Giorno: 29 Mag 2012

In qualunque verso

I

tutto si collega in questo paese
eppure ogni cosa ha la sua strada
ieri una bomba, oggi una faglia
si crolla, si muore di continuo
da mille anni, in mille maniere
lentamente in replay, in loop
qui muoiono sempre gli stessi

II

qui muoiono sempre gli stessi
lentamente in replay, in loop
da mille anni, in mille maniere
si crolla, si muore di continuo
ieri una bomba, oggi una faglia
eppure ogni cosa ha la sua strada
tutto si collega in  questo paese

gianni montieri

RICORDO DI FRANCESCO ORLANDO

Francesco  Orlando se n’è andato quasi due anni fa, nel  fiore della vecchiaia, con un primo romanzo appena pubblicato, che da pochi mesi stava portando in giro. In realtà un manoscritto dei vent’anni, per decenni conservato nel classico cassetto, e solo negli ultimi tempi tirato fuori per trovare la compiutezza definitiva. Una vita da teorico, incorniciata dalla scrittura creativa. Ricordo la trepidazione quasi infantile con cui parlò in pubblico di quel suo romanzo così esile e disperato. Sentii tutta la differenza rispetto al grande critico sistematico, assoluto, spietato coi suoi avversari (a torto e a ragione), malgrado l’eloquenza straordinaria fosse sempre la stessa.

Ma sbaglierei a distinguere troppo il grande saggista dallo scrittore rimasto acerbo. Il bisogno di capire che muoveva ogni suo discorso non era mai un freddo gioco intellettuale: si trattava comunque di capire per sentire meglio, e di più. Forse anche per questo la sua attività di critico si legò indissolubilmente alla psicanalisi, che in fondo non è altro che l’uso della ragione al servizio di ciò che ragionevole non è. A partire da Freud, Orlando aveva ricostruito una retorica che individuava nella letteratura la sede di un ritorno del represso, sempre soggetto ai cambiamenti epocali, alla morale del tempo, alla repressione vigente. Il modello della negazione freudiana, che ha bisogno di porre ciò che rifiuta, gli aveva suggerito il concetto della “formazione di compromesso”, cioè “una manifestazione semiotica- linguistica in senso lato- che fa posto da sola, simultaneamente, a due forze psichiche in contrasto diventate significati in contrasto”.  Rispetto ai personaggi comici più aberranti, ad un distanziamento consapevole corrisponde comunque un’identificazione tanto più inconscia quanto più repellente ci risulta il desiderio mimetico: la negazione freudiana (Io NON sono così) conferisce statuto di verità al contenuto che respinge sotto la coscienza. Salendo a livelli superiori di accettazione, il represso deve affrontare nuove tipologie di repressione, non più interna al lettore, ma dipendente dalla società, dai codici, dall’attualità del testo. Ogni opera letteraria ha un luogo e una data di nascita, un destinatario ideale, e un significato principale e prevalente sugli altri possibili, che il critico ha il compito di restaurare filologicamente.

La grande coerenza dell’opera di Orlando unisce il ciclo freudiano degli inizi alla sua opera più ponderosa, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura: in una vasta ricognizione della letteratura occidentale, ci viene mostrato come all’epoca di massima produttività e funzionalità della storia umana, quando il mondo si presenta come un paesaggio di merci, i testi letterari agiscono ancora una volta come un documento rovesciato, ed esibiscono paesaggi di antimerci, robaccia, rottami, oggetti privi di ogni efficienza. Il metodo, in questo come negli altri studi, è quello della scomposizione paradigmatica, che disfa il testo come un mazzo di carte, per coglierne le ripetizioni, la coerenza interna, la struttura profonda di un senso mai svincolato però dalla realtà del tempo: descrittivismo formale e contesto storico, mediati da Freud, si equilibrano così a vicenda. La razionalità è altissima, la fiducia assoluta nella possibilità di capire è, alla lettera, illuminista. E illuminista era il suo modo di argomentare, passo dopo passo, senza lasciare nulla al caso o all’intuizione: tutto doveva essere sopra il tavolo, in vista, dichiarato.

Voglio concludere con un ricordo personale. Francesco Orlando, ventenne, fu allievo privato di Tomasi di Lampedusa. Poi, a venticinque anni, lasciò la Sicilia, per non rientrarci più, se non sporadicamente. Anche io sono siciliano, e così le nostre conversazioni spesso finivano per riguardare la nostra terra comune. Quando parlavamo, ogni tanto mi colpiva l’ingenuità con  cui immaginava ancora una Sicilia lasciata intatta dalla modernità, come se la sua lucidità s’interrompesse a contatto coi ricordi. Un giorno, sicuro di non sbagliare, esclamò: “Andrea, tu mi confermerai, in Sicilia è una rarità potere assistere a concerti dal vivo all’aperto!”. Mi scappò un sorriso, e per una volta lo corressi io. Solo adesso però ho capito come stavano le cose, e non sembri una battuta: il Prof. Orlando era lui stesso un oggetto desueto.

 Poche righe fa lo avevo definito illuminista, ma non c’è contraddizione. Per spiegare cosa intendo, utilizzo ancora il concetto di “formazione di compromesso”. In uno dei suoi ultimi seminari, per chiarirlo meglio, usò queste parole, che non ho dimenticato: “Quante volte, nella stessa giornata, diciamo sì e no contemporaneamente? Mettetevi una mano sulla coscienza e ditemi se non è così.” Perché davvero il sì e il no (il represso e la repressione, potremmo dire…) caratterizzano insieme ogni momento della nostra vita. E ogni illuminismo, ogni progresso, ha nel suo cuore una parte irriducibile di nostalgia.