Mese: giugno 2012

Remo Fasani sul carteggio con Cristina Campo (intervista di Laura di Corcia)

Da dove partire, per costruire un edificio, se non dalle fondamenta? E, giacché l’uomo di pensiero può essere accostato per somiglianza a uno stabilimento fatto e finito, possiamo tranquillamente utilizzare questo paragone per introdurre un capitolo della lunga storia di Remo Fasani che secondo noi possedeva già in nuce tutto il suo percorso futuro, di uomo, studioso e poeta. Trattasi del soggiorno fiorentino (dal 1950 al 1951), un anno importantissimo e costellato da amicizie – intellettuali e affettuose – che l’allora studente, fresco di laurea, si portò con sé una volta rientrato in Svizzera, in quei Grigioni che già gli avevano dato i natali, prima, e poi a Neuchâtel, dove insegnò per anni letteratura italiana all’Università. Fra tutti questi rapporti, spicca per intensità e durevolezza quello con la poetessa Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo, autrice di saggi e di raccolte di valore come La Tigre Assenza, sofisticata traduttrice di Hölderlin, John Donne e Simone Weil. Remo Fasani l’aveva conosciuta grazie all’intermediazione del suo compagno Leone Traverso, che con lui condivideva la passione per la traduzione dei poeti germanofoni, primo fra tutti Hölderlin. Durante il soggiorno fiorentino, i due si frequentarono assiduamente, quasi tutti i giorni. Una volta tornato in madrepatria, non ruppero i rapporti, ma anzi li nutrirono con un carteggio assiduo e profondissimo, intellettualmente sofisticato. Le lettere che Fasani scrisse alla Campo sono purtroppo andate perse a causa dell’incuria degli eredi della poetessa, venuta a mancare prematuramente già nel 1977, a Roma, dove viveva con il compagno Elémire Zolla. Invece le missive della poetessa sono state gelosamente custodite dallo studioso svizzero, che poi decise di affidarle alla Biblioteca di Lugano, dove esiste un fondo a suo nome. L’anno scorso, per le edizioni Marsilio, hanno rivisto la luce, grazie al generoso lavoro della curatrice, Maria Pertile. A margine della pubblicazione, intitolata Un ramo fiorito, siamo andati a trovare lo studioso Remo Fasani, che, dopo aver vissuto lunghi anni a Neuchâtel, ora abita a Grono.

Professor Fasani, lei frequentò molto Cristina Campo da giovane. Il carteggio è una testimonianza di questo affetto e di questa stima. Come la definirebbe?

Intensa. Nella conversazione era molto affabile, aristocratica. Anche se c’era sempre in lei qualcosa di impulsivo che non riusciva a frenare. Forse la condizonavano anche le sue origini ebraiche; ma a dire il vero durante gli anni fiorentini la religione aveva un ruolo marginale. Ripeto, Cristina Campo era intensa. Intensa fino alla violenza, a volte.

In che senso?

Nelle lettere a un certo punto si vede che ci fu un raffreddamento dei rapporti. Il motivo fu la sua insistenza. Pubblicò un saggio a mio nome, Dell’attenzione (ora contenuto in Gli imperdonabili, ndr), senza prima chiedermi l’autorizzazione. In realtà il saggio era molto profondo e le idee che aveva esposto mi trovavano d’accordo. Quindi mi sarei dovuto sentire onorato da questa attribuzione. Ma mi arrabbiai per le modalità; avrebbe prima dovuto verificare la mia disponibilità. E non lo fece.

Per quale ragione agì così?

Le faceva comodo avere la firma di un uomo. Quelli erano anni in cui la questione delle donne non era ancora stata affrontata. Se la cavò con una scusa. Visto che aveva citato solo le mie iniziali, attribuì lo scritto a Renzo Fiamma e chiuse così la questione. Ma io mi indispettii in ogni caso.

Non ci furono episodi analoghi?

Leggendo le lettere si può notare quanto insistette perché mi recassi a Firenze a vedere la mostra sui grandi pittori del Quattrocento da lei stessa curata.

Il suo rapporto amoroso con Leone Traverso fu molto travagliato. Con lei ne parlò mai?

Sì, si sfogava molto. I due erano in crisi ma lei sosteneva ancora quella relazione per una sorta di idealismo. Si vedevano raramente, ma lei mi ripeteva sempre che quella relazione non fosse ancora giunta a conclusione, su un piano spirituale. Soffrì molto per questa faccenda.

E come mai, a suo parere, questa poetessa è stata esclusa dal Parnaso dei grandi poeti del Novecento?

Potremmo parlare della sua conversione e di questo lato caratteriale, ma in realtà si trattò anche di una questione politica. Non è mai stata accolta nelle antologie del Novecento perché aveva una cultura di destra, mentre a quei tempi l’intellighenzia letteraria di profilava più a sinistra. Comunque è inconcepibile che sia stata esclusa in questa maniera. Le poesie prima della conversione sono meravigliose. Io credo che sia una delle voci più autorevoli del secolo passato. E non parlo solo della sua poesia, anche della prosa. Alcuni suoi saggi sono perfetti, il massimo che ci si possa aspettare.

Dal carteggio possiamo evincere anche un brillante confronto sulla vostra produzione poetica.

Sì, Cristina Campo mi aveva eletto a suo lettore ufficiale, anche su pressione della madre. Teneva molto al mio giudizio. Mi sottoponeva qualsiasi testo scrivesse. E anch’io le sottoposi parecchie poesie.

A Firenze incontrò anche altri intellettuali. Chi le rimase nel cuore?

Mario Luzi. Anche con lui ebbi uno scambio abbastanza importante. Gli sottoposi le mie poesie e lui le apprezzò (la raccolta Qui ed ora, ndr). Col tempo capii che il suo tempo era limitato e che non riusciva nell’intento di seguire bene il cammino poetico altrui.

Com’era Firenze, in quegli anni?

La guerra era finita da poco, erano anni tranquilli. Mi è rimasta nel cuore. C’erano maestri importanti, come Roberto Longhi, Attilio Momigliano. Seguivo le lezioni di De Robertis e di Migliorini. Seguivo le loro lezioni con molto interesse. Ma avevo capito che avevano dei limiti. E che in Italia esistevano dei baronati inattaccabili. Per esempio, Gianfranco Contini. Nessuno poteva permettersi di confutare le sue tesi. Io lo feci scrivendo un saggio sul Fiore, da lui attribuito a Dante. Nel mio studio spiego che la cosa è impossibile, perché l’Alighieri morì prima che il poemetto fosse scritto.

© Laura di Corcia

(pubblicata su ««Cenobio»», rivista di letteratura del Canton Ticino)

Anna Lamberti-Bocconi (poesie inedite)

1.

A ondate, ricordata dalla luce,
l’età dell’oro filtra nel presente
domenicale, a muovere la vita
come frusciando. Fedele, questa torcia
remota sempre accesa, che fa il giro
del mondo insieme a me
fissata con la cera su una spalla,
e che non ho mai visto per davvero,
se non riflessa nei carboni ardenti
e nei lampi degli occhi nella notte
e nelle labbra rosse che ho cercato,
fedele questa torcia mi sovrasta.
Porta l’età dell’oro nella pece
che cola lentamente, con tenacia
vischiosa, sulla schiena del tedoforo
ignaro che ha il mio volto; non ha effetti
sui mali della terra, ma lo stesso
fa profumo di resina e lambisce
vivi, morti e malati come uguali.

2.

Chi sente il flusso dei morti, la fiaccola,
il volo dello zucchero filato,
la lana, i soffioni, i ciuffi bianchi,
librati a poca altezza dal suo cuore
a roteare in cerchi ripetuti
sopra le scaturigini del mare,
quelle abissali fenditure fredde
da dove sgorga il sale senza fine;

chi ha l’aureola dei morti sopra il mare
irradia come febbre in nervature
di foglie, porta in sé l’ultravioletto,
i gesti dell’arare e seminare
astratti in invisibili scritture.
Chi sia: si allunga verso l’orizzonte
con un tributo teso, individuale,
dove tracolla il necessario amore.

3.

Piangevano vicino alla bocca
la salvezza maligna delle origini
una signora con la veletta
ricordò loro che l’ora scocca
ma loro non sentivano
erano troppo giovani
avvinti in una fretta pietrificata.

Nessuno dovrà vedere gli amanti
affinché non diventi sciocca
la loro distruzione del cuore
soltanto dall’uno all’altro
placando l’aspra sete tubercolare
gli amanti assoluti, solo impastati
come farina ed acqua diranno

delle parole insensate se non in gola
nel gioco del ruggito, del miagolio
il tributo infinito al dio dell’oblio
mentre il gatto ammaestrato sbanca
con numeri da circo spettacolari
il fratello esiliato pulsa
la sciagura si piaga, suppura.

Come miele su neve calerà la morfina
un tappeto dorato sul bianco d’atomi
e lì sotto gli amanti che affondano
annegavano senza morire bevendo
quei profondi singhiozzi di redenzione
e l’amore sognava e svaniva
e sanava dimenticando.

4.

Guardando le verdure,
il loro disfacimento composto
di fronte alle procedure,
mi chiedo se si può
dire di no alla morte:
se piano, se più forte,
se solo per amore.

5.

Ho in me delle culture, pesco a sorte
dopo mi taccio, o mi addormento, o crepo.
Quanto è grandioso il Novecento o indietro
tutti quei libri che mi son bevuta,
cose guardate a caso sui giornali
ecco Picasso la tauromachia
le rupi incise ecco guardare ancora
Hemingway cacciatore, e si credeva
tanto vitale, il mito dell’eroe
il maschio bevitore, vezzeggiato
dalle infermiere o solo nella giungla:
quanto niente che resta, che frontiere
da saltare a piè pari come lepri.
I professori di letteratura, o
“dell’impotenza”: me lo sai spiegare?
Dice (ma chissà chi): “Tolstoj è un gigante”.
E no, Tolstoj è normale, dico io.
Se fossimo più in gamba scriveremmo
cose enormi anche noi, ti metti lì
e pensi e scrivi e vivi, hai dei quaderni
la penna d’oca forse, sei persona
piena di serietà, non hai la tele,
non ti diverti a fare le cazzate
stai solo con le donne e i contadini.
Tolstoj si sdraia sul prato di giugno
e sente il sole sopra e fra la terra
e il fuoco c’è il suo corpo di gigante.

6.

Come il cane che ha strappato il guinzaglio
il palloncino che si è strappato dal filo
se ne vanno nell’atmosfera corrono via
nella dissoluzione irrimediabile
e il bambinetto si è strappato il cuore
suonano male anche nei versi queste cose
non sono musicali da scrivere o dire
accadono per il male ed è incredibile
l’attimo, solo un attimo, e il prato è verde
uguale, il cielo è dipinto uguale eppure
la morte ha morsicato e quello
avrà sì e no cinque anni e non guarirà mai più
ha i pantaloni corti, è per mano a suo padre,
è una bambina, piange all’asilo, è molto bella,
è orfano, è musone, si picchia con tutti,
sono gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta
si srotolano in eterno le fratellanze invisibili
stagliate nella pietra degli incidenti da niente
ti ricomprano il palloncino, riprendono il cane
tutto va a posto tranne il dolore-terrore
il cuore resta crepato non combacia più bene
e infine siamo qui grandi, a recitare fra la gente.

7.

Sei tutti quei ruscelli
quelli dove nascevo
che poi li avrei rimpianti e ricercati
ce li avevi negli occhi
ce li avevi tra i seni
che poi tutta la vita li avrei pianti
i cieli illuminati
i fiori ai camposanti
che avrei pensato “Non è mai finita”.

8.

STIGMATA

Mi sbalordisce il senso della piaga
la piega tumefatta della mano
che con raggio di luce mi ha falciato
il dio, come la morte fa col grano.

Ulcera che dissangua, rossa inedia,
io non avrei creduto alla tua mira,
questo perfetto buco in mezzo al palmo,
né avrei creduto a tanto grande amore.

Ti prego e mi inginocchio, mio Signore
ti mostro i segni aperti, a specchio, guarda!
perché tu ti rifletta portentoso
nella ferita che hai portato in vita.

Scorrerà come fiume tra le dita
la linfa di carminio che mi hai dato
tutto questo liquore liberato
suggellerà in un bacio l’uomo e il dio.

Presentazione del libro “Turbativa d’incanto” di Jolanda Insana (Garzanti Libri, 2012) (post di Natàlia Castaldi)

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Incontro con Iolanda Insana
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Lunedì 18 giugno, ore 18,30 presso la Libreria Doralice
(via Consolare Pompea 429/431, Messina)
 .
si terrà la presentazione del libro “Turbativa d’incanto” di Jolanda Insana
(Garzanti Libri, 2012)
 .
All’incontro interverranno la stessa autrice,
Sergio Palumbo, redattore di cultura e spettacolo per la Gazzetta del Sud,
e il professore Dario Tomasello.

Fuori di testo (nr. 23)

Canto di accoglienza

Lasciati avvicinare
Lasciati sfiorare
Sarò per te legno che arde e odora
Lasciati avvicinare
Lasciati sfiorare
Avrò per te vino rosso che colora
Rifugio che ripara
Abbraccio che consola

 

 

 

 

Ginevra Di Marco
(da “Trama tenue”, 1999)

Izet Sarajlić: l’arma della poesia – di Davide Zizza

L’arma della poesia

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E ancora mi resta nella mente l’eco de Ultimo tango a Sarajevo e di 30 Febbraio di Sarajlić. Kiko per gli amici! Sono versi felicemente ostinati nella speranza di libertà, amore, cultura. Libertà da una malattia mortale che se chiamata regime o dittatura, assedio o guerra non fa differenza, tanto non cambia la “misura” della crudeltà. La poesia, per dire tutte le espressioni letterarie e intellettuali, è sempre stata la vera scintilla umana capace di fare denuncia sociale e di asserire con fermezza che è l’arte a salvare la vita. Un regime teme la letteratura, per questo tenta di sopprimerla.
Leggo ancora a distanza di settimane le poesie di Kiko, mi lasciano un senso di commozione; esse sono un grido di terra e al tempo stesso una voce che riappacifica con sé stessi. Limpide e dirette, usano le immagini, hanno un sofferto sapore di realtà. Eppure resistono alla rabbia, denunciano con ironia, amano con tenerezza.
Penso a questo poeta di Sarajevo e, anche se non posso far mia la sua esperienza – la mia data di nascita mi distanzia molto dai periodi feroci della Storia e mi ha risparmiato persino il servizio militare, avendo scelto di fare l’obiettore – provo a riflettere su come possa esser stato terribile vivere in una città sotto assedio e che nemmeno sotto assedio ha mai voluto lasciare. Sarajlić è un poeta delle coincidenze: l’identità civile del poeta ha coinciso con l’amore per la città e la passione per la poesia con l’amore verso la compagna.
Un poeta non porta armi. Le sono estranee. L’unica arma affilata a lui congeniale sta fra le sue dita, quando deve far giungere la sua voce sui libri, sui giornali o anche solo declamando per strada il suo atto di libertà: è la parola che lo autorizza. Come quando denunciarono Iosif Brodskij. Processo del 1964. Capo d’imputazione: parassitismo! Il giudice domandò la professione ed egli rispose ‘traduttore e poeta’, al che di nuovo il giudice risentito chiese chi lo avesse arruolato nei ranghi dei poeti, e Brodskij per niente risentito rispose “Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?”
Così mi immagino Kiko Sarajlić processato perché faceva i turni di notte a leggere poesia in pubblica piazza prima dell’arrivo dell’alba. Alla domanda chi mai lo avesse autorizzato, avrebbe risposto: “Ho il porto d’armi che mi autorizza: la mia penna!”

Davide Zizza

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Izet Sarajlić

Izet Sarajlić

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3 poesie tratte dalla raccolta Chi ha fatto il turno di notte nella recente edizione Einaudi

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Come farà Sarajevo senza di me

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Mah, in qualche modo farà.
Spargerà qualche lacrima, terrà tre discorsi.
Il terzo, quello sulla cassa, sia il più breve possibile.
E poi tornerà nella sua notte
e comincerà a dimenticare.
La prima notte sottoterra chiamerò ancora aiuto.
Vorrò ancora leggere almeno “Oslobodjenje”, almeno il “Vjesnik”.
In seguito riuscirò a farci l’abitudine.
Ma,
noi continueremo a incontrarci.
Io ero – un poeta.
Ogni volta che la mia città avrà bisogno di una parola affettuosa,
io ci sarò.
Io lo so chi sopporterà peggio la notizia della mia morte,
ma questa volta non nominiamola.

1965

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30 febbraio.

Senza contare le periodiche misteriose scomparse del 29 febbraio
ogni anno in amore
ci depredano di un giorno.
Quand’ero giovane non ne tenevo conto,
anche senza quello
c’erano abbastanza sabati e mercoledì.
Oggi per me è importante ogni giorno
in cui ti posso guardare.
Il nostro feudo
che si estendeva per cinquant’anni di futuro
si è ridotto ad un piccolo podere contadino.

1976

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Ultimo tango a Sarajevo.

8 marzo del novantaquattro.
La Sarajevo amorosa non si arrende.
Sul tavolo l’invito per il matinée danzante allo Sloga.
Naturalmente, ci andiamo!

I miei pantaloni sono abbastanza stazzonati,
e anche la tua veste non è proprio da Via Veneto.
Ma noi non siamo a Roma,
noi siamo in guerra.

Arriva anche Jovan Divjak. Dagli stivali si vede
che è appena giunto dalla prima linea.
Quando ti chiede un ballo sembri un po’ confusa.
È la prima volta che ballerai con un generale.

Il generale non sa neppure lui l’onore che ti ha fatto,
ma, per Dio, anche tu al generale.
Ha ballato con la donna più celebrata di Sarajevo.
Ma questo tango – è solo nostro!

Dalla spossatezza ci gira un po’ la testa.
Cara, è passata anche la nostra magnifica vita.
Piangi, piangi pure, non siamo in Via Veneto,
e questo forse è il nostro ultimo ballo.

1994

Silvia Bre (testi scelti da Alessandra Trevisan e Maddalena Lotter con una nota di Anna Toscano)

Silvia Bre, Le barricate misteriose (Einaudi, 2001)

da Passi

 

Quali ripari vado immaginando…
È dove non s’avverte che universo
remoto al mio dolere e le sere
farsi previsione sterminata, case
libere al vento. Sono le illuse strade
dove la fortuna d’un momento
sparendo mi ritrova e io m’accendo
alla più magra luna senza cielo:
con tanti minuscoli bagliori
si fa il sereno d’una notte.
Così il tempo mi svola, le ali accosta
nella fine di una lucciola stanca
a cercar sosta – ma pure i fili d’erba tra le rovine
sono contenti della primavera
e per la quercia grande che m’invento
s’allunga in belvedere una finestra
via dal deserto, e l’ombra piove,
come se fossi già quel che divento.

*

da Edere

Ascolta, un viale avevo
di sterminate rose
da guardare la sera,
cieli di viole
che l’edera rampava a grandi tele,
avevo corde amorose.
E guarda adesso
com’è tutto raccolto in un mirino,
che finalmente la mia strada ho perso
nel mondo delle cose
e mi sento salire rami nuovi
e il cielo ce l’ho steso sulle dita
e amo, e mi rinchiudo
tutta nella vita.

*

da Il parco

Io vado destinata a un sentimento
che ha la forma del parco che ora vedo,
e ciò che vedo è il viale in cui l’inverno
è rami, pietra, acque, tramontana,
e passi di una donna che cammina.
Ma per come procede e come leva
lo sguardo secolare sulle foglie,
lei è la specie, a lei torna la rima
nella quale riposa il mondo intero –
così la qualità del giorno vaga
continuamente tra le parole e il cielo.

***

Marmo (Einaudi, 2007)

da L’argomento

Tutto l’essere qui
non viene detto –
resta da solo in noi
già benedetto
se solo lo si lascia respirare
vagamente
come un fiato continuo dentro un flauto
con noncuranza
come un verso un cielo non guardato.

*

da La figura

Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
portarlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
È questo. È rimanere
qui a sentire come adesso
l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.

*

da L’opera dell’arte

Che baci appassionati
si danno di nascosto le tue rime
quale piacere stringe tra loro i versi

è  godimento avere in bocca il senso
da capire.

(È sera, dico le tue poesie
confesso lenta al buio
brevissime bugie.
Così è l’incontro,
nel tempo che s’arrende
e mentre la rete larga
della grammatica
della poca sintassi
si rapprende
nell’impressione acuta
d’essere vicini
forse è da qui che passa
semmai ne esiste una
la storia impensabile
della letteratura).

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Dice di lei Anna Toscano

Silvia Bre è una poetessa straordinaria. Silvia Bre vive la poesia come vivere una casa: della poesia e delle parole che vanno a formare la poesia, Silvia Bre ha fatto una casa, una casa a volte senza pareti e a volte con le pareti, una casa a volte molto viva e una casa a volte molto dolorosa, e una casa nella quale a volte ci si entra per errore, come a volte ci si va appositamente. Questa è la poesia, qualcosa che si attraversa, in cui si entra, si esce e si rientra, qualcosa che si visita o la poesia è qualcosa che visita noi. Silvia Bre io la leggo così, la leggo così da quando ho amato moltissimo Marmo, uscito per Einaudi e vincitore del Premio Viareggio nel 2007, perché Silvia Bre è una poetessa quotidiana ma non di una leggibilità spicciola, come potrebbero essere molti poeti contemporanei. È una poetessa del quotidiano, una poetessa contemporanea che legge la quotidianità attraverso delle parole complesse, attraverso una ristrutturazione della poesia, che implica un sé, implica un luogo, implica un’intensità che è l’intensità della persona che mette tutta se stessa. Ovviamene il riferimento e la polemica è a quella poesia di oggi che è fatta solo di parole senza nessuna sostanza, parole di bella facciata, ecco. Silvia Bre, che scrive da molti anni ed è una delle poetesse più considerate nel panorama internazionale, e anche italiano, è una poetessa assolutamente non di facciata, è una poetessa che fa ‘poesia da abitare’. Le sue sono poesie molto belle, molto forti, forti in quanto autentiche, e per questo emozionano e provocano. Provocano che cosa? Provocano un pensiero, una riflessione, provocano il provare ad essere profondi col pensiero come lo è lei, nell’entrare nelle cose e non fermarsi sulla soglia, né sulla soglia della vita, né sulla soglia della poesia, né sulla soglia delle parole. Entrare nelle sue poesie è entrare nelle poesie di tutti, entrare e attraversarle: solo così possiamo vedere che la poesia di alcuni autori come Silvia Bre è una poesia che ha una sostanza, dove si entra come in una casa, e si esce completamente mutati, modificati; solo così si può vedere che in molti autori si entra e si esce immutati: così si capisce qual è la poesia da scartare, e quella da tenere. Da aggiungere è che per Silvia Bre è fondamentale identificarsi con la propria poesia, con le proprie parole: è fondamentale esserci, esserci dentro con il proprio corpo, con lo spirito, e anche con l’amore, con il sentimento, per vedere e vivere le cose.

I suoi libri sono usciti per Einaudi, Le barricate misteriose (2001) e Marmo (2007) e Nottetempo, Sempre perdendosi (2006), e in riviste ed antologie. In attesa di nuove poesie ci ricordiamo che c’è una poesia in cui si entra e si esce sempre trasformati, quindi dato che la vita è un’evoluzione ringraziamo la poetessa Silvia Bre e la sua poesia perché ci fa evolvere, perché come dice lei stessa ‘abita nelle parole vivamente, come a casa’.

La poesia verso la prosa? La scrittura di Volponi e i generi letterari (di Emanuele Zinato, Terza e ultima parte)

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III. Poesia e Romanzo

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Giovanni Raboni considerava Volponi il più grande scrittore del secondo Novecento, “fuori misura” rispetto alle capacità di accoglienza della critica letteraria attuale, e accostabile ai grandi narratori russi, come Gogol e Dostoevskij per il suo realismo fantastico e per la potenza del sottosuolo che si manifesta nei suoi romanzi. Diceva Raboni che, davanti all’odierno esaurimento o impossibilità del narrare, Volponi non sta né dalla parte di chi postmodernamente narra in falsetto, riproponendo il plot con disincanto ludico-citazionale e un po’ protervo, né dalla parte di quelli che, avanguardisticamente, hanno aderito alla crisi, riproducendola, radiografandola, esasperandola e squadernandola. Volponi, per oltrepassare quella crisi, inventa invece il romanzo-poesia così come Musil aveva inventato il romanzo-saggio, fondendo due generi letterari. Richiamandosi alla tesi espressa nel libro di Berardinelli La poesia verso la prosa, Raboni la corregge così, alla luce del tragitto volponiano:

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Uno dei grandi temi della letteratura italiana di questo ultimo mezzo secolo, dalla fine della guerra in poi, è proprio il rapporto tra prosa e poesia: rapporto intimo, necessario. E’ stato detto (…) che dal ’45 in poi alcuni dei maggiori poeti italiani, di varie generazioni, vanno verso la prosa, cioé abbandonano l’essenzialità lirica che è stata tipica della poesia italiana degli anni ’30 per andare verso una maggiore compromissione con la prosa, una ibridazione con la prosa. (…) Da questo punto di vista l’opera di Volponi è certamente sulla stessa linea di tensione, ma nello stesso tempo rappresenta qualcosa di peculiarmente diverso. (…) Non avviene (…) un’inclusione della prosa nella poesia (…); avviene in qualche modo il rovescio, ossia che la prosa, subito, dal suo nascere fino alla fine, si nutre potentemente dei succhi dell’espressività poetica. Basti pensare all’alto tasso di figuralità della sua prosa: in genere si può distinguere tra poesia e prosa proprio per un maggior tasso di figuralità, di metaforicità della prima rispetto alla seconda. In Volponi oserei dire che la prosa è quasi più figurale della poesia.
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Analogamente, secondo Fortini, « il meglio di Volponi – consiste in una – capacità di accensione e nel medesimo tempo di “scarto”, quasi surrealista, dalla d’altronde consistente struttura logica del messaggio».
Volponi ha esordito come poeta nel 1948, è poi passato negli anni Cinquanta attraverso la scuola di “Officina”, da cui ha ereditato la pasoliniana tendenza allo sliricamento e al poemetto narrativo, ha infine trapiantato in vari modi nel romanzo la propria vocazione poetica:
1)gli “irregolari” personaggi volponiani spesso si esprimono in versi. Gualtiero, il ribelle de La strada per Roma ricorda che da burdel la cosa che più lo ha commosso sono state le rime con cui Scalabrinio al circo si sottraeva alle bastonate; Albino in sanatorio pronuncia “tra labbra e denti” le rime, “dolci catene” e “litanie dei (suoi) dolori e della sua vittoria”; Anteo e Gerolamo studiano le parole, le ordinano secondo il suono.
2)Tra Le mosche e Con testo a fronte è noto come esista un fitto interscambio: a esempio in poemetto di un dirigente scritto sul verso del progetto aziendale di Saraccini e, viceversa, il poemetto Insonnia. Inverno 1971 ritrascritto interamente in prosa.
Tuttavia, tale trasfusione non annulla né altera l’autonomia del fare poetico volponiano: una volta divenuto un grande narratore, Volponi continuò a scrivere versi, e, accanto alla stesura delle due prove narrative più complesse1, è attiva un’importante officina poetica che darà risultati tali da alterare «la stessa disposizione gerarchica della nostra poesia contemporanea».2 L’avvio di questo “secondo tempo” della poesia di Volponi va individuato in La durata della nuvola e in Canzonetta con rime e rimorsi, due poemetti del 1966 aggiunti a Foglia mortale nel volume Poesie e poemetti 1946-66. Qui compaiono vistose novità strutturali: il personaggio pedagogico dell’interlocutore-bordel e il primo affiorare dei richiami fonici cantilenanti. Il proprio “primo mestiere” dirigenziale è inoltre demistificato in versi con un’ironia corrosiva e autopunitiva («il devoto dirigente») che preannuncia già la creazione della figura di Bruto Saraccini ne Le mosche del capitale.

Fra scrittura automatica e autotrascendimento razionale, si installa un corpo a corpo furibondo, motore primo del rovello mentale e stilistico di Volponi: la stessa pulsazione fonica, che qui fa il suo esordio, coabita con un veemente impulso eteronomo.
Pier Vincenzo Mengaldo, nel suo saggio sulla rima nella poesia di Volponi (nota 3), rileva come la cascata delle rime nel secondo tempo della poesia volponiana sia figura ritmica omologa all’accumulo caotico nelle prose. L’iteratività del Volponi poeta diviene monologo, prigionia, coazione a ripetere: “accavallarsi di masticazioni potenti e insieme impotenti del mondo”. In Volponi l’uso sovrabbondante della rima non è ironica, di specie crepuscolare, ma caustica e implica la convivenza drammatica di primordialità naturale e contadina e di tecnificazione capitalistica. Volponi per Mengaldo “è sempre dentro di sé”, eppure nella prosa il lirismo disaggregante, anziché polverizzare i testi, come accade nel frammentismo vociano, li ristruttura e li potenzia, quanto a coerenza narrativa. E’ questo il vero segreto della scrittura di Volponi, che dovrà essere ancora indagato. Il periodo che s’impasta vischioso, il campo metaforico della luce, la voracità sensoriale, l’animazione dell’inanimato: tutto ciò non destruttura ma potenzia la narrazione, grazie all’adozione di un punto di vista insieme cogitante e delirante e grazie alla scelta, quale oggetto del narrare, di un grumo storico e psichico non risolto: l’equivalenza fra apocalisse dell’io e trauma socialmente sostanziato, quello della repentina modernizzazione italiana, delle sue potenzialità e dei suoi esiti.

Come ha scritto perfettamente Giulio Bollati, Volponi è tra i pochissimi scrittori italiani capaci di esplorare la landa sconosciuta che si chiama modernizzazione:
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In Volponi la modernità industriale si interiorizza in un misterioso impulso all’unicità di pensiero, senso, materia.
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Davanti alla modernizzazione, Pasolini avvertiva angoscia e nostalgia, Vittorini acritica adesione, Calvino freddo disincanto. In Volponi invece convivono (e questa dualità è fondamento di tutte le altre) progetti costruttivi e pulsioni distruttive, in lui coesistono in cortocircuito utopia e annientamento. Volponi salvaguarda dunque l’ambivalenza, la contraddittorietà della letteratura, ossia la sua dignità, in un’epoca fieramente avversa alla categoria della dialettica e disposta a sfigurare la letteratura degradandola a puro intrattenimento. La sua scrittura è grande perché è irriducibile all’univocità dell’ideologia, perché dà voce a ciò che l’ideologia nasconde. E ciò, grazie alla accanita difesa – dentro e fuori dei romanzi – delle ragioni non sempre coscienti o consapevoli della poesia. In un’intervista a Filippo Bettini, pubblicata in «L’Unità» del 23 settembre 1995, Volponi, interrogato sul modo in cui viveva il rapporto tra il suo fare poetico e narrativo, infatti rispondeva:
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Per me la poesia, a differenza della prosa, non ha tempo preciso, né può caricarsi di valori di contemporaneità in senso stretto. Coglie un momento, lo svuota e lo brucia, ma non può svolgerlo nel continuum di una durata, nel più ampio respiro di una progressione lineare. Qui è la differenza dalla prosa. Quando scrivo un romanzo, intraprendo sempre l’attraversamento di un arco temporale che comprende, compone un giudizio sulla propria materia e la costruisce, la decanta, la analizza.

1 L’elaborazione di Corporale e de Le mosche del capitale richiese complessivamente un ventennio, occupando rispettivamente gli anni 1966-1974 e 1977-1989.

2 G. Gramigna, «Con testo a fronte», in «Alfabeta», n. 90, 1986.

3 Nel citato fascicolo di Istmi, pp. 371-383.

Parte prima. 

Parte seconda. 

Solo 1500 n. 50: Cinquanta

Solo 1500 n. 50: Cinquanta

Cinquanta come la Vespa. Cinquanta (più o meno) è la somma dei versi nelle mie poesie preferite di Raboni. Cinquanta sono i minuti dopo le cinque dei miei vaporetti all’alba. La 50 che, quando la prendevo, faceva capolinea in Cordusio. Cinquanta come il taglio di una banconota che non vale più niente. Cinquanta che è il limite di velocità in territorio urbano. Cinquanta per tutte le volte che diciamo: “mah, saranno una cinquantina” e non ci prendiamo mai. Cinquanta come gli anni che avrebbe compiuto quest’anno DFW. Ciao David. Cinquanta, gli anni che aveva Bolaño quando è morto, fottutamente presto. Cinquanta sono i minuti ideali di durata di un Album come si deve (a meno che tu non ti chiami Waters o Gilmour), fanculo le tracce nascoste. Cinquanta è un numero giusto di testi per formare un libro di poesia, a patto che siano versi molto, molto, belli. Cinquanta multe per lavaggio strade che avrò preso da quindici anni a questa parte. Cinquantamila lire era l’ammontare della mazzetta (mancia) che ogni singola zia sganciava per Natale e parevano miliardi e forse lo erano. Cinquanta, per la Cabala, fa: mezzo quintale; che non mi pare poco per niente. Se raggiungi un numero di cinquanta spettatori a un Reading, ti senti come se avessi riempito San Siro. Cinquanta sono gli argomenti discussi con gli amici della redazione a volte scartati, altre no. Cinquanta per millecinquecento fa settantacinquemila battute, che è quello che abbiamo scritto fin qua.

Gianni Montieri

Scritture a progetto – Costa, De Lisi, Mazziotta leggono versi inediti

Bar libreria Garibaldi (via A. Paternostro 46, Pa) Venerdì 15 Giugno ore 18.30

Scritture a progetto

Incontro di poesia contemporanea

Sergio Costa (1984) – animali, uomini

Valentina De Lisi (1983) – Corde

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Luciano Mazziotta (1984) – Previsioni e lapsus

“Nei tempi in cui il lavoro a progetto ha sostituito in modo strategico ed egemonico le forme contrattuali tradizionali, relativizzando tutele e diritti di una grande porzione di vite, la proposta è di recuperare il valore effettivo della parola progetto, dal latino proicere, letteralmente traducibile con “gettare avanti”. Progettare e proiettare: un complesso di attività correlate tra loro che si ha intenzione di portare a termine in avvenire. E se l’avvenire è sempre più spesso un immaginario sinistro e un luogo d’ansie, il desiderio è di recuperare una parte di fiducia nel futuro, di sottolineare come la pianificazione non racchiuda soltanto responsabilità e rischi, ma annunci un cambiamento ed edifichi la struttura delle azioni.


Tre giovani poeti leggeranno versi inscritti in un progetto organico e complesso, versi nati immaginando una raccolta strutturata. Le loro scritture, pensate e prodotte a partire da un’esperienza del quotidiano, hanno l’esigenza di affermarsi e ordinarsi come parti di un’opera compiuta, come frazioni di libri – dunque di progetti – futuri.”

@a cura di Poetarum Silva – The meltin’Poets

La poesia verso la prosa? La scrittura di Volponi e i generi letterari (di Emanuele Zinato, Seconda parte)

II. Pensiero e Immaginazione: tra Scienza e Letteratura.

Pasolini, il “maestro e amico” di Volponi che mal tollerò la mescolanza di sperimentalismo e tradizione in Corporale, capì viceversa benissimo, a proposito di una delle prime raccolte poetiche (L’antica moneta, 1955), che nella scrittura di Volponi vi era una paradossale compresenza di «ebbrezza vitale» e di «pensare logico»1. Quella di Volponi è, infatti, ad un tempo, una scrittura ad alto tasso figurale e ad elevato quoziente cogitativo: il cosmo, il corpo. la scienza o anche l’industria vi possono comparire secondo modalità indivise e totalizzanti, come accade nel pensiero greco o nelle sue riprese rinascimentali. Ciò implica uno scompaginamento dei generi letterari e della stessa distinzione tra letterario e non letterario, tra immaginazione e intelletto,. Tale robusta linea della scrittura volponiana prende avvio da La macchina mondiale (1965) il cui titolo stesso, lucreziano oltre che cartesiano2, induce a pensare al libro come a un apologo scientifico-filosofico, e trova il suo culmine nell’operetta morale fantascientifico-filosofica Il pianeta irritabile (1978). Dopo La macchina, Volponi proseguì questa sua ricerca, confrontandosi, per progressive intuizioni immaginative, con le nuove “scoperte” della fisica dell’atomo. Ciò è attestato in modi esemplari da Le difficoltà del romanzo, 3 la conferenza tenuta a Milano l’11 febbraio 1966, dedicata alla funzione dello scrittore nella contemporaneità. Il romanzo che secondo Volponi non è mai banalmente facile o difficile, ma che induce il lettore a ingaggiare una lotta, un corpo a corpo col testo, può accogliere le provocazioni vitali dal campo delle scienze della natura più che da quello delle scienze umane (“sociologia e psicologia mancano di utopia”). Il calore e l’energia provenienti dalle “rivoluzioni scientifiche” del Novecento sono per lui ad un tempo – in una sorta di folgorante (e paralizzante) coincidentia oppositorum – progetto utopico e profezia distruttiva. Volponi guarda perciò con “ilarità e terrore” all’energia stellare e alla frammentazione dell’atomo e risolve i concetti relativi al compito del romanziere e al suo rapporto col reale nelle metafore “termodinamiche” della «grande esplosione» o «combustione» universale:

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La realtà è una specie di palla infuocata in movimento, mossa da tutte le intemperanze, le speranze, i bisogni, le paure, le angosce (…) gli allarmi che gli uomini, individualmente, a gruppi, a regioni, a paesi, esprimono proprio come disordine, come energia, come calore. Il romanzo muove questa realtà ed è mosso da questa realtà. (p 31)

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Nel 1965-66 Volponi iniziò a scrivere la vicenda dell’autodifesa della materia vivente, interrata, incistata e mutante, davanti all’incombente minaccia nucleare, contaminando fisica atomica e biologia molecolare esattamente come aveva propugnato dalla coeva conferenza Le difficoltà del romanzo. Si tratta de l’Animale, prima stesura del libro che, nel 1974, sarà pubblicato col titolo di Corporale:

.

Doveva essere la fobia psicanalitica di un uomo che teme un’esplosione atomica e che si prepara a diventare una cosa diversa, a mutare anche biologicamente, a risorgere magari con un occhio solo, con la coda, le squame, senza le braccia. (P. Volponi, Questo pazzo signor Aspri, intervista a c. di C. Stajano, in «Il Giorno», 21.2.1974)

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Il campo immaginativo nucleare esiterà in Il pianeta irritabile, in cui corporeità naturale e fisica dell’atomo confliggono in modo incandescente. Ma anche le carte delle Mosche del capitale mostrano tracce – riferibili all’ inizio degli anni Ottanta – di una ripresa del filone ”fantascientifico” della narrativa volponiana. Due agende del 1982 e ’83, contengono appunti manoscritti (ora disponibili a cura di Enrico Capodaglio nel fascicolo 2003-4 di “Istmi”) relative a un romanzo dal titolo La zattera di sale, in cui si accavallano tematiche epico-cavalleresche, fantascientifiche e cosmiche4. L’incipit allude a furibondi combattimenti con armi antichissime (“antichi destrieri” e “daghe”), ultramoderne (“il propellente”) e fantastiche (“le fiale”), in uno scenario apocalittico e metamorfico.

La tensione protomaterialistica e la figura del cavaliere ritornano in versi in una delle sequenze cogitative de Il cavallo di Atene, scritto nel 1986 e compreso nella raccolta Nel silenzio campale:

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Dico ai miei figli/ cercate di leggere Parmenide per capire / come riuscire a tenersi e a scendere/ e anche Callimaco, Senofonte, Alceo; Freud mi pare che non c’entri

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Interamente dedicato a esprimere tale tensione filosofica è Passare la spugna, un poemetto composto nella seconda metà degli anni ottanta, anch’esso ora pubblicato in “Istmi”. Si tratta di un poemetto cosmogonico, ad alta caratura scientifico-filosofica, rigorosamente tripartito in strofe rispettivamente di 23, 20 e 24 versi. L’architettura formale è del tutto omologa a quella concettuale: si tratta infatti di un movimento di pensiero triadico e dialettico. La strofe incipitaria è descrittiva e constatativa:

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Si apprende infine che l’universo/è simile a una spugna di mare

.

e fa riferimento alle ipotesi astrofisiche novecentesche che, coniugando teoria quantistica e fisica atomica, hanno disegnato un universo in espansione o imploso e “a spugna”, traforato nella sua consistenza spazio-temporale di nuclei stellari compressi a densità incredibili (i cosiddetti “buchi neri”).5 La strofe mediana è decisamente negativa e raffigura un universo assolutamente privo di finalismi o trascendenze: come nelle Stelle nere di Levi, ne La spugna di Volponii cieli” sono “sedimenti densissimi d’atomi stritolati”, che “si convolgono perpetuamente invano.“ Tale totale cecità automatica e inconsapevole della materia stellare è espressa, climax e triade nella triade, in tre scansioni anaforiche:

.

La spugna è interamente ignota a sé ; La spugna è interamente senza identità ; La spugna è interamente folle.

.

La strofe conclusiva è invece bruscamente affermativa e utopica, ed è incentrata sul confronto fra la particolare condizione umana e la totalità della materia del cosmo. I verbi virano al condizionale. Come in una sorta di Nuova Atlantide o Città del Sole, l’io che pensa in versi prefigura un dialogo fra i due poli estremi della materia, perfezionata fino all’autocoscienza quella dei corpi umani, primitiva e irriflessa quella degli atomi d’idrogeno delle combustioni stellari. La materialità della spugna cosmica (come la natura stravolta e ferita del Pianeta irritabile) educando l’uomo a privarsi di ogni illusione metafisica, e riportandolo a un grado zero di materialità senziente, riceve a sua volta dal dialogo con gli umani “dignità” e “sensibilità”:

.

La spugna tutta interamente potrebbe apprendere e con dignità

Infine ragionevole decidere di partecipare,

accettare e favorire la stabilità

materiale dell’uomo sulla terra, le sue debolezze rimediare

con il solo affermare di essere spugna nella qualità

irritabile, manovrabile, comprensibile in chiare

verità: di tempo, spazio, materia, con una sensibilità

attendibile e benigna così da farsi ascoltare…

.

.Qui le suggestioni provenienti dalla scienza contemporanea, anziché sprigionare angoscia, divengono strumenti di prensile razionalità, amigdale culturali in un universo umano al grado zero, destituito di ogni boria antropocentrica, esattamente come nell’ultima pagina de Il pianeta irritabile, quando con gesti solennemente comunitari il nano Mamerte offre come cibo ai compagni di viaggio la poesia scritta sul foglio di riso dalla suora di Kanton, o in Per questi versi, poesia di Nel silenzio campale in cui lo stereotipo classico del poeta che si congeda dalla propria opera, diviene spossessamento e comunione, densi di futuro:

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Ciò che di me sopravvive/ alla mia paura/ appartiene interamente/ agli altri. /Non debbo nemmeno più giudicarlo o pesarlo: / solo farlo riconoscere e farlo prendere /dagli altri. 

(TERZA E ULTIMA PARTE IL QUATTORDICI GIUGNO)


1 P. P. Pasolini, Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960, pp. 440-442.

2 La metafora della “macchina del mondo” ha le sue origini, nella letteratura occidentale, nel poema di Lucrezio che unì squarcio lirico e meditazione scientifica raffigurando l’universo come moles et machina mundi (De rerum natura, V, 96).

3 in «Le Conferenze dell’Associazione Culturale Italiana 1965-1966», fascicolo XVII, 1966. Ora in P. Volponi, Romanzi e prose, I, Einaudi, Torino 2002.

4 Il materiale manoscritto del romanzo La zattera di sale è presente nelle agende 1982 e 1982, elencate con le lettere Q e R nel repertorio delle carte in Romanzi e prose. Il materiale dattiloscrittto è invece contenuto in una cartella in cartoncino giallo intestata “Intrapresa”, che si trova a Urbino fra le carte de Le mosche. In copertina, la scritta autografa “L’operaio e Via dell’Orma.” Sul verso della copertina l’appunto autografo “La zattera di sale” La cartella contiene 135 cartelle, relative a La zattera, dattiloscritte con correzioni autografe.

5 Cfr, A.R. Hall e M Boas Hall, Storia della scienza, Il Mulino, Bologna, 1991, pp. 361-377.

Fuori di testo (nr. 22)

Il regno delle Fate

Una signora non più giovane sorride alla fermata del passante per Milano.
Io che raccolgo le mie cose e con lo zaino scendo giù dal treno pieno.
Ci sono facce variopinte, polizia, non c’è bisogno di vetrine colorate
o forse sì ma solo come una finestra per il regno, per il regno delle fate.
Ed una rossa col cappotto che sorride al fidanzato che non vedo
e gli sorride e lo saluta e d’improvviso piglia e sale sopra il treno.
Io non li guardo mentre bacia il suo ragazzo ma si vede che lo ama per davvero
come si vede la stazione di Lambrate e di Milano Rogoredo.
E sono un re, ma sono un re che si dimentica le cose per la strada.
E sono un re ma sono un re che si dimentica le cose ovunque vada.
E una ragazza nigeriana coi capelli che ha rubato ad una decalcomania
e il pendolare col portatile che dorme ancora un po’ prima di scendere a Pavia
e due surfisti grunge che han girato il mondo e che non fanno che parlare.
Io che li ascolto assorto come i contadini di una volta se gli parlano del mare.
E questa gente con filmini, penne laser, colle cuffie dei computer
e questa gente sta imparando a compitare nuove lingue sconosciute.
Se gli dicessi che li odio non lo so se mi saprebbero capire
ma se gli urlassi in faccia che li amo chi lo sa se mi starebbero a sentire.
E sono un re ma sono un re che è stato già ghigliottinato dalla noia.
E sono un re ma sono un re che non ha niente a che vedere coi Savoia.
E questi strilli di bambini capricciosi che le madri stanno presentando a Erode
e questi cori di bambini dentro i tori di ceramica che bruciano nel nome delle mode.
E quanta polvere negli occhi e tutt’intorno, non sai più dove guardare…
le targhe alterne, le bandiere della pace nel monossido che sale.
Emergeranno tutti i topi dai tombini fra la gente che si fa le ultime pere,
occuperanno tutti quanti i posti chiave delle leve del potere.
Allora sì che rideremo quando tutto sarà immenso come un grande carnevale
e rideremo e bruceremo quei fantocci che vederli ci fa male.
Allora sì che leggeremo tutto il mondo come fosse in filigrana
e sarà bello ad ogni brivido vedere come tremerà la scena.
Staremo lì sotto le stelle sparse in cielo come un chilo di farina
e batteremo i piedi a tempo al freddo, dall’erogatore di benzina.
Ed entreremo in qualche cinema da pruxe dove ruscano gli amori
ed usciremo da quel cinema e sapremo che eravamo noi gli attori.
Max Manfredi
(da “Luna persa”, 2009)

vecchi ritagli di giornale: Perché Eluard scelse “i colori della Francia” (post di Natàlia Castaldi)

L’Unità – 28 luglio 1976

– itinerario del poeta dalle posizioni surrealiste all’impegno civile nel tragico 1940, data dell’occupazione nazista –

Paul Eluard – poesia ininterrotta – introduzione e traduzione di Franco Fortini, pp. XI-105, lire 1.500

di Nino Romeo

***

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Dalla assoluta autonomia della poesia rispetto all’avvenimento, secondo un più volte conclamato assioma surrealista, ad un far poesia come partecipazione delle pene degli uomini: questo, l’itinerario di Paul Eluard. Con Aragon e altri, nel periodo tragico della storia di Francia (1940), fu con coloro che difesero l’ “onore dei poeti”.
Usciti da un esausto conflitto tra il potere dello spirito e i condizionamenti della vita, i poeti surrealisti non potevano più limitarsi a denunciare l’assurdità del mondo; e, quindi, nei momenti più tragici della loro storia, dovettero risolvere ognuno per proprio conto quella antinomia. E allora: bastava, per i surrealisti, dichiararsi “agitatori dello spirito” e propugnare un concetto di rivoluzione inteso a creare “un misticismo di nuovo genere”, secondo una Dichiarazione del 27 gennaio del 1925 di Raymond Queneau?
Sul piano politico, essi temevano di concretizzare il loro ideale di “rivoluzione totale” assieme o a fianco degli “specialisti” della politica, come si diceva.
Apparve evidente che non era possibile speculare più a lungo sui dati dell’esperienza interna o sui risultati dell’ “automatismo psichico” – come teorizzava Breton. Il dilemma che si poneva era semplice: liberazione dello “spirito” che precede l’abolizione delle condizioni borghesi della vita materiale e indipendente da essa? oppure: abolizione delle condizioni borghesi come condizione necessaria della liberazione dello “spirito”? Una tale proposta critica veniva, nel 1926, da Pierre Naville, uno del gruppo di Breton. E’ l’inizio della crisi del movimento. Così, prima ancora dell’inizio dello scoppio della seconda guerra mondiale, si vennero definendo con maggiore chiarezza i rispettivi campi d’azione: da un lato, c’è chi, menando scandalo, volle identificare rivoluzione della letteratura e rivoluzione sociale (Eluard, appunto, Aragon e altri), chi, cioè, nasce poeta nel momento della catastrofe e sceglie la clandestinità; dall’altro, chi preferendo l’esilio si preoccupa solo di riunire le sparse forze del movimento surrealista, uscito piuttosto smerlato dal drammatico precipitare degli eventi bellici.
Dai campi inesplorati del “meraviglioso” si passò ai campi di una lotta senza quartiere al nazi-fascismo: era il “mondo reale” che chiamava il poeta a esaltare “i colori della Francia” in una ritrovata unità nazionale, come ebbe a dire Aragon.
Eluard, dopo la sua peraltro feconda stagione surrealista, fece la sua scelta. La Guerra di Spagna lo convinse ancor più che i poeti sono, come tutti gli uomini, “profondamente radicati nella vita comune”. Una poesia, la sua, che si ispira alla realtà dell’amore e che diventa, poi, secondo le circostanze, solidarietà verso gli uomini, canto di libertà che al nome della donna associa il sentimento comune di una presenza ben più grande: la liberazione della Francia dallo straniero.
Per una certa critica che non vuole compromettersi, ancora oggi, Eluard rimane solo “il poeta dell’amore”. Di che specie d’amore si tratti, bastano queste pagine di Poesia ininterrotta, dedicate a “coloro che leggeranno male e a coloro ai quali non piaceranno”, per fugare l’inconsistenza di simili dubbi; ma per ribadire, soprattutto, che Eluard non ha mai cessato di considerare la poesia come partecipazione del “mondo trasformato che abbiamo sognato”.
Simile a quelli che ama, Eluard ascrive a suo merito l’impegno a decomporre “gli alfabeti compilati / della storia delle morali” e a confidare al suo canto la sostanza non ambigua di una certezza immanente alle speranze degli uomini e al loro essere felici su questa terra. Non aveva egli forse cantato:

“Compagni minatori io ve lo dico qui
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione” (?)

Una riedizione necessaria, questa Poesia ininterrotta.

***

Queste pagine io le dedico a coloro

che le leggeranno male e a coloro ai

quali non piaceranno

*

(da pag 29 ultima strofa e seguenti fino a pag 45 dell’edizione della Bianca del 1948)

.

Nulla da odiare né da perdonare

Nessun destino illustra a noi le tempie

Nella tempesta noi deboli siamo

L’ago ch’è più sensibile

Noi la ragione della tempesta oh immagine

E contatto perfetto

Nostro luogo è lo spazio

Nostro orizzonte è il tempo

.

Sassi su una via battuta

Erba come un ricordo incerto

Cielo coperto notte che presto discende

Qualche vetrina inaugura i suoi lumi

Porte forate finestre aperte

Sopra gente sbarrata

Un piccolo bar venduto e rivenduto

Apoteosi di cifre

Di noie di mani sporche

.

Un disastro profondo

Dove tutto è contato anche la tristezza

Anche la derisione

Anche la vergogna

E’ inutile il lamento

E’ idiota il riso

Il deserto di macchie s’allarga

Più che sopra un sudario

.

Gli occhi sono spariti gli uccelli volano bassi

Non c’è più rumore di passi

Il silenzio è come un fango

Per i progetti senza domani

E ecco un bambino grida

nella gabbia della sua noia

Un bambino rimescola cenere

Nulla di vivo si muove

.

Io certifico il reale

Io sto attento alle parole

Non voglio sbagliarmi voglio

Sapere di dove parto

éer serbare tanta speranza

Le origini mie sono lacrime

E fatica e dolore

E nessuna bellezza

E nessuna bontà

.

Il lamento di vivere e l’amore avvilito

M’han generato nella miseria

Come un murmure come un’ombra

Morranno sono già morti

Ma vivranno gloriosi

Arena nel cristallo

Suo malgrado nutriente

Più lucente che al sole

.

Il  lamento  di  vivere

.

Ma io non ho lamenti

Più nero più pesante è il mio passato

Più leggero più limpido è il bambino che ero

E quello che sarò

La donna che proteggo

La donna che mi affida

Un’eterna fiducia

.

Come donna solitaria

Che disegni per parlare

Nel deserto

Per volere innanzi a sé

Tra delizie e capricci

Abbandoni e promesse

.

Semiaperta alla vita

Sempre orlata di azzurro

.

Come donna solitaria

Perché è stata l’una o l’altra

E ciascun elemento

.

Io saprò disegnare come le mani sposano

La forma del mio corpo

Io saprò disegnare come la luce penetra

Nel fondo dei miei occhi

.

E farà il mio calore distendere i colori

Sul letto delle notti

Sulla natura nuda dove occupo un luogo

Più grande dei miei sogni

.

Dove son sola e nuda e sono l’assoluto

Definitivo essere

.

La prima donna apparsa

Il primo uomo incontrato

Fuor del giuoco dov’eran confusi

Come dita d’una mano

.

E la prima donna estranea

Il primo uomo sconosciuto

Il primo dolore squisito

E il primo piacere panico

.

La prima differenza

Fra esseri fraterni

La prima somiglianza

Fra esseri dissimili

.

La prima neve vergine

Per un bimbo nato d’estate

Il primo latte alle labbra

D’un figlio di carne di sangue segreto

.

Rovi di rose e di spine

Strada di terra e di sassi

A cielo ardente cielo di cenere

A freddo intenso testa chiara

Roccia di pesi e di spalle

Lago di guizzi e di pesci

A giorno tristo bontà paziente

A mare immenso vela pesante

.

E scrivo per segnare gli anni e i giorni

L’ore e il tempo degli uomini

E le parti di un corpo comune

Che ha il suo mattino

Meriggio e mezzanotte

E di nuovo è mattino

Inevitabile adorno

Di forza e debolezza

Di bellezza d’orrore

Di riposo gradevole di luce miserevole

Di gloria provocata

.

D’un mattino che nacque da un sogno la potenza

Di guidare a buon fine la vita

I mattini passati futuri

Organizzando il disastro

Sperando dal fuoco la cenere

.

D’una casa le luci naturali

E i ponti sull’alba levati

D’un mattino carne nuova

Carne intatta tutta speranza

Dentro la casa come

.

Un ghiaccio che si scioglie

Della felicità impietosa lo sguardo

Gli occhi piantati forti sulle gambe

Nel vapore della salute

Felicità come regola

Come coltello spietato

Che taglia ogni cosa

Non la necessità

.

D’una famiglia il cuore rinchiuso

Inciso d’un nome qualunque

.

Di un riso la virtù come in un giuoco

Dove nessuno perde

E montagna e pianura

Esatte calcolate

Un dono contro un dono

Beatitudini nulle

.

D’un rogo le campane d’oro di lente palpebre

Su di un paesaggio infinito

Voliera dipinta nel cielo

D’un seno immaginario peso senza riserve

.

E d’un ventre accogliente pensiero irragionevole

E di un rogo le campane d’oro dai fondi occhi

Su un volto grave e puro

D’una voliera dipinta in celeste

Dove gli uccelli son spighe di grano

Che gettano ai poveri l’oro

Per Entrar prima nel nero

Nel silenzio dell’inverno

.

D’una via l’immagine

Che mi ha sfigurato

Per amor di tutti e tutte

Sconosciuti nella polvere

Solitudine mia assenza mia

.

D’una via senz’uscita

Né saluti

Vitale

E che pure ci consumi

Vietato anche l’incontro

.

Della stanchezza la bruma

Prolunga cenci e noie

Nel profondo del petto

Vuoto alle tempie spente

Crepuscolo delle arterie

.

Della felicità la veduta chimerica

Come all’orlo di un baratro

Quando una grossa bolla

Bianca vi esplode in testa

E libero è inutilmente il cuore

Ma di quella che fu gioia promessa

E che per due s’inizia

Già la prima parola

E’ confidente ritornello è contro

La fame e la paura

Un segno di raccolta

.

D’una mano composta per me

E cosa importa se sia debole

Questa mano raddoppia la mia

Per legar tutto liberare tutto

E addormentarmi e risvegliarmi

.

E di un bacio la notte di grandi umani rapporti

Un corpo accanto a un altro corpo

Notte di grandi rapporti terrestri

Notte nata dalla tua bocca

Notte ove nulla si separa

.

[…]

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