Giorno: 5 giugno 2012

Come leggono gli under 25 #10: Patrizia Valduga, Libro delle Laudi

la mia passione per la psichiatria// per le parole, più che per le immagini/ per la giustizia… per la poesia.//Sull’’ultima’ Valduga

di Alessandra Trevisan

Io sempre al limitare del mio niente
ti ho esasperato, ti ho fatto ammalare.
Ti ho sperperato i battiti del cuore
per far battere il mio senza tremare.
E il tuo amore per me forse è finito,
mentre il mio è ancora tutto da fare.
Amore caro, amore malamente,
sono guarita. Vuoi ricominciare?
(p. 24)

Il Libro delle laudi (Einaudi, 2012) di Patrizia Valduga e sua raccolta recentissima riassume il significato del suo percorso sino ad oggi e il dolore per la malattia e la perdita del compagno e poeta Giovanni Raboni (scomparso nel 2004), conferendo e dando ad esso ‘corpo poetico’ a tre dimensioni: le liriche infatti sono un amalgama di sofferenza, disagio dello stare nel mondo durante e dopo, e il dubbio e la frustrazione dell’essere ‘cosa-non-si-sa’: «Forse dovrei imparare a separare…/Ma tutto è unito… sono tutta unita…// sostanza e tempo sono inseparabili,/come misura e moto, organo e vita…// Avessi mani sopra tutto il corpo/ e labbra sulla punta delle dita/ o fossi straripante come i fiumi…// inonderei di ferita in ferita/ la vita che mi sfugge volteggiando/ sopra l’infanzia mai finita…//».
C’è uno sguardo che taglia, spacca la vita, si sente la ferocia della verità in endecasillabi, si sente la poesia nella vita prima che su carta: l’amore è centro, è collante primo, sempre gratuito e così viscerale che si configura spigolo dell’altezza, della larghezza, della profondità di una relazione e della poesia. Si pensi alle precedenti raccolte dell’autrice, in particolare alle Cento Quartine e altre storie d’amore (Einaudi, 1997): le oscillazioni dell’io e del tu lì si tormentano per trovare infine una casa – a mio avviso – nella camera da letto sempre evocata, che figura qui tuttavia come spazio claustrofobico e finale, in cui l’esistenza non è (quasi) più, con riferimento forse ad Attilio Bertolucci e al suo poema La camera da letto (Garzanti, 1984-’88) «cuore della casa, in cui si nasce e si muore e c’è anche quell’accadimento necessario, che è l’amore coniugale […] questo soggetto privato si è rivelato […] capace di parlare a tutti (http://www.scrittoriperunanno.rai.it/video.asp?currentId=268)».
Dare giusta collocazione alle cose e alle persone, mettere ordine alla disperazione, plasmarla e (ri)plasmarsi così: sono queste la ‘giustizia’ e la perseveranza che armano la poesia di Valduga, che non è una poesia ‘alta’ ma una “fioritura di libertà” secondo Andrea Zanzotto (http://www.youtube.com/watch?v=VZ3aGoeuMb8), di certo una poesia che si spinge al di là, come in punta di piedi e con le mani al cielo, in un esercizio di ginnastica o danza contemporanea. È soprattutto un cercare indietro, un rimestare limpido che cavalca sulle rime baciate e il ritmo incalzante, verso la Laude di Jacopone Da Todi per esempio, e cerca anche lì un senso, oltre che a dialogare con Le canzonette mortali di Raboni (scritte nel 1983) proprio a lei dedicate, re-impastando alcuni versi nei propri; è un fare con essi l’amore, restituendo dignità all’impulso (dell’atto e all’impulso) ‘selvatico’ poetico.

 

Nel fare e disfare poetico, Il Libro delle laudi

di Maddalena Lotter

Forse dovrei imparare a separare…
Ma tutto è unito… sono tutta unita…
[…]

(Patrizia Valduga)

Il Libro delle laudi (Einaudi 2012) si inserisce nella produzione poetica di Valduga come una raccolta fortemente segnata dalla dedica iniziale a Giovanni, infinitamente amato. In realtà, pur essendo l’amore per Raboni il nucleo che ha dato un titolo alle liriche, l’argomento filo conduttore molto più sottile passa da un’indagine degli affetti a un’autoanalisi del sé, cioè dall’esterno all’interno della relazione umana (e viceversa); già in precedenza Valduga si presenta come una ricercatrice delle dinamiche fra l’universo interiore e l’universo altro: “Dolore della mente è il mio dolore… / per il mio mondo… e per l’altro maggiore…” (Prima antologia, Einaudi 1998), e ritengo importante soffermarsi sul valore di questo “viaggio” di separazione dal sé nell’incontro con l’altro da sè, in questo farsi e disfarsi della parola che, rivolta ora all’amato, diventa corpo, carne, sesso: “Ti sento in me, ti voglio dentro me, / fatta di te, parola per parola.” (p.53). La poesia di Valduga è la parola che si fa messaggera, come una palla che viene scagliata (è il caso delle invettive) o gentilmente passata (quando si rivolge al poeta Raboni), è la parola che diventa spazio di transito spontaneo dal dentro al fuori per i pensieri, le emozioni. E’ poesia di fluidità, laddove si intende la “ricerca poetica come una conquista di un’autonomia” (A. Zanzotto) che definisca il confine tra l’io e l’altro, tra l’io e il paesaggio; anche l’amore, nelle laudi di Valduga, è un panorama: “Di luce in luce vengo verso te, / e la luce si fa sempre più chiara. (p.59)” In quell’orizzonte si muove la parola, ed è una parola spesso confusa ma al contempo perentoria (come quella degli oracoli) che non lascia spazio al vago, all’indefinito di leopardiana memoria: il tessuto poetico di Valduga percorre il paesaggio dell’anima nel tentativo di darvi una definizione, non di illustrarne la complessità, che è semmai una prerogativa ottocentesca. Lo struggimento di fronte alle emozioni umane non è contemporaneo; contemporanee sono la consapevolezza, la definizione: “Sperare è dubitare con amore” (p.44), “Sì, mi sono sentita sempre sola, / perdutamente, disperatamente…” (p.38), e in questo conferma di essere, quella di Valduga, una parola-oracolo del sé.