Mese: giugno 2012

Gianni Montieri – Friuli

FRIULI

I

Poi  è calata la sera, la gente
si è seduta in silenzio (disposta
su panche, o su sedie portate
da casa) ad ascoltare poesia
qui le lingue si mischiano:
lo sloveno, il dialetto friulano
il ceco, quindi l’italiano
accade nelle terre di frontiera
tutto si fonde in una nota sola
nelle strette di mano date dopo

è tarda notte quando Francesco
dice: “Felice d’averti conosciuto
di persona” sento che è vero
allora dico o penso: “Anche per me”.

II

Cormòns: i nomi qui sono così
a volte manca la vocale in fondo
c’è terra tra una casa e l’altra
luce verso le montagne
ti giri nel sonno e sussurri:
“Ci vorremo bene per sempre?”
e io dico “Sì” poi lo ripeto
sorrido, il chiaro filtra da fuori
ti stringo e penso a domattina
quando a colazione negherai
d’averlo detto e dividerai la torta
a metà come un confine, la linea
del letto attraversata, o l’amore
senza barriera, un passo prima
o dopo la dogana del perdono.

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inedito giugno 2012

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.2 di Alessandra Trevisan

Come se, ogni giorno
fosse uguale al giorno prima
fosse come il giorno prima.
Come se, Subsonica

Nel 2004 Giuseppe Culicchia pubblica per Garzanti un romanzo dal titolo Il paese delle meraviglie, nel quale ritrae i conflitti giovanili dei nati nel baby boom, tra ideali che si stanno formando, paure, violenza e punk music: protagonisti i quattordicenni Attila e Zazzi, due liceali alla scoperta della vita negli ‘anni di piombo’; tutt’altro che meraviglioso, il loro mondo è piuttosto malinconico e si sgretola con facilità. Culicchia scatta la polaroid d’un Paese che sta mutando e, in una sorta d’inversione, scrive il prequel del suo esordio, ossia ancora un romanzo di (pre-)formazione, rito iniziatico verso l’amara età adulta, corale, appassionato, irriverente, com’è il punk. E in questo solco nuovo che Walter – il protagonista di Tutti giù per terra (di cui si parla nell’articolo vol.1)-, vive e ri-vive, ma sempre ‘al singolare’ perché la solitudine è la condizione imprescindibile del presente, e porta a compiere un oltre-passaggio.
Il paese delle meraviglie consacra Culicchia al grande pubblico, e permette il transito ad un terzo volume dell’ideale trilogia ‘la meglio gioventù torinese’, ossia Brucia la città (Mondadori, 2009): il romanzo narra ‘una storia d’asfalto’, quella di Iaio, trentenne giovane dj di buona famiglia, che trascorre le sue serate tra musica, modelle e molta droga, in attesa di una nuova festa, di una ‘notte bianca’ che infiammi la città. All’università preferisce l’ozio, le notti all’interno del Quadrilatero Romano e in molti appartamenti della ‘Torino che conta’, in cui si consuma, a poco a poco, la fiamma di una vita sprecata: il desiderio di sballo è portato all’estremo ogni notte in un montaggio di flashback e ricordi di Allegra, la fidanzata scomparsa. La narrazione e la lingua di Culicchia sono ‘acide’, fatte di ripetizioni meccaniche anche nella scrittura stessa (si leggano le pagine dedicate alle bariste ‘seriali’ che lavorano nei locali del centro); la vita è bucata, e vige l’incapacità di colmare i vuoti di senso – enormi – che la aggravano. Iaio e i suoi amici Zombi e Boh vivono ‘i giorni tutti uguali’ della citazione in calce e sono personaggi di una realtà ‘spostata’ ed analoga a quella de I ragazzi dello zoo di Berlino trasportata nella postmodernità tra sesso, cocaina, alcool e pasticche; la violenza è qui assunta ad ordinarietà. Avrò comunque modo di ritornarci presto, su questo romanzo.
La Torino urbana e post-urbana di Culicchia, che respira un’ansia da prestazione nella sua nuova veste post-industriale, la si sente vibrare appoggiando i piedi sul marciapiedi: in quel grigio rilucente rimbombano i suoni di synth e le particelle elettroniche rimbalzano sull’asfalto e s’infiltrano nel corpo . È una realtà ultramoderna, descritta anche nei testi di uno dei gruppi più significativi del panorama cittadino odierno, i Subsonica. Parlare di letteratura torinese non prescinde da un’incursione nei loro testi, poiché la focalizzazione tematica è molto simile. Coerentemente tramite frammenti, ecco alcune riflessioni sull’essere giovani, il vivere la precarietà, l’immergersi nella quotidianità e nell’alterità, la veemenza e l’intransigenza, e soprattutto un modo di raccontare l’oggi in piccole folgoranti formule che s’incollano addosso a chi le ascolta.

Forse è così, io vivo fuori tempo;
è vero ciò che sento sotto pelle,
è come una costante sensazione di
mancata appartenenza
(Cose che non ho, in Subsonica, 1997)

L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno […]
Come fare a coniugare un verbo al futuro
Quando il futuro è solo appalto di tenebra
(Piombo, in L’eclissi, 2007)

Presentificare lo status di dispersione del sé, in tutte le sue forme: questo lega i Subsonica a Giuseppe Culicchia. Ma sono soprattutto due le specificità introdotte dal narratore torinese con il romanzo del 2009: la prima è l’incapacità di crescere o la mancanza del raggiungimento di un’adultità, conflitto aggiornato al Duemila e non valicabile; siamo dunque all’opposto di ciò che accade ne Il Paese delle meraviglie, in cui Attila e Zazzi maturano in fretta poiché vivono esperienze ‘formative’. La seconda invece è il ribaltamento del concetto di dolore della generazione anni ’90 quella di Walter: si ricordi il ritornello «Pain, pain, pain» di You know you’re right dei Nirvana, che si può parafrasare in «soffro dunque sono», rielaborazione contemporanea del ‘cogito ergo sum’ cartesiano. In Culicchia la sfocatura della realtà è accelerata: Iaio e gli altri non solo non diventano mai grandi ma non soffrono più perché non ‘sono più’ o sono ‘nessuno’. Il presente li ha fagocitati sino a far perdere loro il volto, uomini senza futuro perché senza identità.

***

note:

*A proposito di punk, si veda il saggio di Greil Marcus Tracce di rossetto, Bologna, Odoya, 2010, che rapporta questo genere agli altri fenomeni d’avanguardia del Novecento.

*Si consulti a proposito di Bruci la città C. Taglietti, Culicchia processa Torino: vacua, perversa e drogata, in «Corriere della Sera», 30.01.09, <http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/30/Culicchia_processa_Torino_vacua_perversa_co_9_090130082.shtml&gt;. un volume del 2006 per Mondadori del giovane autore Marco Mancassola, Last Love Parade. Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni.

*Per chi vuole uno sfondo uguale e opposto a quello di Bruci la città, eccolo in Novalis di Giorgio Fontana (Marsilio, 2008).

*You know you’re alright è un singolo postumo dei nirvana, del 2002, ma scritto almeno dieci anni prima; si tratta di una canzone-testamento, quasi una chiave di volta per comprendere la filosofia di questo movimento.

***

Se lo state cercando, il vol. 1 di questo focus su Culicchia è qui!

NUOVE STANZE – Andrea Accardi

Quando lasci una casa

considera le cose che perdi

tra quelle meno essenziali.

Il vecchio cesto in cui si accumulano

i giornali, lo specchio che non ti vedrà

più riflesso, gli angoli dove non hai

mai messo piede, la vista di altalene

irraggiungibili dalla finestra.

In principio era la luce

del montacarichi alto undici piani

visto dal fondo di un sedile.

La scoperta del mondo comincia

dalle case, misurate a colpi d’anca

sugli spigoli, svanite e ricreate

in una frescura di piani

tra riflessi minerali e odori acri

d’ascensori (un gatto morto

in mezzo ai tulipani)

fino al ricordo improvviso di una voce.

La sala da pranzo inondata di luce

tra i vetri (è un grande acquario

l’infanzia), cuscini per terra

libri troppo in alto, tegole lontane.

C’è di mezzo il ricordo

del tuo corpo, la sua presenza

in quelle stanze, l’immagine

senza suono che assecondava

le pareti, coinvolta nella catastrofe

dell’abbandono.

Poi sono corridoi di specchi

scuole, strade, registratori

che battono cassa, palloni

rondini che non fanno primavere.

Qualcosa si è perso

e ti separa da tutto

vernice su vernice

strato dopo strato

i luoghi che lasci li abiti ancora

il tuo corpo è ricoperto di assenze.

Anche per questo soffri un poco

quando chiudi una casa

quando muoiono le stanze.

 .

***

 .

(Per fortuna una casa non resta per sempre un’astrazione.

Poi devi pagare il mutuo, gli affitti, la cauzione

firmare contratti con cura, arrivarci piano piano.

Non come me quella volta a Bruxelles

che mi feci fregare

da quel tipo mezzo italiano.

Ma un contratto è una cosa che va fatta da soli

e da solo mi sento sempre in pochi.

Il giorno dopo mi alzai tra cori di grilli

e scoprii che invece erano topi.)

 .

***

 .

Il comune Molenbeek-Saint Jean, in alto a sinistra

sulla mappa di Bruxelles-Capitale

una strada grande a due corsie

qualche pasticceria buona, il canale

per i traffici commerciali, la guardia medica.

Poi dietro le quinte cumuli di rifiuti

rottami d’auto, alimentari scadenti

facce brutte, lampioni spenti

bambini per strada, moschee

quel palazzo nascosto tra gli altri palazzi

uguali, il portone pesante e bianco

tra le ombre dei capannoni industriali

e dentro una stufa gettata nel cortile

tonfi di ratti sul parquet rigonfio

pellicce abbandonate negli armadi

fili e cavi senza prese, calendari

fuori moda, pacchi di pasta scaduta

ovunque sporcizia, vapori d’alcol

tracce d’umanità fuggita

o perduta.

Fuori la città non ha dolcezze

dura poco l’illusione dei call center

e delle lavanderie automatiche

sulla metro qualcuno legge

qualcun altro si nasconde

chiudono i negozi, cambiano i colori

delle vetrate in movimento

c’è una scarpa sul cemento, fiori

il palazzo di giustizia appare da lontano

enorme fra le impalcature.

Ti scrivo perché ho paura

più di quanto dovrei in realtà.

Nemici sono gli uomini

e nemica la città.

.

Solo 1500 n. 52 bis – L’originalità perduta

Solo 1500 n. 52 bis – L’originalità perduta

Radio Uno da mercoledì prossimo (memorizzate il giorno, verrà buono più avanti), con cadenza settimanale (memorizzate la cadenza, verrà buona più tardi), con puntate di mezzora (segnatevi la durata di ogni puntata, verrà buona a fine brano), manderà in onda un programma di poesia (segnatevi la parola “poesia”, ci serve per il giochino che stiamo facendo), in ogni puntata ospite un poeta diverso (segnatevi: ospite “poeta” per “ogni puntata”). Ora, se avete segnato tutto, provate a pensare se, e dove, avete già sentito le parti che ho indicato tra parentesi. Ci siete? Bravi, esattamente. Un programma che ha le stesse prerogative ma non le stesse finalità (evidentemente) va già in onda da due anni su Radio Ca’ Foscari. Naturalmente il programma Rai differisce (come i giochini della settimana enigmistica) di alcuni piccoli particolari, chi non li trovasse vada al sito di Radio Ca’ Foscari. Piccolo dettaglio (per aiutarvi): “l’ideatrice” e conduttrice del programma di Radio Uno, è stata ospite nel programma di Radio Ca’ Foscari, in una delle ultime puntate di questa stagione, forse proprio nell’ultima, così c’è pure una logica prosecuzione temporale. Per carità mica voglio star qui a parlare di plagio. Potremmo dire che la voglia di diffondere, l’urgenza di poesia, è talmente grande che non ci sia il tempo di pensare, e allora si usa quello che c’è. Con qualche ritocco, s’intende; le famose “due dita di rimmel sotto gli occhi, prima di entrare in scena” di Vittorio De Sica.

Gianni Montieri

Solo 1500 n. 52: Storia di un’impiegata

Solo 1500 n. 52: Storia di un’impiegata

Stamattina (ieri per chi leggerà) è passata nel mio ufficio una collega. Persona gentile, che conosco da almeno dieci anni. La chiamerò N., per comodità. N. viene spesso a chiedermi delle opinioni lavorative, che a volte esulano dalla mia competenza. N. viene perché vive nel terrore di parlarne con la sua responsabile. Domandiamoci di N., che vita faccia, quale fatica la attraversi. N. è depressa, separata, uno o due figli. N. ogni mattina arriva da unpostoinculoailupi, nell’estremo piacentino (ma potrebbe essere bergamasco o cremonese). Il suo paese non ha la stazione, N. quindi con un altro mezzo di trasporto raggiungerà, per esempio, Piacenza, da lì prenderà un treno che la porterà a Milano. N. alle otto meno un quarto è già in ufficio, perché se sgarra con le coincidenze arriva dopo le nove. N. è un’impiegata normale: fa il suo. La guardi e capisci che non puoi chiederle di più. Ma se le spieghi cosa fare, come farlo, puoi star tranquillo N. lo farà, assalita da tremila dubbi, afflitta dalla paura di sbagliare. I dubbi di N. glieli togliamo io,  e qualche altro collega, che sa che potrebbe piangere da un momento all’altro, potrebbe star male. N. stamattina è entrata nel mio ufficio in lacrime, dicendo: “le ho soltanto fatto una domanda”. Conosco la sua responsabile non è una stronza, ma è arrogante e, di conseguenza, incapace. Per rispondere ai quesiti di N. bastano cinque minuti di pazienza e un minimo di gentilezza. Cose così, normali. Perché vi ho raccontato questa storia? Forse perché N. sono mille storie che passano senza lasciare traccia. N. ogni volta dice: “Posso offrirti almeno un caffè, per sdebitarmi?” rispondo sempre di no. Qualche volta mi lascia una caramella.

Gianni Montieri

Se San Giuliano fa gli occhi a mandorla (storie dal sud) – di – Marco Aragno

Se San Giuliano fa gli occhi a mandorla

Lo ammetto: era uno dei miei rifugi preferiti. Quando avevo bisogno di placare la mia astinenza da lettura, salivo in sella al mio 125 “sgarrupato” e mi tuffavo a Via Mario Pirozzi. Ai piedi del vecchio liceo De Carlo, lungo il confine fra Giugliano e Villaricca, l’Edicolé Mondadori mi annunciava con la sua inconfondibile cartellonistica verde che c’era un ritrovo per i lettori compulsivi, un angolo di provincia nel giro di venti chilometri dove noi drogati della lettura potevamo procurarci i nostri trip a base di libri. Così potevo far finta per un po’ di ritrovarmi in uno di quei luminosissimi bookstore del centro di Napoli o di Milano che ho sempre sognato di avere sotto casa. I miei acidi erano i racconti di Borges; la mia marijuana i volumetti di poesia novecentesca; la mia cocaina i saggi della Scuola di Francoforte. In quel piccolo tempio del piacere intellettuale, non potevo fare a meno di onorare i riti consacrati alla librofilia: passeggiare fra gli scaffali, estrarre alcuni volumi, aprirli come delle piccole bibbie, leggere qualche frase a caso. L’overdose libresca durava a lungo, finché una gentile commessa non mi risvegliava bruscamente dalla visione lisergica per annunciarmi l’ora della chiusura. Incalzato dalla fretta, non mi restava che fare la mia scelta fra i titoli che mi danzavano davanti agli occhi, acquistarne uno e portarlo a casa come una reliquia. Da generoso devoto di solito lasciavo la cassa con almeno un paio di volumi acquistati. Si può dire che un pezzo di Edicolé sopravviva fra le pareti di casa mia.

Quel piccolo miracolo a cui ho personalmente partecipato dal 2005 al 2011 si è dissolto nell’incubo della crisi. I millenni di letteratura che appesantivano gli scaffali del locale hanno lasciato il posto a magliette e soprabiti prodotti a basso costo che hanno viaggiato dentro container dall’Estremo Oriente. Al posto di copertine plastificate, adesso alcuni manichini mi guardano sinistramente dalle vetrine di quello che è diventato un  negozio di abbigliamento. I libri non sono stati bruciati per volontà di un’entità dispotica, come accadeva in Fahrenheit 451, ma sono stati semplicemente rimpiazzati con fibre e tessuti sintetici per effetto delle imprevedibili leggi di mercato.

Se provo a pensarci, in questo fazzoletto di periferia occidentale, i cambiamenti ci hanno sempre raggiunti di riflesso, ce li hanno imposti da fuori. Come i centri commerciali a ridosso dell’asse mediano, ammassati fra i vecchi campi agricoli e le baraccopoli dei rom, o il McDonald’s  sorto lungo la circonvallazione esterna, destinato ad improbabili automobilisti di passaggio. L’americanizzazione degli ultimi decenni si è compiuta confondendosi con i riti autoctoni, le tradizioni semi-millenarie della Madonna Della Pace, i rumorosi festeggiamenti del Santo Patrono. Un puzzle culturale dai contorni incerti, che ha prodotto immagini deformate di un post-modernismo in salsa provinciale, come la diretta televisiva del Volo dell’Angelo trasmessa dalla rete televisiva locale.

Ora è la crisi economica a pioverci addosso, congiunta al sinocentrismo che sta ridisegnando gli assetti geopolitici del Pianeta. I negozi a Giugliano chiudono i battenti, i cinesi penetrano nel tessuto economico locale, stipulano accordi con la criminalità organizzata.  Un flusso di cambiamenti che ti ritrovi davanti, senza neanche accorgertenene, mentre passeggi per caso a via Mario Pirozzi. In un giorno qualunque il bookstore che aspetti di trovarti all’angolo ha preso la strana forma di un negozio cinese. Venderà abiti a basso costo ai giuglianesi dissanguati dalla crisi. Pezze al posto di libri. Questo è il prezzo del cambiamento globale. Questo lo spread fra un passato confuso e un presente che non ci appartiene.

Marco Aragno

Fuori di testo (nr. 24)

Serenata

Amore mio dove sarai
a fianco del sole o a spasso col bene?
Tesoro mio mi schiudo a fianco
di tutti i sogni che son gli stessi che hai tu

Ferita mia scintilla che
riscateni il caos in fondo a me
la malattia mi stringe un po’
da quando ti, da quando ti ho rivisto

Amore mio mi sposto piano
intorno ai miei passi che sembrano i tuoi
tesoro mio mi fa più male
di quando ti amavo veramente

 

 

 

Alessandro Grazian
(da “Caduto”, 2005)

Viola Amarelli: Note su Winterreise – La traversata occidentale di Manuel Cohen (post di natàlia castaldi)

Note su Winterreise – La traversata occidentale di Manuel Cohen

Viola Amarelli

Winterreise - Manuel Cohen

Winterreise – Manuel Cohen

“Winterreise – La traversata occidentale” (CFR Edizioni, 2012) di Manuel Cohen nasce da una lunga gestazione e da una radicata, quanto dinamica, fedeltà alla poesia come prassi letteraria innanzitutto “politica”. Le coordinate temporali e spaziali del libro sono nette: gli ultimi tre decenni della nostra storia e l’europa (non a caso indicata con lettera minuscola, a fronte dell’Europa portiana, ad esempio), entrambi metafora del declino della civiltà occidentale. E’ del resto sul dove che s’incentra la prima sezione di questo poemetto, un dove anaforico che ricostruisce un paesaggio glaciale e afasico, proscenio ai successivi flash back che da Chernobyl alla caduta del Muro, dai Balcani al movimento studentesco della pantera, dalla guerra del Golfo ai migranti sino allo spaesamento ci restituiscono una vera e propria cronica scevra peraltro da ogni contingenza che non sia la dolente e sconfitta dignità umana.
La scelta stilistica dell’ottava rima, tipica della tradizione diegetica della nostra poesia, e la levigatezza estrema degli strumenti formali, (si pensi al leit motiv dell’o, usato paratatticamente nelle elencazioni ad accrescerne le possibili varianti e sospendere il climax, ma anche quale sotteso, incrinato, vocativo al lettore) vengono utilizzati con una perizia da studioso, qual è Cohen, e concorrono a trattenere nei calchi razionali dell’eredità letteraria l’estrema passionalità che innerva tutto il libro. Palese in questo metodo la lezione fortiniana, presente in sottofondo anche tramite il Tasso, che non a caso ha portato il poemetto alla vittoria del Premio Fortini 2011.
Nella limpidezza del dettato sono tuttavia presenti, e doverosamente citati, altri “maestri” non solo poetici: dalla Arendt a Volponi, da Bellezza ad Illuminati, passando per Luzi, Pasolini, Tondelli e Yehoshua, si dipana sottovoce e in controluce la vicenda apparentemente privata dell’esser fuori luogo e fuori gerarchie, la ricerca testarda di un terreno comune per dirsi e dire, qualcosa che unisce o separa – si tratti di tempo o di mare – ossimoro che sembra diventare endiade più volte affiorante nei testi del poemetto. E’ un connubio, simbolo della condizione umana, dove la dimensione storico-sociale sembra travolgere le istanze di qualsivoglia soggetto – politico o lacaniano -, istanze che peraltro mostrano una resilienza e reattività soprattutto nella seconda parte del libro, quando la passione diventa sferzante e sarcastica nel delineare gli anni berlusconiani e lo stesso milieu poetico, ritratto con tratti quasi espressionisti, salvo affidarsi, in un coerente finale “aperto”, alla marxiana tribù delle talpe. Poiché alla fine, in tutta questa traversata risuona – rielaborato in un dettato secco e sorvegliatissimo (la “parola precisa”, come giustamente scrive Lucini nella prefazione) – il lascito fortiniano più certo della poetica di Cohen : «La poesia/non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi».

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da Inverno, I (Winterreise)

dove tace chi ha vissuto
e la lingua, quando parla
dà notizie di piovaschi
sa di scrosci di rovesci
incontri sempre qualche muto
dove la neve, quando cade
dà notizie dal freddo
già in settembre, sa di bianco

*

da Inverno, II. (Dämmerung)

o nella sera in rivolta che viene
in questa colpa comune, d’europa
in lotta tra fiere o iene, e che non teme
altro da vincere o perdere, o cupa
come mai – stretta in sé – morsa in catene
risorsa occidentale che dirupa
– a un’ora di ferro o di bronzo batte
o modella sé, quasi un’ombra, una botte –

*

da Inverno, III. (lamiere, realtà)

(strage di via D’Amelio, 19.VII.1992)

che ora d’incerta luce ci fu data
che ora –tra giorno e sera – dibattuta
attende la nostra vita ricolma
ora che entra, che sparisce senz’orma
o vago indizio ormai, ora che deflagra
bomba a bomba la città, la vita agra
a palermo – come a roma – s’impiomba
cede il campo – paga il dazio – s’inombra

*

da Inverno, V. (voci di muto amore)

la sala d’attesa dei raggi roentgen
era insolitamente deserta (oltre
la parete e la porta l’infermiere
armeggiante a giganti coni s’ode
al soffitto a travi appese di bende
di ferro fasciate isolanti) oltre
la parete dalla soglia dal muro
un silenzio infetto un suono puro

*

da Inverno, VIII. (diritto di rovescio)

capita a volta all’attenzione
involuto un paludato trombone
che si produce in lamentazione
elegia ecolalia in elevazione
civile o incivile questua consenso
gratificazione inane al dissenso
per ‘come saremo’ o ‘come eravamo’
“tutto qui l’intento? e stiamo come stiamo”

*

da Inverno, XI.

(le scavatrici, il taglione)

4.

i poeti speculativi
non passeranno alla storia
di domande avioprivi
oranti, in giaculatoria
i poeti intellettuali
non passeranno alla storia
non hanno più natali
a una ratio gregaria

*

(la tribù delle talpe)

2.

scaviamo e scanaliamo la struttura
del paese più reale – siamo le albine
per rabbia montate contro il regime
un poco daltoniche per natura
noi scaviamo segregate in clausura
siamo le irose le indefesse fiere
le inquiete eredi di primavere
rosse siamo le primule in radura

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si consiglia anche la lettura dell’articolo pubblicato su La dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta, a cura di Gianmario Lucini: QUI

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Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.1 di Alessandra Trevisan

a Federico M., che m’aiuta a leggere il mondo.

Molto spesso il mio essere sociale
presuntuoso si chiude in bagno,
a pettinare tutte le sue noie
che sono funzionalità.
Rachele, Moewy

Alienazione, mancanza di centro e di senso, insoddisfazione sono i tre focus di Tutti giù per terra. Uscito nel 1994 per Garzanti questo romanzo narra il disincanto e il tentativo di interpretare la realtà di Walter, ventenne studente di filosofia a perditempo nella Torino tra anni ’80 e ’90. Squattrinato e straordinariamente ‘normale’, annoiato e solo, Walter vive in un quartiere popolare, è figlio unico e incompreso in famiglia, e può contare solo sulla progressista zia Carlotta, punto di riferimento per la sua maturazione. Una vera opera cult di fine secolo questa (assieme alla coeva Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi), che ha segnato l’esordio del giovane Giuseppe Culicchia, e da cui il regista Davide Ferrario nel 1997 ha tratto l’omonimo film con colonna sonora dei C.S.I. Classe 1965 e allievo di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia ha sempre perseguito una carriera letteraria autonoma e quasi del tutto Torino-centrica: dal lato opposto rispetto al noto fenomeno dei Cannibali ha proseguito il postmoderno tondelliano, pubblicando alcuni romanzi generazionali molto significativi che inquadrano letterariamente utopie, illusioni, necessità e speranze di almeno due intere generazioni, e che lo avvicinano dunque a opere di autori coetanei o quasi. In Culicchia c’è la frammentarietà dell’esistenza ultramoderna, c’è il nichilismo volgarmente inteso, la complessità dell’incrocio tra vita e ‘comunicazione multipla’ dettata dai mass media, e c’è in particolare in Tutti giù per terra una sfocatura del reale vissuto freneticamente ma senza direzione. Si veda l’incipit, a pag. 13:

Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. […] ero solo libero di non far niente. […]
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. […] Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo cui aggrapparmi. Senza più niente da vedere.

 

Walter vaga senza meta alla ricerca di un’identità, si sente senza scopo, è smarrito in se stesso, e la città non è altro che un grande contenitore che lo rinchiude. Torino è decadente e isterica: è una città malata, e Davide Ferrario ne mette in scena l’agonia con un montaggio sperimentale e avveniristico, che segue un ritmo rock ‘n’roll e dà maggior verità ai conflitti di Walter, la cui rabbia è costantemente repressa, la cui quotidianità precaria è accettata passivamente: Walter è la ‘meglio gioventù’ figlia di un tempo in cui vige l’apatia, in cui non ci sono spinte ideali né alternative, se non la noia nei confronti di ogni cosa. Un tempo attuale, dunque. Negli stessi anni ad Aberdeen, nello stato di Washington, USA, Kurt Cobain urla il proprio dolore: la periferia è lenta, grigia, senza futuro (ancora); ha le sembianze ‘al limite’ descritte nel romanzo di Tommaso Pincio Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), ha la stesso sapore che lasciano sulla lingua i versi di Morire di noia di Giorgio Canali. Il grunge di Cobain e di quella generazione è ancora oggi la forma di rabbia giovanile a noi più vicina nel tempo, una ‘presa di coscienza immatura della musica e della realtà’, una ‘distorsione della gioia di vivere’ che invade la vita, la segna e resta dentro. Nel suo romanzo d’esordio – primo di una sorta di trilogia inversa di cui parlerò, approfondendo quest’interpretazione, nel vol. 2 e nel vol.3 – Culicchia incrocia non solo l’anima grunge ma anche l’anima d’un altro movimento che non aveva esaurito il suo potenziale violento-ossessivo-macina realtà: è la controcultura punk, che a Torino e Milano continua ad avere discepoli anche nei tardi anni ’80, quando il ‘no future’ affiora nel grunge. Ma c’è dell’altro, perché l’opera prima dell’autore torinese è impregnata anche di elettronica, di suoni sintetici che abbracciano quelli ruvidi, suoni che calano nel corpo alla velocità d’una pasticca: Culicchia non dimenticherà mai queste eclettiche inclinazioni musicali, protagoniste di altre opere mature e molto più che ‘colonne sonore’. E si può dire infine che Walter sopravviva e viva incontrando ben tre subculture, e tuttavia non abbracciandone nemmeno una, ma scegliendo di elaborare una personale visione del mondo, altra, profondamente autentica.

***

Nato a Torino nel 1965 Giuseppe Culicchia è ormai considerato una delle voci più autentiche della narrativa italiana degli ultimi anni. I suoi racconti figurano nelle antologie Papergang Under 25 III pubblicata da Transeuropa Edizioni nel 1990 a cura di P. V. Tondelli (1955-1991), e ispirato da autori come Hemingway, Carver, Bukowski e Bret Easton Ellis, ha esordito nel 1994 per Garzanti con Tutti giù per terra, caso letterario del decennio e vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour; ha pubblicato per la stessa casa editrice Paso doble (1995), Bla bla bla (1997), Ambarabà (2000) e Il paese delle meraviglie (2004), Un’estate al mare (2007). Per Laterza, nella collana Contromano, ha pubblicato Torino è casa mia (2005), Ecce Toro (2006) e per Einaudi ha tradotto American Psycho e Lunar Park di Bret Easton Ellis. Recenti i suoi romanzi per Mondadori Brucia la città (2009) e Ameni inganni (2011) e per Feltrinelli il reportage narrativo Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Grecia, Spagna, Catalogna e Russia. Giuseppe Culicchia collabora con numerose riviste e quotidiani, tra cui «La Stampa».

***

note:

*Rachele è contenuta in L’importante è la salute, autoproduzione, 2009, da ascoltare qui: moewy.bandcamp.com.
**Il ritornello di Tutti giù per terra recita così: «Come non sapere come non farsi fregare/ Come non potere avere niente da imparare/ Come non voler sentire quello che è da dire/ Come non trovare mai la forza d’affiorare.» La soundtrack del film è affidata, tra gli altri, a C.S.I., Marlene Kuntz, CCCP, Üstmamò.
***‘Rovesciamento della violenza espressiva’, frammentaria e assolutamente originale, nuova, unione di ‘ribellismo autodistruttivo e ‘arte “del sangue di platica”’: così definisce il pulp-cannibale italiano Fulvio Panzeri in «Avvenire», 14 gennaio 1997. Gli autori che per primi han dato vita a questo movimento, partecipando anche all’antologia Gioventù cannibale (Torino, Einaudi, 1996) sono almeno sei: Tiziano Scarpa (1961-), Giuseppe Caliceti (1964-), Niccolò Ammaniti (1966-), Aldo Nove (1967-) e Isabella Santacroce (1970-).
****su Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) si è detto sempre tanto, ma ricordo qui che è considerato il primo ‘autore giovane’ italiano del Novecento. Pubblica Altri Libertini per Feltrinelli nel 1980, cui seguono opere importanti, anche di teatro, e scritti attorno alla letteratura. Sorta di ‘talent scout ‘ letterario, è stato tra i primi ad integrare nella propria opera il postmodernismo inteso come «millenarismo alla rovescia, in cui le premonizioni del futuro, catastrofiche o redentive, hanno lasciato il posto al senso della fine di questo o di quello (la fine dell’ideologia, dell’arte o delle classi sociali; la “crisi” del leninismo, della socialdemocrazia o del welfare state, ecc.)», definizione di FREDERIC JAMESON, in Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, «New Left Review» 146 (1984), trad. it. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, p. 7.

Giovanni Catalano – Non vedo l’ora di farla finita

Non vedo l’ora di farla finita
e con tutte le forze arrendermi
invece di dire sempre le stesse cose
senza mai ripetermi
e smettere e ricominciare
a leggere le antologie
dei nati negli anni
in cui finivano d’essere stampati i libri
sui quali abbiamo studiato
quando tutto poteva succedere – ma tutto
avrebbe potuto e quasi tutto
credimi potrà succedere
di nuovo – in tutti i sensi,
perché anche il nuovo stanca e poi cosa vuoi
che cambi da un giorno all’altro,
la vita continua come può
sempre più a lungo, dicono
visto che durano di più le malattie
che siano complicazioni
respiratorie o rischi cardiovascolari
o le altre distrazioni dai veri problemi
che non si risolvono certo
con le targhe alterne
o con la raccolta differenziata
che ti dirò io non ci ho mai creduto
e anche l’altra sera prima di salutarci
dimentico sempre i nomi
ma ne parlavamo con ispirazione,
amiamo una certa scrittura che è diversa
se praticata con disciplina ed emozione
e non per una presunta polisemia
o per una discutibile economia grafica
che la vorrebbe più sintetica
della sua invenzione
insieme alla qualità e all’originalità
delle immagini e delle storie
e della psicologia che sta dietro
all’uso di altre tecniche
che tengono alto il livello di attenzione
così che ad ogni tiro di guinzaglio
il lettore che è a sua volta un potenziale scrittore
s’illuda di poter decidere se andare
a capo o temporeggiare accanto a una ruota
o una catena legata a un palo della luce, questo
è un discorso di fiducia reciproca, di rispetto
per un certo territorio, questo è un altro
aspetto da tenere in considerazione
e, si, poi anche questa riscoperta dei dialetti,
come se già l’italiano non fosse una lingua
sufficientemente periferica e senza seguito,
senza ironia c’è già abbastanza
carne al fuoco e tanto fumo negli occhi
e comunque, come se non bastasse
la presunzione con cui – mi ci metto
anch’io – cerchiamo le differenze
tra buona prosa e cattiva poesia
e pensiamo di trovarla nelle figure
di suono, in un certo pattern
ritmico a servizio di uno sviluppo
logico-estetico, è ancora troppo facile,
con tutti questi spazi e tutte queste voci
che si accavallano e solo smettono
quando vogliono
senza mai mettere un punto
come se non ci fosse nient’altro
da fare al mondo
che fissare un punto,
perché di questo si tratta,
di un punto lontano a piacere,
in cui tutto finalmente si ferma
e riparte più veloce di prima,
come se fosse il punto esatto
in cui le parallele non si toccano e non quello
in cui subito prima pensiamo
che non si toccheranno mai e poi
mai, lo so
ti ci metti anche tu
ma cosa vuoi
che ti dica
se ho ripreso a fumare
ma di meno
che tanto non c’è niente
in questo mondo, in questo
momento non c’è più
niente di meglio
che smettere e ricominciare
con tutte le forze
e con tutte le forze
smettere e ricominciare.

Solo 1500 n. 51: Si dispensa ovvero del mantra

Solo 1500 n. 51 – Si dispensa ovvero del mantra

Si dispensa dai fiori si dispensa dai fori si dispensa dai fuori di testa si dispensa dai giorni di festa si dispensa dai complimenti finti si dispensa dai capelli tinti si dispensa dai “mi piacciono moltissimo i tuoi testi, voglio assolutamente invitarti qui e lì” si dispensa dal farlo se non si vuole dar seguito si dispensa dal farlo soprattutto se non richiesto si dispensa dal lecchinaggio si dispensa da tutte le generazioni e dalle antologie connesse si dispensa (come vedete) dalle virgole perché questa cosa non ha pause si dispensa dai quaqquaraquà si dispensa dai festival dell’happy hour si dispensa dalla critica militante ante ante si dispensa dalla guerra si dispensa da “ciao mi farebbe molto piacere inviarti il mio libro” si dispensa da domande del tipo “meglio Balotelli o Di Natale” si dispensa da questo tipo di frasi “certo che i cantautori di una volta erano dei poeti” si dispensa da Roberto Saviano si dispensa da Giuliano Ferrara si dispensa dalle polemiche estive sulla letteratura su dove la prosa su dove la poesia su chi va verso cosa che sicuramente monteranno sugli inserti culturali dei quotidiani si dispensa dalla video poesia si dispensa dai poetry slam senza testi come si deve si dispensa dalle giurie popolari sempre si dispensa dalla Fornero si dispensa dai “a mia insaputa” si dispensa dai “un caro saluto” e dai “cordialità” si dispensa dai “a quando il prossimo libro” si dispensa dai “la poesia è morta” si dispensa da “i blog letterari sono finiti” si dispensa dal Papa si dispensa dalla Tav si dispensa dalle bombole si dispensa dalle bombe si dispensa dai terremoti si dispensa da Rondoni si dispensa dai finti editori si dispensa dagli scrittori si dispensa dai poeti.

Gianni Montieri

Compleanni

COMPLEANNI

Giovanni Falcone è  morto il giorno
del compleanno di mia sorella:
diventava maggiorenne, immaginava
un futuro, una vita possibile,
Il giorno dopo sarebbe stato il mio.
Molti pensarono a un terremoto,
a Punta Raisi, a Capaci, a Palermo
una scossa definitiva, una voragine
-auguri sorellina-.

Paolo Borsellino saltò per aria
quando mio padre compì 53 anni
tre giorni prima festeggiò mamma
si moriva di caldo ovunque
in Sicilia si schiattava, ancora.
Al telefono: “Buon compleanno papà”
“hai sentito di Borsellino? Hai visto?”

Maggio e Luglio sono mesi belli
per i compleanni, per festeggiare
le sere calde, lunghe. Ricordiamo
quello che ancora non sappiamo
questo non è un paese ospitale
non è un paese per giovani, torte,
per candeline. Questo è il posto
dove mai si sa, dove si festeggia
in punta di piedi, rapidamente
a volte con un po’ di vergogna.

***

gianni montieri