Giorno: 28 giugno 2012

NUOVE STANZE – Andrea Accardi

Quando lasci una casa

considera le cose che perdi

tra quelle meno essenziali.

Il vecchio cesto in cui si accumulano

i giornali, lo specchio che non ti vedrà

più riflesso, gli angoli dove non hai

mai messo piede, la vista di altalene

irraggiungibili dalla finestra.

In principio era la luce

del montacarichi alto undici piani

visto dal fondo di un sedile.

La scoperta del mondo comincia

dalle case, misurate a colpi d’anca

sugli spigoli, svanite e ricreate

in una frescura di piani

tra riflessi minerali e odori acri

d’ascensori (un gatto morto

in mezzo ai tulipani)

fino al ricordo improvviso di una voce.

La sala da pranzo inondata di luce

tra i vetri (è un grande acquario

l’infanzia), cuscini per terra

libri troppo in alto, tegole lontane.

C’è di mezzo il ricordo

del tuo corpo, la sua presenza

in quelle stanze, l’immagine

senza suono che assecondava

le pareti, coinvolta nella catastrofe

dell’abbandono.

Poi sono corridoi di specchi

scuole, strade, registratori

che battono cassa, palloni

rondini che non fanno primavere.

Qualcosa si è perso

e ti separa da tutto

vernice su vernice

strato dopo strato

i luoghi che lasci li abiti ancora

il tuo corpo è ricoperto di assenze.

Anche per questo soffri un poco

quando chiudi una casa

quando muoiono le stanze.

 .

***

 .

(Per fortuna una casa non resta per sempre un’astrazione.

Poi devi pagare il mutuo, gli affitti, la cauzione

firmare contratti con cura, arrivarci piano piano.

Non come me quella volta a Bruxelles

che mi feci fregare

da quel tipo mezzo italiano.

Ma un contratto è una cosa che va fatta da soli

e da solo mi sento sempre in pochi.

Il giorno dopo mi alzai tra cori di grilli

e scoprii che invece erano topi.)

 .

***

 .

Il comune Molenbeek-Saint Jean, in alto a sinistra

sulla mappa di Bruxelles-Capitale

una strada grande a due corsie

qualche pasticceria buona, il canale

per i traffici commerciali, la guardia medica.

Poi dietro le quinte cumuli di rifiuti

rottami d’auto, alimentari scadenti

facce brutte, lampioni spenti

bambini per strada, moschee

quel palazzo nascosto tra gli altri palazzi

uguali, il portone pesante e bianco

tra le ombre dei capannoni industriali

e dentro una stufa gettata nel cortile

tonfi di ratti sul parquet rigonfio

pellicce abbandonate negli armadi

fili e cavi senza prese, calendari

fuori moda, pacchi di pasta scaduta

ovunque sporcizia, vapori d’alcol

tracce d’umanità fuggita

o perduta.

Fuori la città non ha dolcezze

dura poco l’illusione dei call center

e delle lavanderie automatiche

sulla metro qualcuno legge

qualcun altro si nasconde

chiudono i negozi, cambiano i colori

delle vetrate in movimento

c’è una scarpa sul cemento, fiori

il palazzo di giustizia appare da lontano

enorme fra le impalcature.

Ti scrivo perché ho paura

più di quanto dovrei in realtà.

Nemici sono gli uomini

e nemica la città.

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