Giorno: 28 Mag 2012

Martino Baldi : Bernardino

 

Giunto a metà della rampa che avrebbe dovuto guidarlo fuori dal sottopassaggio della Stazione di Firenze, Bernardino Parra si imbatté in un formicaio di giapponesi. Quanti erano? Trenta? Quaranta? Se ne stavano tutti lì a ingombrare le scale in disordinata disposizione. Alcuni già nell’ombra mefitica della galleria si voltavano verso l’esterno con l’aria disorientata di chi sia a corto di istruzioni e non sappia come dar seguito al procedimento. Questi pochi che componevano l’avanguardia dello stanco drappello, saranno stati otto o nove, continuavano a volgere gli occhi or davanti or indietro, a scambiarsi sguardi smarriti l’un l’altro, come di fronte a un computer che non risponda ai comandi impartiti e non si sa perché, mimando con le labbra e con gli occhi reciproci  interrogativi non proferiti, senza avere nessun conforto dall’intelligenza altrui. Sui gradini più alti, non ancora al riparo dal friggitor sole d’agosto, si assembrava la maggior parte degli altri; questi, volto tutti lo sguardo alla ricerca di un indefinito qualcosa di lontano alle loro spalle, ignoravano gli impauriti soldatini smarriti nel bordello del sottosuolo; cercando di equilibrarsi con le centinaia di sacchi di cartone strapieni di vestiti, scarpe e borse facilmente pronosticabili come milionari, divincolandosi dalle proprie e altrui tracolle, appesantiti e inabili al movimento per l’impegno delle macchine fotografiche e delle videocamere, tentavano in qualche modo di portare una mano alla fronte per aiutare la tesa del finto cappellino da tennista a far ombra agli occhi, per mirar lontano. Le camicie bianche e i vestitini da maestrina deamicisiana si appesantivano di aloni gocciolanti; rivoli di sudore scendevano dalla fronte fino a bagnare e appannare le lenti degli occhialuti ingegneri e scivolavano velocemente sugli ossuti petti di segretarie formicofaghe giungendo in una corsa d’un attimo al ventre glabro. Poco più avanti una tecnogenoveffa mandarinoide, nel vano tentativo di spiccare sulla folla dall’alto del suo metro e cinquanta, per attirare l’attenzione di un lontano kissakkì, si sbandierava in disadatti movimenti sulle punte, vergando ombrellate all’aria assolata sopra la propria testa e talvolta, vista la calca, a qualche sventurato che accecato dal sole non si avvedeva in tempo della pericolosa presenza della signorina-segnalatrice.

Bestemmiando il bestemmiabile, Parra riuscì a guadagnarsi un varco in quell’ammasso di mandarini di cui, non si neghi, avrebbe desiderato fare una spremuta passandoci sopra con un autobus, e sbucò infine fuori dal sottopassaggio. Immediatamente gli tolse il respiro un tanfo inaspettato di cane morto. Niente a che vedere con l’irritante gaslacrimogena atmosfera milanese dei venerdì senza vento, men che mai con quel vago afrore di merda, proprio così: di merda, che nella memoria il Parra attribuiva alla periferia di San Paolo; una parentela, seppur molto lontana, si rintracciava forse con quell’aroma di fritto rifritto che gli sbuffi dei condizionatori animano e spandono per le vie di New York, ma Firenze aveva ormai una sua ben precisa e inconfondibile identità: sapeva di cane morto, di questo e nient’altro. E Bernardino Parra veniva a scoprirlo nel modo peggiore. Quel disgustoso alitare della città sulla sua faccia lo indisponeva, non riusciva a respirare, gli faceva riscoprire la presenza poco sopra lo stomaco del gommoso sandwich che gli era stato somministrato sull’Intercity; adesso lo sentiva di nuovo pressoché integro, miracolosamente ricompostosi dopo la paziente masticazione e lungi dall’essere digerito.

Per evitare la calca cosmopolita di via Panzani, e i suoi milioni di panini col wurstel, prese per Piazza Santa Maria Novella. La in-digestione lo stava torturando. Un dolore fulminante allo stomaco lo costrinse a fermarsi sostenendosi per un attimo al muro. Si sarebbe ripreso se non fosse stato per quell’insistente puzza di carogna, sempre più forte. Rialzò la testa. Proprio a un metro da lui, dal bordo di un cassonetto dell’immondizia semiaperto – mise progressivamente a fuoco l’immagine – mulinavano verso l’alto le gambe di  qualcuno che stava raspando all’interno. Scarpe sfondate, jeans logori e pregni di millanta diverse qualità di grassi, saturi e insaturi, animali, vegetali e industriali, il purulento cercatore riemerse dalla sua miniera tenendo con le mani un paio di sacchetti traboccanti di rifiuti domestici. Si strofinò sulla bocca e sul mento ispido e sporco il dorso delle mani appiccicose e, deponendo il tesoro sul cassonetto, si dette ad esaminarlo. Dal primo sacchetto, dopo aver scartato bucce di cocomero, mozziconi di sigaretta, gusci d’uova, carte unte, bottigliette di vetro, assorbenti rubicondi e altre schifezze, trasse fuori una scatoletta di latta gocciolante, ficcò dentro le dita tozze e sudice attento a non ferirsi con la lamiera arricciolata e tagliente del coperchio, ne trasse fuori poche scaglie, presumibilmente resti di tonno sott’olio, e se le depose in bocca con soddisfazione. Fu il colpo di grazia. Recuperato con la mano sinistra l’appoggio al muro che stava costeggiando e tenendosi la destra sullo stomaco, spingendo per accentuare l’inarcamento del ventre per evitare schizzi sui pantaloni, il Parra riversò sul marciapiede non solo il panino ferroviario ma anche caffè, latte, toast e tarallucci della mattina, in una inestricabile matassa in cui, anche a voler procedere in un’analisi approfondita, difficilmente si sarebbero potuti dipanare i diversi elementi della ex-colazione, tutti evidentemente esposti ma irreparabilmente confusi l’uno dentro l’altro, come in un ritratto onirico, come terra, pietra e arbusti in una composizione di Morlotti. Il sollievo della liberazione tenne lontano da Parra per qualche istante il disgusto acido che ineluttabilmente veniva a impadronirsi financo dei suoi respiri. Ebbe il tempo di riflettere, ma come uno specchio: senza volere, riguardo quella spontanea similitudine tra quel che era adesso della sua prima colazione e l’opera – che so – di un Jackson Pollock. Una buona idea. Qualche americano deve sicuramente averla già avuta: la vomit-art: qualcosa di molto moderno che unisce visceralmente, è proprio il caso di dirlo, action painting, body art e perfino arte povera, con l’utilizzo della più degradata e degradabile delle materie. Fu invaso dall’intenzione di procurarsi immediatamente una macchina fotografica per immortalare la prima di una lunga serie di opere. Avrebbe scattato una foto ogni dieci minuti, per documentare il dissolversi della materia, come si dissolve la memoria di un gesto o di un evento, da acre e violenta presenza a fantasma, semplice alone, vago ricordo, niente. Ah, la grandezza e l’inutilità dell’arte contemporanea! Scacciò il baluginante pensiero di quanto inutili e grame fossero le residue libertà concesse alla genialità nei nostri tempi; una vanità ormai stemperata che riemergeva inconsapevolmente in tutta la sua purezza in momenti come questo, lo inclinava a immaginare piuttosto gli articoli su Flash Art e la prima grande mostra personale, organizzata dalla Fondazione Burri negli ex-tabacchifici di Città di Castello. Poi pensò che comprare una macchina fotografica sul momento sarebbe stato affrettato e che comunque aveva perso il culmine dell’happening. Non avrebbe avuto senso una riproduzione imperfetta o parziale. Si risolse a rimandare il proposito ai giorni successivi. Non si sarebbe fatto prendere alla sprovvista in caso di indigestione, ubriacatura o simili malesseri. Sarebbe stato un grande successo. La consacrazione di un artista inatteso.

Cinque minuti dopo, mentre grazie a un bel bicchier di latte freddo il ph all’interno del cavo orale tornava a livelli consoni alla più insulsa mediocrità, Bernardino Parra ai futuri clamori della vomit-art non ci pensava già più.

[…]

Il problema fondamentale se lo portava dentro da anni. Era uno degli ultimi infetti irreversibili. In Italia di recente ce n’era stato uno, per quanto ne sapeva, morto una venticinquina d’anni di prima: un ingegnere, con tutti gli anticorpi pare,  e invece un tipo infelicissimo. E non era mica una taenia solium che stavi un paio di settimane senza mangiare e giù caffè e caffè e caffè e pppprrrrò! pprrò! pppppprrrrroooò! un paio di pedate e la scalciavi fuori (ora poi bastano tre o quattro caramelle allo sciroppo di lampone)… Nossignori, questa simpatica quaestio echinoccocca, hai un bel piangere, ce ne vuole a levarsela di dentro, se non se n’è accorto in tempo il dottore. Le uova del germe, platelminte cestode sofocleo, ti si schiudono nello stomaco, la esacanta anassimandrica, larva testarda, ti penetra nel circolo sanguigno e zic zic zic la scolice platonica coi suoi sei uncini plotinici zic s’aggrappa al fegato o zic zic ai reni o zic ai polmoni, se ti va bene e risparmia il cervello, zic zic zic seminando a destra e a sinistra una collana di zaffiri proglottidi mistico‑lussureggianti ed è bell’e cisti estetica, ovvero etica, ovvero metafisica e non la fermi più, c’è da lottare fino alla fine o al miracolo.

Che potesse essere un problema di  clima o di ambiente gli era balenato attraversando la casba di San Lorenzo, in estate inoltrata, in mezzo a frotte di gite scolastiche ispano‑napoletane, facendosi strada a fatica tra esploratori tedeschi in  sandali e bermuda, culoni injeansati angloglottidi, criniere d’alta oreficeria, nasini all’insù e occhini all’ingiù, quanto basta per mettere a fuoco nel bailamme da lotteria parrocchiale, l’unico oggetto degno del proprio desiderio: il borsone in pelle italiano. Valeva sena’altro la pena di fare novemilasettecentosessantadue chilometri per accedere a una cosa costosa sì ma tanto bella che a Tokyo (o a Stoccarda o a Strömsund [1] o a Corbell City) proprio non si era mai vista, per non parlare del mercatino di Marina di Pisciotta, Via Cristofaro Colombo, proprio davanti al palazzo municipale; e il blusotto di toro e il portafogli senza fogli  in budello e il cinturone macho nero con grossa fibbia nicciana e il manifesto extra­‑large da camera, ampia scelta: Ronaldo, Del Piero, Di Caprio, Naomi, Madonna, la Madonna, San Gennaro, Maradona, un po’ scolorito quest’ultimo, et cetera e le immancabili magliette con pipi michelangiolesco o torre barzotta e/o I love Italy per tutti, francesi esclusi.

Che potesse essere un problema di milieu c’era il sospetto a guardarli negli occhi traditori. Gli americoni, è trasparente, hanno uno sguardo che esibisce il modo più semplice per risolvere l’enigma: ignorarlo; e i francesi: lo dribblo di classe; e i tedeschi: non vorrai mica mettere in dubbio che l’abbia già risolto; e gli spagnoli ci rido sopra, e i turchi ci fumo sopra e i maghrebini ci scopo sopra; e gli inglesi: non prendiamolo troppo di petto; e gli ex‑comunisti: se voi avete costruito questo popo’ di dolce vita senza la risposta…. Qualche traccia ne è rimasta ormai soltanto nel malinconico sorriso dei brasiliani, che però stemperano l’atroce dilemma in una dolceamara nenia, abbracciosa e dondolante. E i messicani. Che quel loro serpentone piumoso gli assomiglia pure al maledetto verme uncinato. Soprattutto le donne, che ti prendono per il verso giusto, e non hanno capito nemmeno il problema ma resistono con quell’aria di chi la sa lunga, e la volontà e la speranza e un bacetto sono la medicina giusta, e ha da passà ‘a nuttata, io sarò sempre qui qualsiasi cosa accada, crocerossina santissima.

[1] Non si creda che qui si voglia scherzare. La cittadina svedese esiste, ed è graziosa, sulle rive di un affluente dell’Angerman, in prossimità del sessantaquattresimo parallelo.

 

Il brano è tratto da un romanzo incompiuto, che ha per titolo provvisorio : Tutte le domande del mondo