Giorno: 18 giugno 2012

Anna Lamberti-Bocconi (poesie inedite)

1.

A ondate, ricordata dalla luce,
l’età dell’oro filtra nel presente
domenicale, a muovere la vita
come frusciando. Fedele, questa torcia
remota sempre accesa, che fa il giro
del mondo insieme a me
fissata con la cera su una spalla,
e che non ho mai visto per davvero,
se non riflessa nei carboni ardenti
e nei lampi degli occhi nella notte
e nelle labbra rosse che ho cercato,
fedele questa torcia mi sovrasta.
Porta l’età dell’oro nella pece
che cola lentamente, con tenacia
vischiosa, sulla schiena del tedoforo
ignaro che ha il mio volto; non ha effetti
sui mali della terra, ma lo stesso
fa profumo di resina e lambisce
vivi, morti e malati come uguali.

2.

Chi sente il flusso dei morti, la fiaccola,
il volo dello zucchero filato,
la lana, i soffioni, i ciuffi bianchi,
librati a poca altezza dal suo cuore
a roteare in cerchi ripetuti
sopra le scaturigini del mare,
quelle abissali fenditure fredde
da dove sgorga il sale senza fine;

chi ha l’aureola dei morti sopra il mare
irradia come febbre in nervature
di foglie, porta in sé l’ultravioletto,
i gesti dell’arare e seminare
astratti in invisibili scritture.
Chi sia: si allunga verso l’orizzonte
con un tributo teso, individuale,
dove tracolla il necessario amore.

3.

Piangevano vicino alla bocca
la salvezza maligna delle origini
una signora con la veletta
ricordò loro che l’ora scocca
ma loro non sentivano
erano troppo giovani
avvinti in una fretta pietrificata.

Nessuno dovrà vedere gli amanti
affinché non diventi sciocca
la loro distruzione del cuore
soltanto dall’uno all’altro
placando l’aspra sete tubercolare
gli amanti assoluti, solo impastati
come farina ed acqua diranno

delle parole insensate se non in gola
nel gioco del ruggito, del miagolio
il tributo infinito al dio dell’oblio
mentre il gatto ammaestrato sbanca
con numeri da circo spettacolari
il fratello esiliato pulsa
la sciagura si piaga, suppura.

Come miele su neve calerà la morfina
un tappeto dorato sul bianco d’atomi
e lì sotto gli amanti che affondano
annegavano senza morire bevendo
quei profondi singhiozzi di redenzione
e l’amore sognava e svaniva
e sanava dimenticando.

4.

Guardando le verdure,
il loro disfacimento composto
di fronte alle procedure,
mi chiedo se si può
dire di no alla morte:
se piano, se più forte,
se solo per amore.

5.

Ho in me delle culture, pesco a sorte
dopo mi taccio, o mi addormento, o crepo.
Quanto è grandioso il Novecento o indietro
tutti quei libri che mi son bevuta,
cose guardate a caso sui giornali
ecco Picasso la tauromachia
le rupi incise ecco guardare ancora
Hemingway cacciatore, e si credeva
tanto vitale, il mito dell’eroe
il maschio bevitore, vezzeggiato
dalle infermiere o solo nella giungla:
quanto niente che resta, che frontiere
da saltare a piè pari come lepri.
I professori di letteratura, o
“dell’impotenza”: me lo sai spiegare?
Dice (ma chissà chi): “Tolstoj è un gigante”.
E no, Tolstoj è normale, dico io.
Se fossimo più in gamba scriveremmo
cose enormi anche noi, ti metti lì
e pensi e scrivi e vivi, hai dei quaderni
la penna d’oca forse, sei persona
piena di serietà, non hai la tele,
non ti diverti a fare le cazzate
stai solo con le donne e i contadini.
Tolstoj si sdraia sul prato di giugno
e sente il sole sopra e fra la terra
e il fuoco c’è il suo corpo di gigante.

6.

Come il cane che ha strappato il guinzaglio
il palloncino che si è strappato dal filo
se ne vanno nell’atmosfera corrono via
nella dissoluzione irrimediabile
e il bambinetto si è strappato il cuore
suonano male anche nei versi queste cose
non sono musicali da scrivere o dire
accadono per il male ed è incredibile
l’attimo, solo un attimo, e il prato è verde
uguale, il cielo è dipinto uguale eppure
la morte ha morsicato e quello
avrà sì e no cinque anni e non guarirà mai più
ha i pantaloni corti, è per mano a suo padre,
è una bambina, piange all’asilo, è molto bella,
è orfano, è musone, si picchia con tutti,
sono gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta
si srotolano in eterno le fratellanze invisibili
stagliate nella pietra degli incidenti da niente
ti ricomprano il palloncino, riprendono il cane
tutto va a posto tranne il dolore-terrore
il cuore resta crepato non combacia più bene
e infine siamo qui grandi, a recitare fra la gente.

7.

Sei tutti quei ruscelli
quelli dove nascevo
che poi li avrei rimpianti e ricercati
ce li avevi negli occhi
ce li avevi tra i seni
che poi tutta la vita li avrei pianti
i cieli illuminati
i fiori ai camposanti
che avrei pensato “Non è mai finita”.

8.

STIGMATA

Mi sbalordisce il senso della piaga
la piega tumefatta della mano
che con raggio di luce mi ha falciato
il dio, come la morte fa col grano.

Ulcera che dissangua, rossa inedia,
io non avrei creduto alla tua mira,
questo perfetto buco in mezzo al palmo,
né avrei creduto a tanto grande amore.

Ti prego e mi inginocchio, mio Signore
ti mostro i segni aperti, a specchio, guarda!
perché tu ti rifletta portentoso
nella ferita che hai portato in vita.

Scorrerà come fiume tra le dita
la linfa di carminio che mi hai dato
tutto questo liquore liberato
suggellerà in un bacio l’uomo e il dio.