fondo chi me lo dice abbia un po’ di ragione? Mi piacerebbe provare le sensazioni vissute di riflesso qualche anno fa, durante i giorni di sciopero a sorpresa dei mezzi pubblici a Milano. Grossi disagi, risultati ottenuti. Ricordo ancora, con un misto d’ammirazione e invidia, la sera che feci i cinque chilometri a piedi da Piazza Duomo a Lampugnano, maledicendo quegli stronzi che avevano il coltello dalla parte del manico e, allo stesso tempo, volendogli bene perché pensavo fossero nel giusto e che noi una roba così ce la sognavamo.

Gianni Montieri 

In Apulien, 2 – Passaggio in ombra

In Apulien, 2 – Passaggio in ombra

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

Proprio a una voce caduta troppo presto nell’oblio è dedicata la seconda tappa di “In Apulien”, che sosta a Rocchetta Sant’Antonio, il paese di Passaggio in ombra di Mariateresa Di Lascia. Al romanzo fu assegnato nel 1995, l’anno successivo alla morte di Mariateresa Di Lascia, il Premio Strega.

Scrive Lea Durante nel paragrafo Mariateresa Di Lascia, il numero 7 del  saggio La Scrittura narrativa in Capitanata, apparso nel volume Letteratura del Novecento in Puglia. 1970-2008:

“Quel premio Strega vinto postumo nel 1995 ha nuociuto più che aiutato la vincitrice: almeno sul lungo periodo, quando ormai l’effetto pubblicitario di quel riconoscimento che stava da tempo perdendo il suo passato prestigio (come molti altri premi letterari) è andato esaurendosi. Se non fosse stato per quella esagerata consacrazione ufficiale, infatti, probabilmente il giudizio sul romanzo avrebbe preso fin da subito, per chi avesse voluto porsi il problema, una piega più consona. “ (Letteratura del Novecento in Puglia. 1970-2008,Progedit, Bari 2009, p. 138).

Nella recensione del romanzo sul numero 3, anno I (ottobre 1995) di “Fabula Review” si legge:

“È il caso letterario dell’anno, o sarebbe meglio dire il caso editoriale dell’anno: c’è una differenza non marginale. Il libro di Mariateresa Di Lascia è stato sostenuto con convinzione dalla casa editrice Feltrinelli, che è riuscita a imporlo a un premio come il “Premio Strega”. Il “battage” pubblicitario e culturale l’ha portato a essere paragonato a un altro grande successo e caso del dopoguerra, “Il Gattopardo”, anch’esso della Feltrinelli, anch’esso postumo. Va detto che parte del suo successo è dovuto al fatto che costituisce una felice novità di una scrittrice appena scoperta. Ma lascerei paragoni irriverenti e miopia storica al mondo paludato dei premi letterari per occuparmi esclusivamente del suo valore narrativo.” (qui la recensione nella versione web di “Fabula Review”)

Ho letto il romanzo nell’estate di diciassette anni fa. Mi colpirono, schiaffo fin troppo scontato per processi di identificazione in automatismo,  la veridicità rude, talvolta spietata, talvolta accorata, delle relazioni tra donne – Chiara, l’io narrante, la madre Anita e la zia Peppina – e l’ombra spessa e muta, compagna della controra, degli interni. Nella autobiografia diventata soggetto, la ferocia dello sguardo, geniale nell’illuminare vicende e memorie di legami strappi, passioni e inimicizie, ne intacca a tratti, tuttavia, la lucidità  e l’equilibrio nel dar conto di contesti reali.

Ecco l’incipit di Passaggio in ombra:

«Nella casa dove sono rimasta, dove tutti se ne sono andati e finalmente si è fatto silenzio, mi trascino pigra e impolverata con i miei vecchi vestiti addosso, e le scatole arrampicate sui muri scoppiano di pezze prese nei mercatini sudati del venerdì. Ormai sono libera di non perderne neanche uno, e ho tutta la mattina per stare in mezzo alle baracche a rovistare a piene mani, fra stoffe colorate e sporche che qualcuno, per sempre sconosciuto, ha indossato tanto tempo fa.

Stamane, per esempio, ho trovato delle camicette bianche con i fiori rosa di cotone vero, come non ne fanno più, e sono felice mentre apro l’acqua nella vasca da bagno e le metto a schiarire con il disinfettante.

Hanno cercato di convincermi in molti a lasciare questa casa, perché è piccola e affogata e, quando mi viene l’asma, rischio sempre di morire davanti alla finestra aperta, ma io non dò ascolto a nessuno, e penso che è inutile preoccuparsi di ogni cosa: la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita.

Da ragazza mi vestivano come un’attrice del cinema, e io guardavo il mondo con i miei occhi di pupa di pezza, lunghi e ricciuti come le ali di una farfalla. Nessuno si accorse mai che l’occhio destro era completamente cieco per una macchia che mi era venuta fin da bambina, contro la quale non hanno saputo fare nulla neanche i medici che poi ho incontrato nella vita.

Avevo i capelli biondi e una testa leonina che si faceva guardare quando camminavo, immersa nei miei pensieri, e le macchine si fermavano bruscamente per non travolgermi sulla strada.

Ho vissuto in ogni città di questo paese e non ho potuto fermarmi mai, inseguita com’ero sempre dai mille mostri atroci della casa, cambiando pure i bar dove mi piaceva prendere il caffè della mattina, perché non trovassero le mie tracce. Le tracce dei miei racconti di principessa esule su questa terra senza anima, dove i miei polmoni hanno trovato difficile perfino respirare.

Forse ero nata per un grande destino, ma questo lo sapevano in pochi: donna Peppina Curatore, che mi era zia, e Anita, mia madre. Francesco, mio padre, deve averlo vagheggiato anch’egli, ma solo per vanità.

Quando donna Peppina, che mi ha amata più di ogni cosa al mondo, e per questo mi rubò a mia madre e mi mise sempre contro di lei, decise che avrei studiato, e sarei diventata una “professorona”, avevo dodici anni e stare al mondo non mi appassionava, perché l’umanità pulsa di desiderio e di passioni incontrollate e forti, che io non so provare e neanche immaginare e che, infine, mi terrorizzano.

Adesso che mi viene incontro la vecchiaia e ho smesso con anticipo inspiegabile anche di avere il sangue, il mio aspetto dimesso e le rughe che tardano a venire mi difendono ancora più degli sciatti vestiti che mi coprono il corpo. Travestita così, senza età e senza sesso, finalmente me ne rido del mondo.

Non è stato sempre così.

Un tempo, le mie due donne si guerreggiavano per avermi tutta per loro, e in paese parlavano di me per via di Anita, che non si era sposata e che mi aveva avuta da Francesco mentre egli era in guerra.

Non avevo ancora avuto il primo attacco d’asma, e i miei polmoni erano tali che potevano fare il do di petto, e tenerlo a lungo facendo vibrare i cristalli del lampadario. Ho cantato ancora, anche dopo l’asma, per molti anni, e ho smesso solo alla morte delle mie care donne, mia zia Peppina e mia madre Anita. Ho sognato che dormivano vicine su due lettini bianchi e ordinati e che io le svegliavo col mio canto, ma loro mi pregavano di fare silenzio perché erano stanche e volevano riposare.»

(Mariateresa Di Lascia, Passaggio in ombra, Feltrinelli, Milano 1995, 7-8)

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Mariateresa Di Lascia (Rocchetta Sant’Antonio, 1954 – Roma, 1994) ha svolto attività politica per molti anni. Fondatrice dell’associazione Nessuno tocchi Caino, per l’abolizione della pena di morte, deputata e vicesegretaria nazionale del Partito Radicale,  ha scritto un primo romanzo nel 1988, La coda della lucertola, che allora non volle pubblicare. Tra il 1988 e il 1992 si è dedicata alla stesura di  Passaggio in ombra. Ha composto quattro racconti,  uno  dei quali, Compleanno,  ha vinto il “Premio Millelire” e l’ha rivelata. Un terzo romanzo, Le relazioni sentimentali, è rimasto  incompiuto.

Fuori di testo (nr. 29)

Non arrossire

Quando ti guardo,
ma ferma il tuo cuore
che trema per me.

Non aver paura
di darmi un bacio,
ma stammi vicino
e scaccia i timor.

Il nostro amor
non potrá mai finire.

Stringiti a me
e poi lasciati andare.

No, non temere,
non indugiare,
non si fa del male
se puro è l’amor.

Non arrossire
quando ti guardo,
ma ferma il tuo cuore
che trema d’amor

 

 

 

 

Giorgio Gaber
(1960)

POESIE DI GIANVITTORIO SCAVINO

IL POETA* …………………………………….. 

 .

Il poeta, pidocchio

delle leggende d’altrove, che lascia i solai

per giungere alle nostre case editrici

alle nostre stampatrici, al pubblico

che stuzzica nel profondo, sotto le grida avverse,

di pagina in pagina e poi

di versicolo in versicolo, limati,

sempre più pungenti, sempre più nel macigno

che è il cuore, filtrando

fra gorielli di birra finché un giorno

una luce scoccata da uno sguardo

ne ispira il guizzo da pensieri d’acqua smarcia,

nella perdizione che declina

da deliri d’assentio alla vinaccia;

il poeta, torturato, frustato,

freccia d’amore nei paesi in guerra

che solo la disperazione o disseccate

vene contratte riconducono

a paradisi di pubblicazione;

l’anima cieca che cerca

vita là dove solo

urla il dolore e la decomposizione,

l’allucinazione che dice

la parola comincia quando tutto pare

ingrovigliarsi, inchiostro pasticciato;

specchio gemello, rovesciato

da quello che credono gli uomini

incastonato in mezzo ai cigli,

sempre più nel contrario, nel fango lasciato

dai figli

di un dio, puoi tu non crederlo profeta?

.

DANZICA E UN TAMBURO*

.

Se per l’Elsenstrasse volgi il tuo passo

rasente i muri un giorno che piove,

non prestare attenzione

all’autobus numero nove

coi vetri appannati e (ci giurerei) l’intenzione

di bagnare i passanti infreddati.

Se verso Marienstrasse ti porta il tuo passo

in un giorno che piove fitto

volgi il pensiero al piccolo Oskar

che durante lo stesso tragitto

interruppe di scatto

il suo cinque quarti sincopato

e restò impazzito del nulla sparso

aspettandosi l’applauso del pubblico

(o almeno un segno d’apprezzamento)

convinto che stiamo tutti recitando

senza saperlo.

Se verso le vetrate del Sacro Cuore

volgerai il tuo sguardo,

non giudicare il piccolo Oskar

per la sua sconfitta

(ahi la sua voce, una fitta

sottile, spigolo al cuore)

e in te ritieni senza riguardo

le voci che lo dicono matto;

lui che batté la sua pazzia

su un tamburo di latta

e nelle cicatrici dello scaricatore

toccò la carne degli angeli,

si burlò dell’Inferno vestito a festa

nei giorni indecenti di un nero delirio.

Demone insaziabile di vetri infranti

segreto figlio di padre presunto

segreto padre di figlio negato,

conobbe la forza della disperazione

nell’impotenza delle sue mani,

ma tutto potrebbe accadere

se solo ricordasse il silenzio

che apre a infernali tentazioni

in incisioni di coltelli sonori,

gli amanti risorgerebbero

e i monti toccherebbero il fondo del mare.

.

LA SEPOLTURA DEL SABATO*

.

Sabato è il giorno più crudele, destando

bramosie ormonali dalla carne frolla, mischiando

routine e desiderio, fondendo

il vizio ed il vanto

il blasfemo ed il santo

il sospiro ed il rantolo.

Venerdì ci tenne caldi, coprendo

la pelle di abiti neri feroci di sole, offrendo

un Varietà quasi familiare

nella vastità del naufragare.

Domenica arriverà già con le strade

impozzate di neve sporca

e di residui di sangue feriale.

Città invernale,

la notte nella solitudine ormai rara

una nebbia da ciminiere mi lascia

voglie di zolfatara.

Siamo gente vuota

nel senso e nel corpo

nei gesti del torpore

usati

dal riflusso dal flusso

dal flusso d’ore.

Siamo gente di nota,

sapranno

che siamo vissuti (almeno quella sera)

per le lettere che intonano la lastra

dove ci scioglieremo come cera.

.

NESSUNO

.

Era una vita piena di onde

e tempesta

nemmeno sdegnosa alla festa

all’ubriachezza alla donna

lasciva,

una vita che non si fermava

incrostata al salino di un porto

bagnata da un odore di pioggia e di terra

pestata.

Tu pensa la ricchezza

e la donna,

e l’avventura che pensi

di aver già tutta sfidata.

Tu pensa poterti fermare,

esser lontano di vaghezza infinita.

Tu pensa i servi e gli ori

e un’isola per cui

il tuo viso è il viso

perfetto di un re.

Ma trovarti poi a guardare

altre onde, un altro mare.

E pensare

dove dorme il tuo cane,

se ancora gli arriva la sbobba

e sotto i tavolacci

il pane raffermo e gli ossi,

se ancora ingarbuglia l’aria

a stanare il selvatico

se lo aizza la traccia

del cinghiale ferito

se la primavera ancora lo attizza

come brace nella sterpaglia.

Tu pensa allora partire,

anche solo per vederlo

sbatter la coda e morire.

.

In memory of Abebe Bikila

 .

Chiamatemi grido

correrò come la fiamma

in un cielo di cherosene,

non veloce come il lampo

ma più a lungo del tempo

e della morte.

Chiamatemi urlo

getterò

via le mie scarpe e correrò

contro chi crede che questo

non sia sognare,

contro la vostra abitudine glaciale

contro la vostra tangenziale,

correrò

finché dai miei polmoni

non nasceranno i monsoni,

finché la strada non chiederà

pietà.

Chiamatemi grido

correrò

contro la sete

contro l’inconscio

contro la mente,

contro chi mi riporterà le scarpe

e allora saprò

che avrò corso per niente.

.

.

*Tratte da Occhi di pirata, Blu di Prussia editrice, 2006.

.

Sono nato a Savigliano (CN) il 24/12/84, ho conseguito la Laurea triennale in Lettere presso l’Università di Torino nel 2007 e in questo momento sono laureando in Medicina Veterinaria presso la stessa Università.

Nel 2006 è uscita la mia prima e unica pubblicazione, “Occhi di pirata”, Blu di Prussia editrice, con cui ho ricevuto una segnalazione al Premio Internazionale “Mario Luzi” nel 2007.

Altri premi e segnalazioni: vincitore nel 2002 della Biennale di Alessandria, nel 2005 decimo classificato al Premio di poesia “Club 3”, nel 2006 vincitore del Premio “Giacomo Leopardi” Città di Savigliano e terzo classificato al Premio di poesia “Alba Beccaria” Città di Roddi, nel 2007 vincitore del Premio Selezione al Premio Internazionale di Poesia Archè, Anguillara Sabazia Città d’Arte.

.

.

.

Giuseppe Rizza – alcune poesie (post di Natàlia Castaldi)

GLI AQUILONI VOLANO ALTI, NOI NON VOLIAMO
di Giuseppe Rizza

***

Io penso, cara Enne
che i nostri sentimenti
siano schiavi della chimica
e che se la memoria è fotografica
la mia pellicola è scadente.
Quante pagine ci sono
nell’album Cose che si dicono?
mi chiedo in questa primavera autunnale
dove di romantico è rimasto
solo il passaggio dei soffioni.
Ieri mi è stato chiesto
come stai
io in silenzio ho risposto
se solo lo sapessi
non te lo direi.
Cara Enne, il modo più veloce
di disamorarsi è odiare presto.

***

Accumuli oggetti
per ricordarmi meglio,
io cancello le tue dediche
per crearmi alibi
e se potessi non verrei
al mio ennesimo addio
truccato da arrivederci.
Io ormai, mi dici,
piango solo
vergognandomi le lacrime
dietro l’accappatoio
e se sono fuori
corro a fare le scale
chiudo la porta
e accomodo la mia commozione.

***

Dovresti riprendere l’antico vizio
di appuntarti i nostri discorsi
al telefono la sera
malgrado sia encomiabile
perfino commovente
da parte tua appena notte
gettare acqua
sui nostri fuochi ardenti.
Per esempio trarre spunto
dalle milanesi in gonna d’inverno
le loro cosce accaldate
al solo pensiero di vecchi amanti
sfidano le parigine in mini
sotto la neve.
Se hai giorni vuoti
te li riempio io di
velleità.

***

Nell’attesa di
una reazione
do da mangiare al mio animale:
uno struzzo in giardino
da spiare tutte le ore
che m’insegni a non guardare
che vita fa il mio reale.
Donne coraggiose
mi fanno coraggio
fotografi distratti
mi mettono in cattiva luce.
Da quando dormo sul divano
non faccio più sogni banali.

***

Le lenzuola ti hanno persa al primo lavaggio
e i paesaggi cadono dalle ciglia
io ho finestre aperte per ripulire l’aria
eppure lo iodio rimane a distanza.
Le nuvole sono gonfie d’umidità
stazionano di notte alle fermate dei bus
mentre a letto invoco i numi
a salvaguardia della mia dimenticanza.
Per strada, ragazzini
mi restituiscono caramelle.

***

I tuoi pensieri
li faccio docili
come un domatore.
Infine attenuare le parole
le similitudini e
i vincoli fra le cose.
Io termino le giornate
affrettando i pomeriggi,
spengo incendi
piangendomi addosso.

***

La mano è un mulo macchiaiolo
s’impunta sul panorama
delle tue strade in salita
io non ho note a margine
per decifrarti
ma solo frasche rabdomanti
di bellezza,
umide vibrano a distanza.

***

Necessaria è la presenza
come un corso d’apprendistato
manutentore
io i ricordi li ho esiliati
compatire costava troppo
e la domenica dicono sia
un giorno uguale
per rispetto della democrazia.
Questa neve selvatica
affila le ciglia.
L’assenza è solo un trucco.

***

Riconoscere la presenza
della pioggia dal suono
che provoca all’asfalto
l’attrito con la gomma
delle auto pendolari
hai dita di molliche di pane
a cui m’aggrappo nelle ore di sonno
e ci sono cartoni di vino
con poche gocce al fondo
abbandonati da nuove
file di clochard
sotto a panchine
di ferro e legno.
Io ti consiglio di
dimenticare in fretta
con l’uguale velocità
di quando il sole asciuga
le nuche dei bagnanti d’agosto

***

Affiggere parole sul percorso
dal tuo letto all’ufficio
così sarai libera di farne
puzzle vuoti al centro
l’aggettivo iridescente
il verbo dividere
la preposizione con
il nome affetto
quelli derivati (amorevole)
gli astratti (nostalgia:
dolore del ritorno)
collettivi (sciame:
di pensieri)
composti (segnalibro:
Cernà, Kane)
alterati (dolcetto)
concreti (divano)
e poi il mio e il tuo
a quale distanza li metti.
Sciogliti nei miei dubbi
citrosodina
ma non confonderti con il vapore.
(Non so niente
di te
ma lo so bene).

***

La pelle si apre ai tuoi circoli
del sangue alle tue cooperative
alle tue aste sempre affollate
io sono l’ultimo della fila
quello che ti sta scrivendo poesie
sull’agenda della banca così
da tirar meglio le somme
quanto sentimento e quanto desiderio
tu non mi dare notizie
così le invento dalla radice

***

Quando apri la porta
compari nuda come in un
quadro di Balthus, Chagall,
Klimt, Klee, signora K
o scomposta in tenuta blu, un seno
due labbra, anche quando
mi dici ma che favola sei
la fiammiferaia di Andersen
e invece no, dico io, semmai
il pifferaio di Hamelin
anche se non saprei
giustificare una scelta simile
neppure se ti rifilo quell’altra
favola, mentre ti osservo
chinata a rifare il letto,
delle sirene che non ti resisto
ne parlò per primo
perfino l’autore del Margite
o chi per lui, chiunque fosse.

***

Hai adibito il mio amore
al reparto rottamazioni
cartellino con su scritto in maiuscolo
GIACENZA

(una baby-sitter che non crede nella sua missione
mangia patatine guardando la televisione)

il mio amore è da mesi che gira
solo, smarrito,
su un nastro trasportatore
come un bagaglio non recuperato
volo AO9RFI
aereo arrivato a destinazione.

***

Gli effetti del Mastic d’Artemis
se preso a sorsi lenti in special modo
e qualche ora prima di raggiungere il letto
possono essere fra i più diversi:
desiderare l’amore con uno sconosciuto.
Ne comprai due di bottiglie hai aggiunto
durante un viaggio in Grecia
una per mio padre una da consumare
l’ultimo del mese di giugno.
Chissà cosa ci sarà dentro
se mi sto facendo toccare.
Quando hai terminato il fondo della bottiglia
( mi avevi promesso te ne lascio un quarto )
avvolta nel buio mentre mi cercavi la faccia
mi hai sussurrato ma senza farti sentire
deluderti è il mio passatempo preferito.

_____________________

Giuseppe Rizza ha trent’anni e il suo paese d’origine è il più a sud d’Italia, ultimo avamposto dell’isolitudine siciliana. Laureato in Lettere, ha conseguito a Siena il Master in “L’arte di scrivere” diretto da Romano Luperini. Insegna precariamente in Maremma. Sostiene Oz, Bufalino, e Charles M.Schulz. Alcune sue poesie e due poemetti sono comparsi su Nazione Indiana e AbsoluteVille, Fili d’aquilone, e altri siti ; due suoi racconti su Colla e SettePerUno.

Luca Minola su Roberta Sireno, Fabbriche di vetro

Luca Minola su Roberta Sireno, Fabbriche di Vetro, 2011

Il libro di Roberta Sireno “Fabbriche di vetro”, è diviso in due sezioni, la prima prende il titolo da una frase dell’Inferno Dantesco: “Però, se campi d’esti luoghi bui” Bologna (2008-2009) e viene introdotta dai versi in epigrafe di Andrea Zanzotto tratti da “Il Galateo in Bosco”.

Per raccontare della poesia di Roberta Sireno bisogna partire dalla città in cui vive. Di Bologna sono pieni i suoi versi; la vive ad intermittenze e ansie. E lo fa in una maniera quasi metafisica piena di nebbie e buio, fra piazze e portici impazienti di vita, in una tensione estrema e potente dove il reale frana e diventa scelta, sguardo vorace: “ti respiro/ con le gambe storte/ sgusciata da un buco nero/ dello spazio ( il desiderio matto/ di sentirti nel taglio del suono).
Le immagini sono potenti e la forza di questa poetessa è carica di espressività e valore: ogni cosa viene vissuta al limite, senza oltre e senza pace, come se il mondo si mostrasse sempre e solo nel trauma, nell’incapacità di adattarsi al reale: “come se stasera avessi un ictus/ nella vasca d’acqua gialla/ come se stasera la linea d’ombra/ sfregiasse nel silenzio duro/ che fa fuggire i cani”.
Ancora immagini fortissime e tese “nel silenzio duro”, come se le parole fossero fatte di metallo e pietra e tutto fosse potente e inteso. Nei componimenti vibra con costanza un amore carico e in piena, un amore per l’altro continuamente cercato e aspettato: “piangevi come una bambina/ in mezzo alla pioggia/ io non avevo forbici e chiodi/ per tamponare/ l’urlo del buio/ti avrei lavato i vetri/ sotto i portici di una Bologna ubriaca/ ti avrei lavato l’alba/ senza dirti niente/ma le mie braccia erano fabbriche/ e il verbo un infinito secco/ nel buco del giorno dopo”.
Nei sensi ci sono la voglia e la ricerca della salvezza anche e solo per gli altri, perché la Sireno sa quanto la poesia sia soprattutto voce, ricerca di verità e ragione. In questo conosce la forza e la ribellione della poesia: nell’essere una forza tellurica in continuo movimento e metamorfosi. Qui ogni cosa è vera e unica e fatta sempre nell’attimo e nel presente continuo di cui si fa forza la realtà; in queste poesie non ci sono né ricami né mediazioni, c’è solo voglia di crudezza e decisione: “come cercare/ il centro che tiene sospeso/ il pasticcio di cielo/ o di tenebra/ come sentire improvviso/ l’urlo crudo/ delle statue”.
Ma nella poesia della Sireno c’è anche tanta voglia di materia e infinito, come se non bastasse mai: “di che era fatta/ la materia che trema/ nel giorno se non osso/ di cane messo sotto/ i denti/ di che l’infinito/ che divora le pareti/ della stanza”. Ogni cosa alla fine è divorata e ricercata sempre da noi stessi, per un continuo bramare l’indefinito e quello che si cerca e non si trova in noi stessi. La seconda sezione del libro si intitola “ Inno alla città barocca” Bologna ( 2010-2011) con in epigrafe i versi di Claudia Ruggeri tratti da “ Inferni minore”, altro libro carico di una potenza espressiva travolgente, ed è proprio qui – nella seconda sezione del libro – che la Sireno muta, e spacca la propria poesia rendendola ancora più magmatica e fluida, intonando inni e urla: “spaccare la promessa / fatta ad un matto/ d’ospedale/ o al cosmo/ o a maggio che balla/ dietro i vetri/ prima che la voce/si incrini e ti leghi/fossile/ alla terra nera/ spaccare a tutte/ le ore/ mentre rimani e urlano/ portatela via/ da quel carnevale/ da quelle sere d’oppio/ che ti hanno disfatta/ a morte tanta”. In questo si muove la lingua della Sireno, una lingua elastica, nuova ed estremamente originale, perché è una prima lingua, qualcosa da imparare e da avere assolutamente. Vivere il quotidiano è impossibile, non si può giustificare più nulla, accettare niente. E la vita sembra che si riduca ad una schizofrenia alterata, ma non casuale perché riemerge la ragione e dal caos si crea una struttura portante che è il testo stesso, ricercato e scritto.
La poesia di Roberta Sireno tratta di storie reali, passate e tatuate sulla pelle: “una pastiglia per questo/ e per quello/ che dovrai passare/ premi/ le unghie sui materassi/ trentenne/ sei un ago reduce/ straniero/ da una chiesa fatta a pezzi/ sei la lente violenta/ la lingua l’idea/ che raspa/ disordinato nei tuoi capelli/ hai tolto il prezzo/ al mattino/ al prodotto che accende/ il pedaggio/ sotto i balconi/ dove le mani si aggrappano/ ai cortocircuiti/ che falciano le gambe aperte/ della notte”.

La forza di comunicazione di questa poesia è la sua stratificazione di memoria e vita, da raccontare, da poter rivivere in amori passati e dolori esposti. Tutto viene messo in mostra senza paure o vergogne. La verità è così, non si specchia con niente… Non può essere distorta e allora le parole la fissano, la rendono un sistema, una precisa definizione e la riportano interamente nuda:
“tu comandi e perdi/ lo sai scappi e non vedi/ giri dentro un’equazione/ imperfetta/ a trotto verso tramonti da perdifiato/ perché tu verticale/ inclinato/ appoggiato al palo/ non hai concesso/ l’incendio che ci ha diviso/ te ne sei andato/ come lo stupro permesso/ nella notte dove i vestiti cadono/ e le piazze sono gli orli di chi/ si buca i polsi/ ma cosa ci siamo detti/ quando niente era più come prima/ tu che avevi ancora il freddo/ delle lenzuola/ la macchia di un cielo di cui dicevi/ gli angeli girassero/ parlando una luce bianca”.
La raccolta si chiude con versi bellissimi che riprendono le parole che danno il titolo al libro: “e guardi/ al respiro freddo delle fabbriche/ di gennaio/ con la pioggia che spacca/ il vetro delle case”. Le fabbriche di vetro sono le poesie stesse; producono e creano struttura, portante e distruttiva, ma le fabbriche sono fragili e delicate, come vetri; la poesia non è quindi da cercare nei frantumi ma nella propria interezza.
L’ultima pagina è dedicata ad una citazione di una poesia di Francesca Serragnoli, altra figura di ispirazione per la poesia di Roberta Sireno, che ha fatto sua la lezione della poesia e della lingua.

solo 1500 n. 56 – Poveri pioppi, povera poesia

solo 1500 n. 56 – Poveri pioppi, povera poesia

Eravamo tutti pronti a sorbirci la solita estate di polemiche letterarie, di Tizio che rispondeva a Caio, da tal quotidiano all’altro. Eravamo pronti a lamentarci: “Vabbè le solite balle, d’estate non sanno come vendere i giornali, da una parte il calciomercato, dall’altra le polemiche letterarie”. Invece con una mossa a sorpresa, a Firenze,  si inaugura il primo Parco Poetico. Venti massi, piazzati ai piedi di altrettanti pioppi bianchi (che temo non sopravviveranno), con sopra attaccate targhe (che ricordano le lapidi o i riconoscimenti dei premi letterari di infima categoria), sulle quali sono incise venti poesie sul tema della natura. Vi basterà leggere il testo della foto per capire di cosa stiamo parlando. L’iniziativa è a costo zero (per il Comune) (ma non a impatto zero) e ci mancherebbe pure che qualcuno avesse tirato fuori soldi pubblici per questo scempio. Ma davvero la poesia deve ridursi a questo? Veramente possiamo permettere che un’iniziativa talmente indegna possa restare impunita? Ma poi a Firenze come si permettono? Dante dovrebbe averla resa immune da tali scempiaggini. E nemmeno un minimo rispetto per Mario Luzi, che proprio dall’altra parte dell’Arno abitò? Cosa facciamo?  Ci si arma di trapano come suggerisce Alessandro Raveggi “come farebbero i poeti veri, se ancora ci fossero” oppure si va sul posto a protestare (iniziativa promossa da Martino Baldi, leggete Qui)? Nel frattempo speriamo che la poesia non soccomba e che i pioppi resistano, turandosi il naso. (e ricantiamo “una canzone triste, triste, triste, triste, triste, triste, triste come me”).

Gianni Montieri

Sara Calderoni su Cristina Campo “Il mio pensiero non vi lascia”

Il libro (Adelphi Edizioni, 2011), diviso in due parti, raccoglie le lettere che Cristina Campo scrive all’amico suo più caro, lo scrittore e poeta Gianfranco Draghi, fondatore e direttore della «Posta letteraria» (supplemento del «Corriere dell’Adda e del Ticino»), e quelle indirizzate agli altri amici del periodo fiorentino: Mario Luzi, il poeta e critico Giorgio Orelli, la pittrice Anna Bonetti, Venturino Venturi, Piero Draghi, Remo Fasani, Ferruccio Masini. Un apparato di note arricchisce questo epistolario, fornendo preziosi riferimenti storici, biografici e bibliografici, e completando così quella che è anche una testimonianza della fervida vita culturale degli anni Cinquanta ruotante intorno a riviste quali «La Parrucca», «Stagione», «Approdo», «Posta letteraria».

Le lettere, a parte le poche scritte ancora da Firenze – città dove Vittoria Guerrini, vero nome della Campo, trascorre parte dell’infanzia e la sua prima giovinezza e dove allaccia i suoi più profondi legami di amicizia – appartengono perlopiù al periodo romano: da quel settembre 1955 che vide la Campo partire «senza dirlo a nessuno». Proprio questo scrive a Gianfranco, spiegando che le «avrebbe fatto troppo male» dire addio. E’ così che il lettore ritrova subito l’eco della voce che forse ha imparato a conoscere nei versi  A volte dico tentiamo di essere gioiosi, la voce di una donna capace di lasciarsi tutto alle spalle senza cercare vane forme consolatorie.
Cristina scrive agli amici, all’amico soprattutto, e racconta di sé, delle sue giornate spesso malinconiche in quella Roma dove tanti vanno a trovarla –  Lucchese, Manganelli, così intelligente e «così brutto da straziare il cuore» – ma mancano soprattutto loro, gli amici della sua più bella giovinezza.
Scrive dei suoi articoli, quelli che continua a inviare alla «Posta», da sempre la «confidente» dei suoi «segreti», ma dove bisogna anche vedersela con uomini come Jannacone (direttore del «Corriere dell’Adda e del Ticino»), dai “tic” pesanti come pesante è il suo senso provinciale della cultura. Non manca di sottolineare, Cristina, le personali difficoltà con Costanzo, redattore della rivista «Stagione» che resta la sua «dannazione». Tuttavia qui «non si possono fare passi falsi» perché «vecchi santoni come Pound» della rivista «scrutano ogni pagina».
Intanto, fra un articolo e l’altro da inviare, c’è un’antologia di giovani poeti a cui pensare – fra i nomi, senz’altro Pasolini, la giovane Alda Merini di cui la Campo riconosce subito il talento, Luciano Erba, Risi, Masini; c’è la composizione di Elegia di Portland road (agosto del ‘57) cui vorrebbe dedicare più tempo, ma la madre si ammala e si va ogni giorno dal medico, o L’elegia delle ragazze d’Europa (marzo ‘58), «questa terra delle nostre radici, che frana intorno alle nostre radici». C’è il saggio Dell’Attenzione su Auden, che fatica a scrivere, che continuamente rivede, cambiando angolazione. A rilento anche l’inserto che dedica a Simone Weil, apparso poi su «Letteratura» nel maggio del ‘59 con il titolo Canto di Violetta (da Venezia salva tradotto sempre dalla Campo). La Weil, come è noto, che Cristina conobbe nel 1950 grazie al libro che le donò Luzi, La pesanteur et la grace, rimase un riferimento fondamentale soprattutto per la ricerca spirituale e religiosa della Campo. Grazie a Simone Weil infatti Cristina Campo spostò la propria inclinazione alla perfezione estetica della parola sul piano di più profondi significati. L’arte divenne per lei rivelazione di destino, possibilità di attingere all’invisibile, bellezza in cui sono manifestati segni sovrannaturali, luogo privilegiato dove bene e bello platonicamente si conciliano. Così in queste lettere la cita più volte. Queste le parole che di lei vorrebbe sempre ricordare: «Nulle chose ne peut avoir pour destination ce qu’elle n’a pas pour origine».

Nelle lettere la Campo condivide anche le riflessioni che le suscitano le sue letture predilette: Hölderlin, Leopardi, o Proust con quella sua  memoria che si affida al potere della madeleine per non lasciare sparsi i frammenti, per ricomporre l’intero. Altro autore  che non si può dimenticare è Pasternak. A Gian raccomanda di rileggere Il dottor  Živago perché è un libro certamente imperfetto, che presenta «squilibri», un po’ storto persino, ma che dà una risposta, all’impossibile e alla vita. Non mancano i riferimenti all’arte di Goya, Van Gogh: «ed è l’ora che il sole si incontra/ con la luna e si arresta un attimo, lo ricordi,/ come in Van Gogh a volte/ quando i tronchi trapassano in sogno/ dal blu-anatra al rosa/– fenicottero», leggiamo nella poesia Il tono dell’autunno che qui dedica ad Anna Bonetti. Sono i colori che chiariscono le parole, per la Campo, proprio come dirà all’amica Anna ringraziandola per i preziosi istanti passati nel suo studio. È con i colori che Cristina inventa mondi, accede alle visioni. Così vediamo il suo blu: «blu di pioggia», dei viali, delle spade, colore che sa di trascendenza e di fiaba d’Oriente; il rosso, che accende gli affetti – «il rosso fiore della presenza» – ma resta ambivalente: la primavera romana è «cupa e splendente come un fiotto di sangue, eppure così tenera sotto il suo cielo oscuro». Il verde che è segreto, sorpresa: «sdraiata a pancia sotto in un prato pensavo “che cosa vedo per l’ultima volta” e vidi l’erba verdissima di novembre».

Il lettore apprende tanto da queste lettere, mentre si lascia catturare dalla familiarità di un racconto che non è soltanto un ricordo degli anni in cui intercorre l’epistolario (1952-1965) ma diventa narrazione di un modo di vivere, di pensare, di lavorare, di leggere. Di dare valore all’amicizia. Uno sguardo sulle cose della vita che corrisponde a una personalità variamente colorata e a un tempo monocroma, con una tensione al bianco più puro che tutto riassume.
Ne emerge il ritratto di una donna dal temperamento ora schivo e solitario, ma volitiva e infaticabile. Una donna che da sé pretende molto, fino a non risparmiare nemmeno le proprie ore notturne, nonostante la stanchezza aumenti e la febbre la indebolisca. Il tono varia dal rimprovero scherzoso – spesso così si rivolge a Gian, ma anche a Orelli che come un bambino si lascia «insegnare parolacce» – a quello battagliero, che porta il segno di antiche alleanze; all’amica Anna dirà: «abbiamo combattuto spalla spalla per molti anni, non è vero, ed è bello che si continui ancora, anche lontane». Si ritrova inoltre la voce sapiente, e quella della Campo è una sapienza che guarda alla bellezza del mistero, in cui la frase è alta: «Lei pensa dunque […] che io non abbia seguito passo per passo […] questo cammino per Inferos, verso il suo centro più essenziale? Oh amico di poca fede perché non ascolta più attentamente il silenzio?», scrive a Gianfranco. A suggerirle queste parole è una grazia interiore, un ascolto naturale e libero. Capace infatti di scavare e cogliere i nessi più nascosti – individua la nevrosi di Piero Draghi di cui lui stesso, senza avvedersene, inconsciamente si fa complice – è proprio assecondando quel ritmo e quella musicalità, che le provengono da dentro, che Cristina riesce a distinguere un lavoro ben fatto da uno lambiccato, labirintico. Dopo un primo apprezzamento di alcune bellissime strofe di Zanzotto (apparse in un articolo di Pampaloni) per esempio, leggendone altre rimarrà delusa: «sono annegate in una tale superfetazione, che non so più da che parte cominciare a dire: questo è bello». Su una nuova poesia di Masini (che segue Le primavere del tempo, Dio etrusco apparse sul n. 22 bis della «Posta letteraria») si esprimerà così: «la più casta […] neanche un aggettivo; tra poco sarà spoglio come dev’essere e potrà fare qualcosa di molto bello». Giudizi questi che non stupiscono, se si pensa alla sua ricerca volta all’essenzialità e che se aspira alla perfezione della parola è di certo per sottrazione. Glielo ha insegnato Hoffmannsthal, che per la Campo è un modello di stile, di rigore, di purezza del pensiero e della parola stessa.

Una parola magica quella della Campo, propria del fanciullo. Del resto, per Vittoria, che nell’infanzia ha letto soltanto le Sacre Scritture e le Mille e una Notte, restando per tutta la vita ad esse fedele è proprio «per l’infanzia che si accede al regno dei cieli». Questo l’unico «possesso» che vale la pena di conservare, quelli gli anni in cui si beve «con voluttà e tremore» alla «fontana della memoria: l’acqua cupa e fulgida da cui ha vita la percezione sottile». Ed è così che nell’età adulta «se si dia un evento essenziale per la nostra vita – incontro, illuminazione – lo riconosceremo prima di tutto alla luce d’infanzia e di fiaba che lo investe» si legge ne Gli Imperdonabili.
Pertanto, non sorprende nemmeno che qui, nelle lettere, Cristina, esprimendo il desiderio di vedere gli amici di un tempo dica: «C’è con voialtri, nell’aria, gusto di latte. Il latte della vita» e aggiunga: «con voi rifluirebbe tutto». Il latte infatti è insieme principio e sapientia. È il liquido che «ripristina la connessione psichica con gli altri e con noi» (ci ricorda Hillman in Puer Aeternus), è conoscenza primordiale. La sua immaginazione libera così una visione archetipica perché suo è il bisogno di ricomporre i significati primari.
Non è nemmeno un caso che l’acqua, «elemento proprio di tutti i fanciulli divini», ricorra più volte in questi passaggi epistolari. Fra una bella «luna intrisa d’acqua»  che dona a Laura, moglie di Gianfranco, e il desiderio di conversare con gli amici «vicino all’acqua», dove «le querce sono ancora le stesse che vigilavano i sacri recessi», le sentiamo pronunciare che a volte la poesia «è muta come un vaso che non versa una goccia» quando la parola più intima resta nascosta. Lei stessa si muove sull’acqua, diventando ora un battello, ora una nave. L’acqua è metafora dell’intimità, della parola prima. Lessema con cui la Campo ripercorre felici similitudini, fra i suoi tanti altri come analogici, propri del poeta, per offrirci immagini di un mondo creaturale.
«Non ho che un desiderio: silenzio e acqua» confiderà a Gianfranco, mentre a questo desiderio consegna la propria imperfezione, per mettersi in ascolto dell’invisibile unità, per lei mai interrotta, di principio e fine.

© Sara Calderoni

[Articolo scritto per  Fuori Asse, il periodico a cura di Cooperativa Letteraria, in data 6 luglio 2012]

Francesco M. Tipaldi – Inediti da “Traum” (raccolta inedita)

Francesco M. Tipaldi – Inediti da “Traum” (raccolta inedita)

*

Il tuo azzurro figliolo bambino

Gesù mi ha lasciato
per strada e se n’è andato a pescare
signor Dio, mio Dio della grazia, una donna ha figliato vitelli
non è straordinario?!
Aveva il ventre gonfio e la vagina sporca
era grassa come una vacca e la bocca era immensa
aperta aperta e voleva inghiottire la luna
troia la luna era
nel cielo una compressa effervescente, la notte era un enorme
bicchiere
vodka latte una troia mi ha sputato nella bocca
il seme della morte –


la vita è improbabile, i cessi sono
lontani e pioveva
pioveva la grondaia vomitava furiosamente
Il cassonetto sputava come fosse un drago
i suoi gatti enormi, come fossero
fiamme
– fwhuieiiww –
(i gatti sono persone cattive)

Mentre l’angelo di Dio era lì a guardarmi le spalle
io vi tirai un giavellotto
e lo uccisi,
povero fesso povero fesso
e la grondaia vomitava furiosamente
Qualcuno mi dia un passaggio o dovrò aspettare
che la casa venga in giro a cercarmi
e non credo senta la mia
mancanza

sono bagnato come un rospo
me la sono fatta sotto, sono un fiore
che da solo cammina
sono un fiore con le gambe


glory hole


siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo



234



Se un giorno mi perdonerai per essere morto, senz’avvisarti animale selvatico ti restituirò quel bacio e faremo finta che io viva ancora

perchè anima mia, lama di coltello
l’amore non c’avrebbe salvato
l’amore mette le ortiche nelle mutande



*



fingere lunghe passeggiate non farà bene

sarò via in eterno, amore
abbi cura dell’esercizio
della memoria, noi fabbricheremo saliva

gli alberi sono rientrati nella terra
i fiori nei rami

ho raccolto i miei denti nella neve
per Dio
ho incontrato persone morte, non hanno
saputo dirmi

chiedono di non morire ancora, vogliono bere
dell’acqua

non ho incontrato lei, non ancora

se tu la incontri
domandale quand’è che il sole morirà,
domandale cos’è la tristezza

le persone morte chiedono di non morire
sono mosche nel latte

sarò via in eterno, amore
ma non smettere d’aspettarmi
sono abbastanza vicino per sentirti respirare,
ma anche abbastanza lontano
perchè tu non mi senta

fingere lunghe passeggiate non farà bene

io tornerò per sentirti respirare
ti bacerò come i morti sanno baciare i vivi
tu non smettere d’aspettarmi

fabbricheremo saliva



la felce maschio



furono giorni salmastri,
poi una mattina riuscì a vomitare
la tenia.

Il colon è stato disinvaso, fate partire
la festa cittadina lecca-lecca
zucchero filato
che arrivano i fiori, che arrivano gli angeli
sopra i carri


Francesco M. Tipaldi nato a Nocera Inferiore nel 1986 ha pubblicato La culla (Lietocolle 2006) e Humus (Arcolaio 2008). Nel 2010 è stato tradotto ed inserito nell’antologia In our own words – A Generation Defining Itself (MW Enterprises) edita negli Stati Uniti. Di recente uscita il volumetto “il sentimento dei vitelli” (EDB 2012) nella collana “poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta.

In Apulien, 1 – Taranto

In Apulien, 1 – Taranto

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La prima tappa è a Taranto,  duplice e inusuale nel capitolo tratto dal romanzo Scirocco di Girolamo De Michele, punto di partenza per un confronto intra-regionale e interlinguistico nella poesia L’arie, scritta nel dialetto di Ruvo di Puglia da Vincenzo Mastropirro.

Girolamo De Michele

4. La politica è sporca e fa male alla pelle

(da Scirocco )

Taranto, città vecchia, ore 6.30.

Nella cesta Giovanni ha messo una grasta di cozze, una busta piena di ghiaccio e una bottiglia di bianco di Martina Franca. Il ghiaccio viene da una cassa di pesce, perché qua e là c’è qualche gambero, un paio di granchi, un pescetto sfuggito alla pesa. Il ghiaccio finisce in un secchio di plastica, il bianco dentro il ghiaccio: non sarà Alessi, ma è un signor secchiello per il bianco gelato.

Un po’ più grosso, un po’ più rosso (sarà il sole d’estate), la pelle un po’ più bruciata dal sole salato, qualche segno all’angolo degli occhi: per il resto Tore è sempre lui. Gli uomini possono invecchiare, non i miti.

E ’sta uagnedde? – chiede indicando Lara.

Lara non capisce neanche il suono di questo dialetto troppo duro per le sue orecchie: credo che abbia chiesto chi sei. Chi è questa ragazza, se mi ricordo qualcosa. Si chiama Lara, Tore: è la mia ragazza. Tore allarga le braccia e ci sommerge in una stretta collettiva, tutti e due: una specie di drago buono che coccola i figli di Laocoonte, invece di stritolarli. Con due braccia così, è una fortuna averlo per amico, uno come Tore.

Da dove si comincia a raccontare vent’anni?

Dal vino ghiacciato dei trulli martinesi, naturalmente.

E dalla colazione in casa di Tore. Che non ammette discussioni.

– Stai scherzando? – dice Lara stupita. – Cozze crude a quest’ora!

Tore fa sì con la testa, mentre la macchina del mitile ha già preso l’avvio: cozza nella mano sinistra, coltellino ad hoc – ’a crammèdde, una specie di coltellino per il parmigiano – nella destra, leggera pressione del pollice a rompere il guscio, la punta della crammèdde entra e con un solo gesto curva a occhiello seguendo il contorno della valva e al tempo stesso separando il mitile dal guscio, la cozza viene rovesciata nell’altro semiguscio e deposta in un piatto. Il ritmo è da primato: più o meno dieci cozze al minuto, senza smettere di parlare. O meglio: di ascoltare Lara che cerca di spiegargli il rischio del colera, del tifo e di altre malattie derivanti dall’abitudine di mangiare pesce e molluschi crudi. Poi tutta la sporcizia filtrata da questi spazzini del mare che lascia residui, senza contare che…

Uagne’, m’e ste’ tremende? Ce tte crère, ca n’ ’u sacce?

Lara risponde con lo sguardo perso. Tore capisce: aggie ditte… ho detto: mi hai guardato bene a me? Credi che non lo so? Attáneme… mio padre… je so fìgghie ’e nu piscature: sono figlio di pescatori, uagne’. E allora? E allora pìgghie e sende, po’ vide ce tene ’a dicere, aggiunge porgendo a Lara un guscio pieno.

Io Lara non so come farla smettere, quando parte con le sue tirate. Non che abbia torto, non che non sia d’accordo: però se parte deve finire quando dice lei. Tore allunga una mano che ai suoi tempi ha impugnato diversi generi di strumenti atti a offendere o a difendersi, le porge con delicata fermezza un piccolo guscio con dentro l’oggetto di una tirata che poteva continuare da qui a domani, e la guarda sorridente con i suoi occhioni blu. La cozza dentro il guscio sembra quasi viva, sospesa a mezz’aria nella manona. Lara, lentamente, allunga la sua sottile mano bianca, prende la cozza con attenzione e la lascia scivolare in bocca. L’acqua di mare le riempie il palato come fosse vino: Lara lascia che quel sapore forte la impregni, poi con un colpo secco spezza sotto i denti il muscolo. Resta quasi immobile, poi il sorriso le si allarga piano sul volto, mentre la miscela di sale e cozza scende in gola lasciando un inatteso retrogusto amarognolo che anni di cozze adriatiche e spagnole ci avevano fatto dimenticare, e che Lara non conosceva. Si alza, si avvicina a Tore, gli sfiora le labbra con un bacio, prende un altro guscio, fa scivolare la cozza nella bocca, viene verso di me e baciandomi me la passa. Tore versa dell’altro bianco nei bicchieri.

Me’, uagneddo’: mo’ ce tene ’a dicere?

– Che ti dico? Che non c’è ostrica che tenga, Tore. Mai mangiato niente di simile, – dice ridendo mentre spegne il sale con un sorso di vino che esalta la punta di amaro, sulla quale va ad appoggiarsi la cozza successiva. Tore riprende a sgusciare, riempiendo il piatto: pressione del pollice, inserzione della punta, occhiello, guscio capovolto, cozza a fiore pronta: la gioiosa macchina da guerra dei due mari.

Vincenzo Mastropirro

L’arie

So sapìute ca a Tarante
la génde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie è proprie ‘nu élemènte stròne.

T’avvòlge limpede e naturòle
ind’ a u vùosche ‘mezze a l’arue

t’auànde ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenère.

Sèmbe Ièdde è
è vèite… è mùorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a ‘na ‘bona vèite…a ‘na ‘bona mùorte…

L’aria
Ho saputo che a Taranto/la gente muore per l’aria infradicia.// So che a Ruvo/l’aria è pulita e la gente se la gode.// L’aria è proprio un elemento strano.// Ti avvolge limpida e naturale/nel bosco in mezzo agli alberi// ti prende in gola/tra le fabbriche e le ciminiere.// Sempre Lei è/ è vita…è morte…//e gli uomini poco ci tengono/ a una buona vita…a una buona morte…

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Girolamo De Michele è nato a Taranto nel 1961. Vive a Ferrara, insegna nei licei. Ha pubblicato per Einaudi i romanzi Tre uomini paradossali (2004), Scirocco (2005), La visione del cieco (2008), e per Edizioni Ambiente Con la faccia di cera (2008). È autore di diverse opere di filosofia e storia delle idee, tra le quali Gilles Deleuze.Una piccola officina di concetti (1998), Felicità e storia (2001) e, insieme a Umberto Eco, Storia della bellezza (cd-rom 2002, volume 2004). È redattore della e-zine www.carmillaonline.com .

Vincenzo Mastropirro è nato a Ruvo di Puglia nel 1960, vive  a Bitonto, insegna nella scuola media a indirizzo musicale “Monterisi” di Bisceglie. Qui alcune notizie bibliografiche. Ritengo insieme coraggioso e veritiero – al di là delle mie personali inclinazioni affettive, ché qui si incontrano per me lingua paterna e lingua materna – l’accostamento, suggerito da Francesco Marotta, della poesia di Vincenzo Mastropirro a quella di Albino Pierro:«Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell’ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a ricostituire, in funzione “soterica”, un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante.» (in: Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martidde. Questo e quest’altro. Prefazione di Luigi Metropoli. Nota critica di Francesco Marotta, Giulio Perrone Editore, Roma 2009, p. 123)

 

 

Fuori di testo (nr. 28)

Se un giorno

Se un giorno qualcuno venisse a spiegarti
con massima conoscenza dei fatti
come funzionano le cose
se dopo anni di studi,
discussioni, fatti, evidenze
qualcuno volesse spiegarti
come va avanti il mondo,
quale peso preciso abbia l’ansia
la velocità delle lacrime
perché mai l’ombra è sotto alle tavole
perché mai, come mai, perché mai, come mai
questo e quello…

Se un giorno qualcuno venisse a indicarti
con massima conoscenza dei rischi
cos’è che tu dovresti fare
e portando molteplici esempi
di persone e fatti compiuti
ti mostrasse la strada più semplice
senza intoppi né cadute:
per stare fra chi se la sente
arrestare l’angoscia che sale
se non resta da scoprire niente
perché niente di niente, più niente
c’è da misurare…
non fidarti ti prego.

Non fidarti ti prego della gente senza errori
di chi vuol dare risposte anche ai fatti misteriosi
di chi vuol veder le cose misurate, messe in ordine
perché l’ordine è la fine, è un principio già di morte.

Se un giorno io stesso venissi a spiegarti
con massima conoscenza dei fatti
come sono fra noi le cose
e con la freddezza un po’ ingenua
che spesso mi contraddistingue
mi perdessi in mille discorsi
per riuscire infine a convincerti
che per noi ci sia un’unica strada,
con un bravo pilota automatico
che ci guida senza mai sbagliare
e non c’è proprio niente ma niente più
da temere…
tu diffida ti prego.

Preferisci i discorsi che non tornano mai
(per fortuna i discorsi fra noi non tornano mai)
metti cura e rispetto per tutti gli sbagli che fai
(grazie al cielo con me tu ne farai)

Preferisci i discorsi che non tornano mai
(per fortuna i discorsi fra noi non tornano mai)
metti cura e rispetto per tutti gli sbagli che fai
(grazie al cielo con me tu ne farai)…

 

 

 

 

Artemoltobuffa
(da “L’aria misteriosa”, 2007)