Giorno: 10 giugno 2012

Fuori di testo (nr. 22)

Il regno delle Fate

Una signora non più giovane sorride alla fermata del passante per Milano.
Io che raccolgo le mie cose e con lo zaino scendo giù dal treno pieno.
Ci sono facce variopinte, polizia, non c’è bisogno di vetrine colorate
o forse sì ma solo come una finestra per il regno, per il regno delle fate.
Ed una rossa col cappotto che sorride al fidanzato che non vedo
e gli sorride e lo saluta e d’improvviso piglia e sale sopra il treno.
Io non li guardo mentre bacia il suo ragazzo ma si vede che lo ama per davvero
come si vede la stazione di Lambrate e di Milano Rogoredo.
E sono un re, ma sono un re che si dimentica le cose per la strada.
E sono un re ma sono un re che si dimentica le cose ovunque vada.
E una ragazza nigeriana coi capelli che ha rubato ad una decalcomania
e il pendolare col portatile che dorme ancora un po’ prima di scendere a Pavia
e due surfisti grunge che han girato il mondo e che non fanno che parlare.
Io che li ascolto assorto come i contadini di una volta se gli parlano del mare.
E questa gente con filmini, penne laser, colle cuffie dei computer
e questa gente sta imparando a compitare nuove lingue sconosciute.
Se gli dicessi che li odio non lo so se mi saprebbero capire
ma se gli urlassi in faccia che li amo chi lo sa se mi starebbero a sentire.
E sono un re ma sono un re che è stato già ghigliottinato dalla noia.
E sono un re ma sono un re che non ha niente a che vedere coi Savoia.
E questi strilli di bambini capricciosi che le madri stanno presentando a Erode
e questi cori di bambini dentro i tori di ceramica che bruciano nel nome delle mode.
E quanta polvere negli occhi e tutt’intorno, non sai più dove guardare…
le targhe alterne, le bandiere della pace nel monossido che sale.
Emergeranno tutti i topi dai tombini fra la gente che si fa le ultime pere,
occuperanno tutti quanti i posti chiave delle leve del potere.
Allora sì che rideremo quando tutto sarà immenso come un grande carnevale
e rideremo e bruceremo quei fantocci che vederli ci fa male.
Allora sì che leggeremo tutto il mondo come fosse in filigrana
e sarà bello ad ogni brivido vedere come tremerà la scena.
Staremo lì sotto le stelle sparse in cielo come un chilo di farina
e batteremo i piedi a tempo al freddo, dall’erogatore di benzina.
Ed entreremo in qualche cinema da pruxe dove ruscano gli amori
ed usciremo da quel cinema e sapremo che eravamo noi gli attori.
Max Manfredi
(da “Luna persa”, 2009)

vecchi ritagli di giornale: Perché Eluard scelse “i colori della Francia” (post di Natàlia Castaldi)

L’Unità – 28 luglio 1976

– itinerario del poeta dalle posizioni surrealiste all’impegno civile nel tragico 1940, data dell’occupazione nazista –

Paul Eluard – poesia ininterrotta – introduzione e traduzione di Franco Fortini, pp. XI-105, lire 1.500

di Nino Romeo

***

.

Dalla assoluta autonomia della poesia rispetto all’avvenimento, secondo un più volte conclamato assioma surrealista, ad un far poesia come partecipazione delle pene degli uomini: questo, l’itinerario di Paul Eluard. Con Aragon e altri, nel periodo tragico della storia di Francia (1940), fu con coloro che difesero l’ “onore dei poeti”.
Usciti da un esausto conflitto tra il potere dello spirito e i condizionamenti della vita, i poeti surrealisti non potevano più limitarsi a denunciare l’assurdità del mondo; e, quindi, nei momenti più tragici della loro storia, dovettero risolvere ognuno per proprio conto quella antinomia. E allora: bastava, per i surrealisti, dichiararsi “agitatori dello spirito” e propugnare un concetto di rivoluzione inteso a creare “un misticismo di nuovo genere”, secondo una Dichiarazione del 27 gennaio del 1925 di Raymond Queneau?
Sul piano politico, essi temevano di concretizzare il loro ideale di “rivoluzione totale” assieme o a fianco degli “specialisti” della politica, come si diceva.
Apparve evidente che non era possibile speculare più a lungo sui dati dell’esperienza interna o sui risultati dell’ “automatismo psichico” – come teorizzava Breton. Il dilemma che si poneva era semplice: liberazione dello “spirito” che precede l’abolizione delle condizioni borghesi della vita materiale e indipendente da essa? oppure: abolizione delle condizioni borghesi come condizione necessaria della liberazione dello “spirito”? Una tale proposta critica veniva, nel 1926, da Pierre Naville, uno del gruppo di Breton. E’ l’inizio della crisi del movimento. Così, prima ancora dell’inizio dello scoppio della seconda guerra mondiale, si vennero definendo con maggiore chiarezza i rispettivi campi d’azione: da un lato, c’è chi, menando scandalo, volle identificare rivoluzione della letteratura e rivoluzione sociale (Eluard, appunto, Aragon e altri), chi, cioè, nasce poeta nel momento della catastrofe e sceglie la clandestinità; dall’altro, chi preferendo l’esilio si preoccupa solo di riunire le sparse forze del movimento surrealista, uscito piuttosto smerlato dal drammatico precipitare degli eventi bellici.
Dai campi inesplorati del “meraviglioso” si passò ai campi di una lotta senza quartiere al nazi-fascismo: era il “mondo reale” che chiamava il poeta a esaltare “i colori della Francia” in una ritrovata unità nazionale, come ebbe a dire Aragon.
Eluard, dopo la sua peraltro feconda stagione surrealista, fece la sua scelta. La Guerra di Spagna lo convinse ancor più che i poeti sono, come tutti gli uomini, “profondamente radicati nella vita comune”. Una poesia, la sua, che si ispira alla realtà dell’amore e che diventa, poi, secondo le circostanze, solidarietà verso gli uomini, canto di libertà che al nome della donna associa il sentimento comune di una presenza ben più grande: la liberazione della Francia dallo straniero.
Per una certa critica che non vuole compromettersi, ancora oggi, Eluard rimane solo “il poeta dell’amore”. Di che specie d’amore si tratti, bastano queste pagine di Poesia ininterrotta, dedicate a “coloro che leggeranno male e a coloro ai quali non piaceranno”, per fugare l’inconsistenza di simili dubbi; ma per ribadire, soprattutto, che Eluard non ha mai cessato di considerare la poesia come partecipazione del “mondo trasformato che abbiamo sognato”.
Simile a quelli che ama, Eluard ascrive a suo merito l’impegno a decomporre “gli alfabeti compilati / della storia delle morali” e a confidare al suo canto la sostanza non ambigua di una certezza immanente alle speranze degli uomini e al loro essere felici su questa terra. Non aveva egli forse cantato:

“Compagni minatori io ve lo dico qui
Questo mio canto è vano se voi non avete ragione” (?)

Una riedizione necessaria, questa Poesia ininterrotta.

***

Queste pagine io le dedico a coloro

che le leggeranno male e a coloro ai

quali non piaceranno

*

(da pag 29 ultima strofa e seguenti fino a pag 45 dell’edizione della Bianca del 1948)

.

Nulla da odiare né da perdonare

Nessun destino illustra a noi le tempie

Nella tempesta noi deboli siamo

L’ago ch’è più sensibile

Noi la ragione della tempesta oh immagine

E contatto perfetto

Nostro luogo è lo spazio

Nostro orizzonte è il tempo

.

Sassi su una via battuta

Erba come un ricordo incerto

Cielo coperto notte che presto discende

Qualche vetrina inaugura i suoi lumi

Porte forate finestre aperte

Sopra gente sbarrata

Un piccolo bar venduto e rivenduto

Apoteosi di cifre

Di noie di mani sporche

.

Un disastro profondo

Dove tutto è contato anche la tristezza

Anche la derisione

Anche la vergogna

E’ inutile il lamento

E’ idiota il riso

Il deserto di macchie s’allarga

Più che sopra un sudario

.

Gli occhi sono spariti gli uccelli volano bassi

Non c’è più rumore di passi

Il silenzio è come un fango

Per i progetti senza domani

E ecco un bambino grida

nella gabbia della sua noia

Un bambino rimescola cenere

Nulla di vivo si muove

.

Io certifico il reale

Io sto attento alle parole

Non voglio sbagliarmi voglio

Sapere di dove parto

éer serbare tanta speranza

Le origini mie sono lacrime

E fatica e dolore

E nessuna bellezza

E nessuna bontà

.

Il lamento di vivere e l’amore avvilito

M’han generato nella miseria

Come un murmure come un’ombra

Morranno sono già morti

Ma vivranno gloriosi

Arena nel cristallo

Suo malgrado nutriente

Più lucente che al sole

.

Il  lamento  di  vivere

.

Ma io non ho lamenti

Più nero più pesante è il mio passato

Più leggero più limpido è il bambino che ero

E quello che sarò

La donna che proteggo

La donna che mi affida

Un’eterna fiducia

.

Come donna solitaria

Che disegni per parlare

Nel deserto

Per volere innanzi a sé

Tra delizie e capricci

Abbandoni e promesse

.

Semiaperta alla vita

Sempre orlata di azzurro

.

Come donna solitaria

Perché è stata l’una o l’altra

E ciascun elemento

.

Io saprò disegnare come le mani sposano

La forma del mio corpo

Io saprò disegnare come la luce penetra

Nel fondo dei miei occhi

.

E farà il mio calore distendere i colori

Sul letto delle notti

Sulla natura nuda dove occupo un luogo

Più grande dei miei sogni

.

Dove son sola e nuda e sono l’assoluto

Definitivo essere

.

La prima donna apparsa

Il primo uomo incontrato

Fuor del giuoco dov’eran confusi

Come dita d’una mano

.

E la prima donna estranea

Il primo uomo sconosciuto

Il primo dolore squisito

E il primo piacere panico

.

La prima differenza

Fra esseri fraterni

La prima somiglianza

Fra esseri dissimili

.

La prima neve vergine

Per un bimbo nato d’estate

Il primo latte alle labbra

D’un figlio di carne di sangue segreto

.

Rovi di rose e di spine

Strada di terra e di sassi

A cielo ardente cielo di cenere

A freddo intenso testa chiara

Roccia di pesi e di spalle

Lago di guizzi e di pesci

A giorno tristo bontà paziente

A mare immenso vela pesante

.

E scrivo per segnare gli anni e i giorni

L’ore e il tempo degli uomini

E le parti di un corpo comune

Che ha il suo mattino

Meriggio e mezzanotte

E di nuovo è mattino

Inevitabile adorno

Di forza e debolezza

Di bellezza d’orrore

Di riposo gradevole di luce miserevole

Di gloria provocata

.

D’un mattino che nacque da un sogno la potenza

Di guidare a buon fine la vita

I mattini passati futuri

Organizzando il disastro

Sperando dal fuoco la cenere

.

D’una casa le luci naturali

E i ponti sull’alba levati

D’un mattino carne nuova

Carne intatta tutta speranza

Dentro la casa come

.

Un ghiaccio che si scioglie

Della felicità impietosa lo sguardo

Gli occhi piantati forti sulle gambe

Nel vapore della salute

Felicità come regola

Come coltello spietato

Che taglia ogni cosa

Non la necessità

.

D’una famiglia il cuore rinchiuso

Inciso d’un nome qualunque

.

Di un riso la virtù come in un giuoco

Dove nessuno perde

E montagna e pianura

Esatte calcolate

Un dono contro un dono

Beatitudini nulle

.

D’un rogo le campane d’oro di lente palpebre

Su di un paesaggio infinito

Voliera dipinta nel cielo

D’un seno immaginario peso senza riserve

.

E d’un ventre accogliente pensiero irragionevole

E di un rogo le campane d’oro dai fondi occhi

Su un volto grave e puro

D’una voliera dipinta in celeste

Dove gli uccelli son spighe di grano

Che gettano ai poveri l’oro

Per Entrar prima nel nero

Nel silenzio dell’inverno

.

D’una via l’immagine

Che mi ha sfigurato

Per amor di tutti e tutte

Sconosciuti nella polvere

Solitudine mia assenza mia

.

D’una via senz’uscita

Né saluti

Vitale

E che pure ci consumi

Vietato anche l’incontro

.

Della stanchezza la bruma

Prolunga cenci e noie

Nel profondo del petto

Vuoto alle tempie spente

Crepuscolo delle arterie

.

Della felicità la veduta chimerica

Come all’orlo di un baratro

Quando una grossa bolla

Bianca vi esplode in testa

E libero è inutilmente il cuore

Ma di quella che fu gioia promessa

E che per due s’inizia

Già la prima parola

E’ confidente ritornello è contro

La fame e la paura

Un segno di raccolta

.

D’una mano composta per me

E cosa importa se sia debole

Questa mano raddoppia la mia

Per legar tutto liberare tutto

E addormentarmi e risvegliarmi

.

E di un bacio la notte di grandi umani rapporti

Un corpo accanto a un altro corpo

Notte di grandi rapporti terrestri

Notte nata dalla tua bocca

Notte ove nulla si separa

.

[…]

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