Giorno: 23 giugno 2012

Viola Amarelli: Note su Winterreise – La traversata occidentale di Manuel Cohen (post di natàlia castaldi)

Note su Winterreise – La traversata occidentale di Manuel Cohen

Viola Amarelli

Winterreise - Manuel Cohen

Winterreise – Manuel Cohen

“Winterreise – La traversata occidentale” (CFR Edizioni, 2012) di Manuel Cohen nasce da una lunga gestazione e da una radicata, quanto dinamica, fedeltà alla poesia come prassi letteraria innanzitutto “politica”. Le coordinate temporali e spaziali del libro sono nette: gli ultimi tre decenni della nostra storia e l’europa (non a caso indicata con lettera minuscola, a fronte dell’Europa portiana, ad esempio), entrambi metafora del declino della civiltà occidentale. E’ del resto sul dove che s’incentra la prima sezione di questo poemetto, un dove anaforico che ricostruisce un paesaggio glaciale e afasico, proscenio ai successivi flash back che da Chernobyl alla caduta del Muro, dai Balcani al movimento studentesco della pantera, dalla guerra del Golfo ai migranti sino allo spaesamento ci restituiscono una vera e propria cronica scevra peraltro da ogni contingenza che non sia la dolente e sconfitta dignità umana.
La scelta stilistica dell’ottava rima, tipica della tradizione diegetica della nostra poesia, e la levigatezza estrema degli strumenti formali, (si pensi al leit motiv dell’o, usato paratatticamente nelle elencazioni ad accrescerne le possibili varianti e sospendere il climax, ma anche quale sotteso, incrinato, vocativo al lettore) vengono utilizzati con una perizia da studioso, qual è Cohen, e concorrono a trattenere nei calchi razionali dell’eredità letteraria l’estrema passionalità che innerva tutto il libro. Palese in questo metodo la lezione fortiniana, presente in sottofondo anche tramite il Tasso, che non a caso ha portato il poemetto alla vittoria del Premio Fortini 2011.
Nella limpidezza del dettato sono tuttavia presenti, e doverosamente citati, altri “maestri” non solo poetici: dalla Arendt a Volponi, da Bellezza ad Illuminati, passando per Luzi, Pasolini, Tondelli e Yehoshua, si dipana sottovoce e in controluce la vicenda apparentemente privata dell’esser fuori luogo e fuori gerarchie, la ricerca testarda di un terreno comune per dirsi e dire, qualcosa che unisce o separa – si tratti di tempo o di mare – ossimoro che sembra diventare endiade più volte affiorante nei testi del poemetto. E’ un connubio, simbolo della condizione umana, dove la dimensione storico-sociale sembra travolgere le istanze di qualsivoglia soggetto – politico o lacaniano -, istanze che peraltro mostrano una resilienza e reattività soprattutto nella seconda parte del libro, quando la passione diventa sferzante e sarcastica nel delineare gli anni berlusconiani e lo stesso milieu poetico, ritratto con tratti quasi espressionisti, salvo affidarsi, in un coerente finale “aperto”, alla marxiana tribù delle talpe. Poiché alla fine, in tutta questa traversata risuona – rielaborato in un dettato secco e sorvegliatissimo (la “parola precisa”, come giustamente scrive Lucini nella prefazione) – il lascito fortiniano più certo della poetica di Cohen : «La poesia/non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi».

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da Inverno, I (Winterreise)

dove tace chi ha vissuto
e la lingua, quando parla
dà notizie di piovaschi
sa di scrosci di rovesci
incontri sempre qualche muto
dove la neve, quando cade
dà notizie dal freddo
già in settembre, sa di bianco

*

da Inverno, II. (Dämmerung)

o nella sera in rivolta che viene
in questa colpa comune, d’europa
in lotta tra fiere o iene, e che non teme
altro da vincere o perdere, o cupa
come mai – stretta in sé – morsa in catene
risorsa occidentale che dirupa
– a un’ora di ferro o di bronzo batte
o modella sé, quasi un’ombra, una botte –

*

da Inverno, III. (lamiere, realtà)

(strage di via D’Amelio, 19.VII.1992)

che ora d’incerta luce ci fu data
che ora –tra giorno e sera – dibattuta
attende la nostra vita ricolma
ora che entra, che sparisce senz’orma
o vago indizio ormai, ora che deflagra
bomba a bomba la città, la vita agra
a palermo – come a roma – s’impiomba
cede il campo – paga il dazio – s’inombra

*

da Inverno, V. (voci di muto amore)

la sala d’attesa dei raggi roentgen
era insolitamente deserta (oltre
la parete e la porta l’infermiere
armeggiante a giganti coni s’ode
al soffitto a travi appese di bende
di ferro fasciate isolanti) oltre
la parete dalla soglia dal muro
un silenzio infetto un suono puro

*

da Inverno, VIII. (diritto di rovescio)

capita a volta all’attenzione
involuto un paludato trombone
che si produce in lamentazione
elegia ecolalia in elevazione
civile o incivile questua consenso
gratificazione inane al dissenso
per ‘come saremo’ o ‘come eravamo’
“tutto qui l’intento? e stiamo come stiamo”

*

da Inverno, XI.

(le scavatrici, il taglione)

4.

i poeti speculativi
non passeranno alla storia
di domande avioprivi
oranti, in giaculatoria
i poeti intellettuali
non passeranno alla storia
non hanno più natali
a una ratio gregaria

*

(la tribù delle talpe)

2.

scaviamo e scanaliamo la struttura
del paese più reale – siamo le albine
per rabbia montate contro il regime
un poco daltoniche per natura
noi scaviamo segregate in clausura
siamo le irose le indefesse fiere
le inquiete eredi di primavere
rosse siamo le primule in radura

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si consiglia anche la lettura dell’articolo pubblicato su La dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta, a cura di Gianmario Lucini: QUI

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