Mese: maggio 2012

Davide Zizza – La tentazione della poesia

La tentazione del verso

Una riflessione tratta da un vecchio articolo

Diciamolo subito, senza mezze misure: è il verso che fa il romanzo! È la tentazione della poesia nella narrativa – frase, descrizione o pagina capace di riprodurne l’andamento, di contenere la direzione di una scrittura poetica.

Ho sempre creduto in questa idea, ma da lettore disordinato quale ero nella mia gioventù credevo di sbagliare, o comunque le mie letture non sembravano solide abbastanza per sostenere la tesi. Poi un articolo di Giorgio Calcagno recentemente ripescato fra le mie carte – pubblicato il 30 settembre 1995 su “TuttoLibri” dal titolo È il verso che fa il romanzo – centrava proprio il quid. È bello leggere di un esperto del settore su un argomento che senti tuo. Calcagno, in occasione della pubblicazione dell’Album Italo Calvino, riportava il seguente aneddoto: il traduttore tedesco di Palomar aveva fatto notare all’autore che determinate pagine del suo romanzo potessero passare per poesie. Di qui l’affermazione di Calvino: “La nostra letteratura ha sempre avuto come asse la poesia” richiamandosi ad una imprescindibile e felice tradizione dantesca. Nell’articolo ritroviamo un bilancio del rapporto fra scrittura poetica e scrittura narrativa, sottolineando una sorta di permeabilità fra i due generi tale da far oscillare verso la poesia il senso del discorso; fra gli scrittori citati ritroviamo Tabucchi il quale ebbe modo di affermare “Credo di aver spesso umilmente sfiorato la poesia” (suoi testi li chiamava perfino prose in prosa). Se leggiamo il suo Si sta facendo sempre più tardi possiamo definire le sue pagine dei veri poemetti.

Calcagno poneva inoltre una domanda: Perché in Italia ci sono tanti poeti – anche in prosa – e così pochi narratori? e con molto probabilità quell’ “anche in prosa” è un’accentuazione fatta proprio per annullare una distanza talvolta ridondante fra i due generi. Oggi è ancora valido il concetto insinuato dal nostro critico? Ci sono più poeti che narratori o con molta probabilità stiamo osservando il fenomeno inverso? E se la sua riflessione sembra auspicare, alla maniera di Alfredo Giuliani, un incontro delle due antiche distinzioni, non si ha la sensazione che questa distanza si stia attualmente accentuando?

Diciamolo subito, il presente intervento non è specialistico! Solo una personale riflessione da lettore – personale in tutta la sua provvisorietà – intende esprimersi a favore dell’articolo per cui credo che il pensiero espresso da Calcagno possa esser ancora attuale.

Fra romanzieri e narratori che definiremmo convinti sostenitori del loro genere troviamo chi ha scritto e tradotto poesia. Un inatteso Nabokov ha dedicato sue poesie ad Alexander Blok, ora in fase di riedizione per la Knopf Publishing House, ma già avevano visto la stampa in una edizione italiana nel 1962 per Il Saggiatore (Nabokov tradusse inoltre poeti russi in lingua inglese). Il Premio Nobel Saramago pubblicò le sue Poesie possibili all’epoca della dittatura di Salazar. Paul Auster – per passare a un narratore vivente – ha pubblicato un’unica raccolta di poesie, per ora irreperibile e dal titolo importante, Affrontare la musica. Su territorio italiano ritroviamo un Erri De Luca che riguardo a poesia e prosa è in un certo senso “ambidestro”.

Se da una parte i narratori si sono cimentati nella dilettevole arte della poesia, dall’altra i poeti si sono avventurati nella sottile misura della prosa. Il tanto amato Pavese esordì da poeta e non abbandonò mai la scrittura in versi, eppure ha scritto diversi racconti e, secondo me, due dei romanzi brevi più significativi, La casa in collina e Il compagno; Iosif Brodskij ha scritto pagine impressionanti come Fuga da Bisanzio e Fondamenta degli incurabili. A Montale con la sua Farfalla di Dinard un articolo del Corriere della sera del ’94 intitolava “E il poeta diventò narratore” e, tanto per citare un poeta contemporaneo, Paolo Ruffilli (già avvezzo alla prosa) l’anno scorso ha pubblicato un romanzo dedicato alla figura di Ippolito Nievo.

Dove si vuole arrivare con questi esempi? La letteratura, nel rivelarci la vita, fa incontrare le persone, in un atto di libertà chiamato scrittura, azione sovversiva che uccide il silenzio. La scrittura stessa contribuisce a ridurre la differenza fra narrativa e poesia, non l’annulla, ma ne accorcia a volte la distanza. Quindi se la scrittura racconta i giorni e i momenti, se in un flash cattura l’istantanea del tempo, è quanto di più autentico possa comunicarci e ce lo fa apprezzare sia se tratti di una narrazione sia se si tratti di versi.

A prescindere dai nomi finora elencati, pur se trovassimo casi unici e isolati, tipo un Leonardo Sciascia che ha scritto solo due o tre poesie nella sua vita o un Paul Celan che ha realizzato pochissime prose (Il meridiano a noi noto), ciò rappresenterebbe la prova per cui una rara sensibilità ha per un attimo gettato lo sguardo verso un altro giardino.

Come questa poesia di Hemingway con la quale vorrei concludere.

Tutti gli eserciti sono uguali
È quel che sembra e non quel che vali
L’artiglieria fa il solito rumore
Attributo dei giovani è il valore
Stanchi sono gli occhi dei vecchi soldati
Gli rifilano le solite menzogne
Le mosche han sempre amato le carogne

Ernest Hemingway, Parigi 1922 circa (tratta da 88 poesie)

 

Davide Zizza

solo 1500 n. 48 – Riflessioni istantanee su un sisma

Solo 1500 n. 48 : Riflessioni istantanee su un sisma

Non stiamo in piedi, no. Non lo siamo più, non lo siamo da tempo. Mentre scrivo si contano i morti: 16 (fin qui). Chi lavorava a San Felice sul Panaro e forse non avrebbe dovuto. Un prete pare sia morto mentre cercava di metter in salvo una statua, mi commuove – stranamente – mi sembra una scena di un vecchio film. Siamo tutti vecchi in un paese vecchio. A Mirandola (che prima di questi fatti conoscevo solo per una canzone di Gino Paoli, canzone sui ricordi) è crollato il Duomo. Cavezzo quasi non c’è più. Mi colpisce una foto di un vigile del fuoco inginocchiato col capo tra le mani. Nel frattempo so da un’amica che i pompieri di Lodi (che pure furono mandati fino a L’Aquila) qui non potranno intervenire perché sotto organico, già. Così stanno le cose. Questo fine settimana a Milano arriva il Papa, due balle, almeno lo teniamo lontano da lì. Speriamo che Carlo Lucarelli non scriva un altro articolo, con pubblicità annessa a un suo libro. Ho visto alcuni colleghi spaventati, hanno pensato tutta la vita che il Nord fosse antisismico. Hanno annullato l’amichevole della Nazionale di calcio, pare che sia una notizia da riportare. Pare che Sallusti sia sbiancato in diretta Tv (chissà la Santanché che paura). I sismologi parlano di una nuova faglia. Napolitano chiede verifiche sulla prevenzione. Monti dice che lo Stato non è impreparato. Io penso che ci saranno un sacco di anziani senza casa in quei paesi dell’Emilia. Poi telefono ai miei e dico: “A Milano niente di che”. Loro sanno, e sanno che so di cosa parlo e non si preoccupano, almeno per me.

Gianni Montieri

In qualunque verso

I

tutto si collega in questo paese
eppure ogni cosa ha la sua strada
ieri una bomba, oggi una faglia
si crolla, si muore di continuo
da mille anni, in mille maniere
lentamente in replay, in loop
qui muoiono sempre gli stessi

II

qui muoiono sempre gli stessi
lentamente in replay, in loop
da mille anni, in mille maniere
si crolla, si muore di continuo
ieri una bomba, oggi una faglia
eppure ogni cosa ha la sua strada
tutto si collega in  questo paese

gianni montieri

RICORDO DI FRANCESCO ORLANDO

Francesco  Orlando se n’è andato quasi due anni fa, nel  fiore della vecchiaia, con un primo romanzo appena pubblicato, che da pochi mesi stava portando in giro. In realtà un manoscritto dei vent’anni, per decenni conservato nel classico cassetto, e solo negli ultimi tempi tirato fuori per trovare la compiutezza definitiva. Una vita da teorico, incorniciata dalla scrittura creativa. Ricordo la trepidazione quasi infantile con cui parlò in pubblico di quel suo romanzo così esile e disperato. Sentii tutta la differenza rispetto al grande critico sistematico, assoluto, spietato coi suoi avversari (a torto e a ragione), malgrado l’eloquenza straordinaria fosse sempre la stessa.

Ma sbaglierei a distinguere troppo il grande saggista dallo scrittore rimasto acerbo. Il bisogno di capire che muoveva ogni suo discorso non era mai un freddo gioco intellettuale: si trattava comunque di capire per sentire meglio, e di più. Forse anche per questo la sua attività di critico si legò indissolubilmente alla psicanalisi, che in fondo non è altro che l’uso della ragione al servizio di ciò che ragionevole non è. A partire da Freud, Orlando aveva ricostruito una retorica che individuava nella letteratura la sede di un ritorno del represso, sempre soggetto ai cambiamenti epocali, alla morale del tempo, alla repressione vigente. Il modello della negazione freudiana, che ha bisogno di porre ciò che rifiuta, gli aveva suggerito il concetto della “formazione di compromesso”, cioè “una manifestazione semiotica- linguistica in senso lato- che fa posto da sola, simultaneamente, a due forze psichiche in contrasto diventate significati in contrasto”.  Rispetto ai personaggi comici più aberranti, ad un distanziamento consapevole corrisponde comunque un’identificazione tanto più inconscia quanto più repellente ci risulta il desiderio mimetico: la negazione freudiana (Io NON sono così) conferisce statuto di verità al contenuto che respinge sotto la coscienza. Salendo a livelli superiori di accettazione, il represso deve affrontare nuove tipologie di repressione, non più interna al lettore, ma dipendente dalla società, dai codici, dall’attualità del testo. Ogni opera letteraria ha un luogo e una data di nascita, un destinatario ideale, e un significato principale e prevalente sugli altri possibili, che il critico ha il compito di restaurare filologicamente.

La grande coerenza dell’opera di Orlando unisce il ciclo freudiano degli inizi alla sua opera più ponderosa, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura: in una vasta ricognizione della letteratura occidentale, ci viene mostrato come all’epoca di massima produttività e funzionalità della storia umana, quando il mondo si presenta come un paesaggio di merci, i testi letterari agiscono ancora una volta come un documento rovesciato, ed esibiscono paesaggi di antimerci, robaccia, rottami, oggetti privi di ogni efficienza. Il metodo, in questo come negli altri studi, è quello della scomposizione paradigmatica, che disfa il testo come un mazzo di carte, per coglierne le ripetizioni, la coerenza interna, la struttura profonda di un senso mai svincolato però dalla realtà del tempo: descrittivismo formale e contesto storico, mediati da Freud, si equilibrano così a vicenda. La razionalità è altissima, la fiducia assoluta nella possibilità di capire è, alla lettera, illuminista. E illuminista era il suo modo di argomentare, passo dopo passo, senza lasciare nulla al caso o all’intuizione: tutto doveva essere sopra il tavolo, in vista, dichiarato.

Voglio concludere con un ricordo personale. Francesco Orlando, ventenne, fu allievo privato di Tomasi di Lampedusa. Poi, a venticinque anni, lasciò la Sicilia, per non rientrarci più, se non sporadicamente. Anche io sono siciliano, e così le nostre conversazioni spesso finivano per riguardare la nostra terra comune. Quando parlavamo, ogni tanto mi colpiva l’ingenuità con  cui immaginava ancora una Sicilia lasciata intatta dalla modernità, come se la sua lucidità s’interrompesse a contatto coi ricordi. Un giorno, sicuro di non sbagliare, esclamò: “Andrea, tu mi confermerai, in Sicilia è una rarità potere assistere a concerti dal vivo all’aperto!”. Mi scappò un sorriso, e per una volta lo corressi io. Solo adesso però ho capito come stavano le cose, e non sembri una battuta: il Prof. Orlando era lui stesso un oggetto desueto.

 Poche righe fa lo avevo definito illuminista, ma non c’è contraddizione. Per spiegare cosa intendo, utilizzo ancora il concetto di “formazione di compromesso”. In uno dei suoi ultimi seminari, per chiarirlo meglio, usò queste parole, che non ho dimenticato: “Quante volte, nella stessa giornata, diciamo sì e no contemporaneamente? Mettetevi una mano sulla coscienza e ditemi se non è così.” Perché davvero il sì e il no (il represso e la repressione, potremmo dire…) caratterizzano insieme ogni momento della nostra vita. E ogni illuminismo, ogni progresso, ha nel suo cuore una parte irriducibile di nostalgia.

Martino Baldi : Bernardino

 

Giunto a metà della rampa che avrebbe dovuto guidarlo fuori dal sottopassaggio della Stazione di Firenze, Bernardino Parra si imbatté in un formicaio di giapponesi. Quanti erano? Trenta? Quaranta? Se ne stavano tutti lì a ingombrare le scale in disordinata disposizione. Alcuni già nell’ombra mefitica della galleria si voltavano verso l’esterno con l’aria disorientata di chi sia a corto di istruzioni e non sappia come dar seguito al procedimento. Questi pochi che componevano l’avanguardia dello stanco drappello, saranno stati otto o nove, continuavano a volgere gli occhi or davanti or indietro, a scambiarsi sguardi smarriti l’un l’altro, come di fronte a un computer che non risponda ai comandi impartiti e non si sa perché, mimando con le labbra e con gli occhi reciproci  interrogativi non proferiti, senza avere nessun conforto dall’intelligenza altrui. Sui gradini più alti, non ancora al riparo dal friggitor sole d’agosto, si assembrava la maggior parte degli altri; questi, volto tutti lo sguardo alla ricerca di un indefinito qualcosa di lontano alle loro spalle, ignoravano gli impauriti soldatini smarriti nel bordello del sottosuolo; cercando di equilibrarsi con le centinaia di sacchi di cartone strapieni di vestiti, scarpe e borse facilmente pronosticabili come milionari, divincolandosi dalle proprie e altrui tracolle, appesantiti e inabili al movimento per l’impegno delle macchine fotografiche e delle videocamere, tentavano in qualche modo di portare una mano alla fronte per aiutare la tesa del finto cappellino da tennista a far ombra agli occhi, per mirar lontano. Le camicie bianche e i vestitini da maestrina deamicisiana si appesantivano di aloni gocciolanti; rivoli di sudore scendevano dalla fronte fino a bagnare e appannare le lenti degli occhialuti ingegneri e scivolavano velocemente sugli ossuti petti di segretarie formicofaghe giungendo in una corsa d’un attimo al ventre glabro. Poco più avanti una tecnogenoveffa mandarinoide, nel vano tentativo di spiccare sulla folla dall’alto del suo metro e cinquanta, per attirare l’attenzione di un lontano kissakkì, si sbandierava in disadatti movimenti sulle punte, vergando ombrellate all’aria assolata sopra la propria testa e talvolta, vista la calca, a qualche sventurato che accecato dal sole non si avvedeva in tempo della pericolosa presenza della signorina-segnalatrice.

Bestemmiando il bestemmiabile, Parra riuscì a guadagnarsi un varco in quell’ammasso di mandarini di cui, non si neghi, avrebbe desiderato fare una spremuta passandoci sopra con un autobus, e sbucò infine fuori dal sottopassaggio. Immediatamente gli tolse il respiro un tanfo inaspettato di cane morto. Niente a che vedere con l’irritante gaslacrimogena atmosfera milanese dei venerdì senza vento, men che mai con quel vago afrore di merda, proprio così: di merda, che nella memoria il Parra attribuiva alla periferia di San Paolo; una parentela, seppur molto lontana, si rintracciava forse con quell’aroma di fritto rifritto che gli sbuffi dei condizionatori animano e spandono per le vie di New York, ma Firenze aveva ormai una sua ben precisa e inconfondibile identità: sapeva di cane morto, di questo e nient’altro. E Bernardino Parra veniva a scoprirlo nel modo peggiore. Quel disgustoso alitare della città sulla sua faccia lo indisponeva, non riusciva a respirare, gli faceva riscoprire la presenza poco sopra lo stomaco del gommoso sandwich che gli era stato somministrato sull’Intercity; adesso lo sentiva di nuovo pressoché integro, miracolosamente ricompostosi dopo la paziente masticazione e lungi dall’essere digerito.

Per evitare la calca cosmopolita di via Panzani, e i suoi milioni di panini col wurstel, prese per Piazza Santa Maria Novella. La in-digestione lo stava torturando. Un dolore fulminante allo stomaco lo costrinse a fermarsi sostenendosi per un attimo al muro. Si sarebbe ripreso se non fosse stato per quell’insistente puzza di carogna, sempre più forte. Rialzò la testa. Proprio a un metro da lui, dal bordo di un cassonetto dell’immondizia semiaperto – mise progressivamente a fuoco l’immagine – mulinavano verso l’alto le gambe di  qualcuno che stava raspando all’interno. Scarpe sfondate, jeans logori e pregni di millanta diverse qualità di grassi, saturi e insaturi, animali, vegetali e industriali, il purulento cercatore riemerse dalla sua miniera tenendo con le mani un paio di sacchetti traboccanti di rifiuti domestici. Si strofinò sulla bocca e sul mento ispido e sporco il dorso delle mani appiccicose e, deponendo il tesoro sul cassonetto, si dette ad esaminarlo. Dal primo sacchetto, dopo aver scartato bucce di cocomero, mozziconi di sigaretta, gusci d’uova, carte unte, bottigliette di vetro, assorbenti rubicondi e altre schifezze, trasse fuori una scatoletta di latta gocciolante, ficcò dentro le dita tozze e sudice attento a non ferirsi con la lamiera arricciolata e tagliente del coperchio, ne trasse fuori poche scaglie, presumibilmente resti di tonno sott’olio, e se le depose in bocca con soddisfazione. Fu il colpo di grazia. Recuperato con la mano sinistra l’appoggio al muro che stava costeggiando e tenendosi la destra sullo stomaco, spingendo per accentuare l’inarcamento del ventre per evitare schizzi sui pantaloni, il Parra riversò sul marciapiede non solo il panino ferroviario ma anche caffè, latte, toast e tarallucci della mattina, in una inestricabile matassa in cui, anche a voler procedere in un’analisi approfondita, difficilmente si sarebbero potuti dipanare i diversi elementi della ex-colazione, tutti evidentemente esposti ma irreparabilmente confusi l’uno dentro l’altro, come in un ritratto onirico, come terra, pietra e arbusti in una composizione di Morlotti. Il sollievo della liberazione tenne lontano da Parra per qualche istante il disgusto acido che ineluttabilmente veniva a impadronirsi financo dei suoi respiri. Ebbe il tempo di riflettere, ma come uno specchio: senza volere, riguardo quella spontanea similitudine tra quel che era adesso della sua prima colazione e l’opera – che so – di un Jackson Pollock. Una buona idea. Qualche americano deve sicuramente averla già avuta: la vomit-art: qualcosa di molto moderno che unisce visceralmente, è proprio il caso di dirlo, action painting, body art e perfino arte povera, con l’utilizzo della più degradata e degradabile delle materie. Fu invaso dall’intenzione di procurarsi immediatamente una macchina fotografica per immortalare la prima di una lunga serie di opere. Avrebbe scattato una foto ogni dieci minuti, per documentare il dissolversi della materia, come si dissolve la memoria di un gesto o di un evento, da acre e violenta presenza a fantasma, semplice alone, vago ricordo, niente. Ah, la grandezza e l’inutilità dell’arte contemporanea! Scacciò il baluginante pensiero di quanto inutili e grame fossero le residue libertà concesse alla genialità nei nostri tempi; una vanità ormai stemperata che riemergeva inconsapevolmente in tutta la sua purezza in momenti come questo, lo inclinava a immaginare piuttosto gli articoli su Flash Art e la prima grande mostra personale, organizzata dalla Fondazione Burri negli ex-tabacchifici di Città di Castello. Poi pensò che comprare una macchina fotografica sul momento sarebbe stato affrettato e che comunque aveva perso il culmine dell’happening. Non avrebbe avuto senso una riproduzione imperfetta o parziale. Si risolse a rimandare il proposito ai giorni successivi. Non si sarebbe fatto prendere alla sprovvista in caso di indigestione, ubriacatura o simili malesseri. Sarebbe stato un grande successo. La consacrazione di un artista inatteso.

Cinque minuti dopo, mentre grazie a un bel bicchier di latte freddo il ph all’interno del cavo orale tornava a livelli consoni alla più insulsa mediocrità, Bernardino Parra ai futuri clamori della vomit-art non ci pensava già più.

[…]

Il problema fondamentale se lo portava dentro da anni. Era uno degli ultimi infetti irreversibili. In Italia di recente ce n’era stato uno, per quanto ne sapeva, morto una venticinquina d’anni di prima: un ingegnere, con tutti gli anticorpi pare,  e invece un tipo infelicissimo. E non era mica una taenia solium che stavi un paio di settimane senza mangiare e giù caffè e caffè e caffè e pppprrrrò! pprrò! pppppprrrrroooò! un paio di pedate e la scalciavi fuori (ora poi bastano tre o quattro caramelle allo sciroppo di lampone)… Nossignori, questa simpatica quaestio echinoccocca, hai un bel piangere, ce ne vuole a levarsela di dentro, se non se n’è accorto in tempo il dottore. Le uova del germe, platelminte cestode sofocleo, ti si schiudono nello stomaco, la esacanta anassimandrica, larva testarda, ti penetra nel circolo sanguigno e zic zic zic la scolice platonica coi suoi sei uncini plotinici zic s’aggrappa al fegato o zic zic ai reni o zic ai polmoni, se ti va bene e risparmia il cervello, zic zic zic seminando a destra e a sinistra una collana di zaffiri proglottidi mistico‑lussureggianti ed è bell’e cisti estetica, ovvero etica, ovvero metafisica e non la fermi più, c’è da lottare fino alla fine o al miracolo.

Che potesse essere un problema di  clima o di ambiente gli era balenato attraversando la casba di San Lorenzo, in estate inoltrata, in mezzo a frotte di gite scolastiche ispano‑napoletane, facendosi strada a fatica tra esploratori tedeschi in  sandali e bermuda, culoni injeansati angloglottidi, criniere d’alta oreficeria, nasini all’insù e occhini all’ingiù, quanto basta per mettere a fuoco nel bailamme da lotteria parrocchiale, l’unico oggetto degno del proprio desiderio: il borsone in pelle italiano. Valeva sena’altro la pena di fare novemilasettecentosessantadue chilometri per accedere a una cosa costosa sì ma tanto bella che a Tokyo (o a Stoccarda o a Strömsund [1] o a Corbell City) proprio non si era mai vista, per non parlare del mercatino di Marina di Pisciotta, Via Cristofaro Colombo, proprio davanti al palazzo municipale; e il blusotto di toro e il portafogli senza fogli  in budello e il cinturone macho nero con grossa fibbia nicciana e il manifesto extra­‑large da camera, ampia scelta: Ronaldo, Del Piero, Di Caprio, Naomi, Madonna, la Madonna, San Gennaro, Maradona, un po’ scolorito quest’ultimo, et cetera e le immancabili magliette con pipi michelangiolesco o torre barzotta e/o I love Italy per tutti, francesi esclusi.

Che potesse essere un problema di milieu c’era il sospetto a guardarli negli occhi traditori. Gli americoni, è trasparente, hanno uno sguardo che esibisce il modo più semplice per risolvere l’enigma: ignorarlo; e i francesi: lo dribblo di classe; e i tedeschi: non vorrai mica mettere in dubbio che l’abbia già risolto; e gli spagnoli ci rido sopra, e i turchi ci fumo sopra e i maghrebini ci scopo sopra; e gli inglesi: non prendiamolo troppo di petto; e gli ex‑comunisti: se voi avete costruito questo popo’ di dolce vita senza la risposta…. Qualche traccia ne è rimasta ormai soltanto nel malinconico sorriso dei brasiliani, che però stemperano l’atroce dilemma in una dolceamara nenia, abbracciosa e dondolante. E i messicani. Che quel loro serpentone piumoso gli assomiglia pure al maledetto verme uncinato. Soprattutto le donne, che ti prendono per il verso giusto, e non hanno capito nemmeno il problema ma resistono con quell’aria di chi la sa lunga, e la volontà e la speranza e un bacetto sono la medicina giusta, e ha da passà ‘a nuttata, io sarò sempre qui qualsiasi cosa accada, crocerossina santissima.

[1] Non si creda che qui si voglia scherzare. La cittadina svedese esiste, ed è graziosa, sulle rive di un affluente dell’Angerman, in prossimità del sessantaquattresimo parallelo.

 

Il brano è tratto da un romanzo incompiuto, che ha per titolo provvisorio : Tutte le domande del mondo

Fuori di testo (nr. 20)

L’amante improvviso

Sono un paese di periferia
fammi una sorpresa e mostra la bellezza
io stancherò la mia festa.
Sono l’acqua fitta che cade improvvisa
esci fuori e danza i tuoi grandi fianchi
io ti dirò quanto mi manchi.
Serva padrona signora
della mia voglia si onora
serva padrona del mio amor
improvvisamente ti avrò.
Sono la temuta fiera del villaggio
fai la preda e mostra le tue belle spalle
io stancherò la mia fame.
Sono amante dell’amore all’improvviso
esci fuori e danza i tuoi grandi fianchi
io canterò quanto mi manchi.
Serva padrona signora
nella mia voglia si onora
serva padrona del mio amor
improvvisamente ti avrò.
Sono l’amante improvviso
gioco felice al mio buon viso
serva e padrona del mio sorriso
 
 
 
 
 
Piccola Orchestra Avion Travel
(da “Opplà”, 1993)
 
 

Giovanni Catalano – La fine della Grecia

Faremo la fine della Grecia
mi chiedi – come se finora
fossimo stati tutti uguali
e chi più chi meno avessimo vissuto
al di sopra delle nostre possibilità.

Non lo sappiamo, speriamo di no.
Ma è tardi e non ho voglia
di perdere tempo
e allora saluto il parcheggiatore
abusivo che da mesi, anni forse
vive con tutta la famiglia,
la moglie, quattro o cinque bambini,
in una vecchia Punto
senza ruote,
piena di stracci e coi giornali
ai finestrini, davanti
l’Esselunga di via Lorenteggio.

Somiglia a un ciclope
o a un pirata del Mar dei Caraibi
e come padre e marito
fa ugualmente paura.
Aspetta la risacca
di chi esce da un ufficio
o ha appena fatto la spesa.
Veloci come granchi
sotto la sabbia, come vermi
sulla carcassa.

Alla fine sono sicuro
che ricomincerà a piovere.
E anche per questo
non vedo l’ora di andarmene
come se un naufrago stanco delle isole
invece di cercare i sandali
si rimettesse per mare.
Se non è questo, cos’è
un tradimento?

Come se – finito tutto
il lavoro – la sera
tornassimo a casa e bussassimo
alla nostra stessa porta
per fare a gara
a chi è più straniero
dell’altro.
Come se questo
desiderio di cuscini
e di lenzuola
assicurasse la pace
o restituisse qualcosa.

Ma anche il frigorifero
è uno specchio.
La fine è scritta dappertutto:
sul tappo delle bottiglie o sul fondo
delle lattine. C’è
anche chi – quando ancora ricorda
gli ultimi sogni del mattino – alla fine ci crede
più fortunati degli altri.
Io quando penso all’inferno
ho in mente un telefono
che incessante, estenuante
non squilla.

E c’è chi si inventa nuovi lavori
per far passare il tempo.
Pezzi di ricambio, soprattutto
piccole riparazioni.
Un classico.

Ma i tempi sono cambiati,
i tempi cambiano – adesso
chi guarda più le vecchie
sveglie o gli orologi da polso?
Basta un telefono
che niente può più avere
una sola funzione.

Tanto più che alla fine
si fermeranno gli orologi,
non punteremo più le sveglie
ma ci alzeremo solo quando
da più lontano ci chiameranno
e per la seconda, la terza volta
con una voce così lunga
che non la potremo dimenticare
né tanto meno ricordare.

E forse alla fine anch’io
che – lo sai – non so aspettare
non potrò fare altro che ascoltare
da più lontano, più forte
finché – lo so – mi chiamerai
almeno un’altra volta
perché è il tuo telefono
lo strumento
con cui si misura
il tempo.

ALTRO ANNIVERSARIO (25 MAGGIO 1992)

                                    

Mio padre uscì da solo quella mattina, io restai con mia madre. Guardammo la televisione, una donna disperata piangeva in chiesa, un prete con gli occhiali reggeva il microfono. Dopo guardai anche i cartoni. Ricordo che quel giorno per le strade non c’era nessun rumore, neppure un clacson, neppure una sirena. Palermo senza rumori è l’immagine più irreale che ho. Erano andati tutti in chiesa, anche se non era domenica. Poi colorarono di rosso il guardrail dell’autostrada. Anni dopo spuntarono ai lati due obelischi, uno di fronte all’altro. Quando mi capita di prendere qualcuno all’aeroporto, racconto sempre cos’è successo, ma di solito sa già tutto. Io racconto lo stesso, non so bene perché. Per pietà, per condivisione, e forse per qualcos’altro ancora, meno facile da ammettere. Qualcosa di simile all’orgoglio di sentirsi diversi, anche se è una diversità fatta di violenza e di omicidi. Dura un istante, poi non ci penso più, la macchina va avanti, ci sono luci sul mare. Provo a immaginare il Sud senza sangue, e non ci riesco. Chiedo scusa piano piano.
Comunque volevo dire che a Palermo vent’anni fa per la prima volta abbiamo avuto il silenzio.

solo 1500 n. 47 Cagliari, 23 maggio 1992

Solo 1500 n. 47 – Cagliari, 23 maggio 1992

Ricordo esattamente dove mi trovassi e con chi. Stavo alla Rinascente, a Cagliari, in libera uscita. Facevo il militare, pomeriggio inutile di un anno inutile. Ero con Ivano, un ragazzo di Roma che poi (ovviamente) non ho più visto dopo quell’anno. Di Ivano ricordo due cose: faceva il tassista e tifava Lazio. Alla Rinascente ai tempi vendevano pure gli elettrodomestici e, da un televisore acceso, vedemmo le immagini dell’attentato di Capaci appena avvenuto. “Minchia Gia’ ma che hanno fatto saltà per aria Falcone?” “Minchia Iva’ minchia, Falcone no”.  Quel giorno mia sorella compiva diciotto anni. Per cui mi sentivo inutile in un pomeriggio inutile di un anno inutile. Mi sentii una merda. Perché in pochi istanti passarono nella mente migliaia di domande: “Che cazzo faccio qui? Perché non sono al compleanno di mia sorella? Perché Cagliari?  Perché Falcone?” La risposta all’ultima domanda ancora non ce l’ho. Giovanni Falcone era una specie di mito per noi ventenni di quei tempi, un simbolo. Hanno fatto saltare in aria il simbolo o l’uomo? Che importa, Falcone contava più di tutti agli occhi della gente e anche se la mafia stessa sapeva che non sarebbe stata sconfitta, bisognava eliminare chi rappresentava lo Stato dove lo Stato non c’era più. Falcone doveva morire e morì. Anche io e Ivano servivamo (al)lo Stato in quei giorni, che barzelletta. Sono passati vent’anni e una cosa la so: Giovanni Falcone lo conosco meglio adesso, e penso che fosse un uomo normale. Onesto, corretto, uno col senso del dovere, tutto qui.  Quel pomeriggio fu tremendo, la sera mangiamo una pizza in silenzio. Chissà che fine ha fatto Ivano.

Gianni Montieri

otto suffragi del bianco – inediti – Enrico De Lea (post di Natàlia Castaldi)

Enrico De Lea

Enrico De Lea

***
sembra che a notte appaiano colori
incogniti dal bianco dei lenzuoli,
dalle camicie dei padri appese all’aria,
con mollettoni ai dolori quotidiani,
lavate con la cenere e la sabbia,
sbiancate col limone dopo allappi
alle bocche delle insalate forti
del bianco callo in aceto e pepe rosso…

***
c’è costanza negli esseri del mondo:
in questo mondo il lino alla fontana
merita polso forte nel pestarlo,
qui, sotto i gelsi neri e il rossomora,
ci siamo chiesti dell’origine dell’acqua –
forse tutto il paese una sorgente,
come certezza del grigio,
nascituro acciottolato…

***
all’apparenza, quella della morte
detta in vacanza, si sventolano dai fili
lunghi cotoni, partecipi dell’incarnato
che vuole cipria e lavanda, e vuole il vino,
ma quello buono, che fa sangue…
e poi diviene il bianco nascosto
di piante varie della macchia, un altro
verde apparire, e cieco al cielo dell’alba
incolore e tutta da colmare dei nostri riaccesi
segni, sensi, precipitosi indizi di vita…

***
nel rossore dell’alba discreta
e poi potente, il bianco di padri e madri,
le bianche vesti, la camicia delle anime
sorprese, mutagnolo sentore di nuove voci,
ci sono croci argentate da intravedere –
ci sono serri da attraversare rossi
in volto, cantilenando mali e buone erbe,
da un vento tutto dalle case, augurali…

***
prego, non ci si parli della bianca
carta-campagna e della nera semenza,
nera traccia spermatica di notte,
forse notte di storia, sicuramente non luce
avanzante, ma che è vera tutta, nell’orto
della zia, vicino, e nel primissimo iota rosso
dell’alba fissata – l’oro dello squarcio marino
a quell’ora al comando dell’occhio,
luminescente dosso del primo mattino

***
sono reali gli esseri assopiti
in penniche profonde come grigi
mausolei di roccia calcarea,
pronta a disfarsi in bianco
latte-calce per case avìte –
e ci sono rossori elementari
avanti agli esseri, di carne,
e di verde vincente sul sereno,
e con segni indelebili, cicatrici
delle more e dell’uva sulle braccia,
a regolare l’incedere notturno

***
un inchiostro non nostro, ma di sangue
atavico, a fugare oppure vincere
il grappolo di nulla-notte-buio
che la zia centenaria temeva, bramando
sempre quel – di prima luce – sì, quel primo chiarore
ancora bianco bianco, e rosso appena poi, e giallo oro
come una lampa d’olio ai morti-dèi delle famiglie
nelle case in penombra perlustrate

***
o come si affacci il viola di un sudario
a statue, e si rinvenga luce a poco a poco
ai sottopassi, gallerie per acque conosciute,
da cavi interni per le forme di capra,
dal sale che è vittoria vitale e salva il mare
nemico e lontano, notissimo allo sguardo
ed alla mano intenta, di vedetta, dall’alto,
il bianco estivo che s’arrotola oltre i polsi

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Enrico De Lea (1958), vive a Legnano, originario del messinese.
Ha pubblicato “Pause” (VE, 1992), “Ruderi del Tauro” (L’Arcolaio, 2009, finalista Premio Montano 2010), “Dall’intramata tessitura” (Smasher ed., 2011) e “Da un’urgenza della terra-luce” (ass.La Luna, 2011).
Sue poesie sono apparse sulle riviste Specchio, Tuttolibri, Atelier, Sud e su vari siti internet.
Premio Poesia di Strada 2010 (Comune di Macerata – Festival Licenze Poetiche) con tre testi inediti.
Con la silloge “Dall’intramata tessitura”, Premio Ulteriora Mirari 2011-Smasher ed.
Il suo blog “da presso e nei dintorni” (http://delea.wordpress.com) raccoglie parte dei suoi testi.

Roberto Saporito – Shikoku (racconto inedito)

“Se la vita ci sembra un inferno

 è soltanto perché siamo convinti che debba durare per sempre.

La vita è breve. La morte è per sempre…

E agitarsi non serve a niente.” [Chuck Palahniuk]

Shikoku sorpassa tutta la coda, lunga, di macchine ferme al semaforo e facendo rombare paurosamente il motore della sua Harley-Davidson attraversa col semaforo rosso l’incrocio. Una BMW bianca sfreccia a un centimetro dal suo parafango posteriore suonando il clacson all’impazzata. Shikoku passato l’incrocio si ritrova su questa diritta e lunga strada dove ogni duecento metri c’è un incrocio con semaforo e dove il sincronismo del semaforo è tale che se ne prendi uno rosso, saranno di conseguenza tutti rossi: è matematico.

Al secondo incrocio Shikoku arriva in quarta, sui cento chilometri orari. Un enorme TIR inchioda ad un metro dalla sua Harley e un fuoristrada giapponese finisce la sua corsa, accartocciandosi come se fosse di cartone, nella parte posteriore del TIR. Shikoku zigzaga tra due auto dai conducenti increduli, allibiti, e che non hanno il tempo di avere nessun tipo di reazione.

Al terzo incrocio la scena si ripete e una signora dai capelli rossi alla guida di un Maggiolone blu elettrico colpisce in pieno il semaforo, che si piega.

Al quarto incrocio l’Harley-Davidson di Shikoku è costretta a piegarsi talmente tanto nel tentativo di scansare una Porsche nera che la pedana sinistra si consuma in scintille al contatto con l’asfalto, ma con un energico colpo di anfibio sinistro Shikoku riesce miracolosamente a non cadere. Shikoku ha un sorriso nervoso, al limite del rictus, che per un attimo gli sconvolge le sue equilibrate, perfette, fattezze orientali.

Gli incroci si susseguono e Shikoku li attraversa con sempre maggiore sicurezza, come se fosse sicuro che qualcosa o qualcuno fosse lì a proteggerlo, come se fosse sicuro di non dover morire mai, o come se fosse già morto e lui non fosse altro che il suo, folle, fantasma.

Shikoku arriva al fondo della strada, dove finiscono gli incroci e i semafori sempre rossi e inizia la strada, dal traffico più lento, che fiancheggia il mare, calmo e azzurro con minuscole increspature bianche, ferma l’Harley dove la sabbia chiara della spiaggia si mischia con l’asfalto, si tira indietro i capelli lunghi e finissimi con entrambe le mani e urla con tutto il fiato che ha dentro di sé, urla rivolto al mare e a tutto quello che non riesce a vedere, urla perché non saprebbe cos’altro fare, urla perché è una delle poche cose che lo fanno sentire ancora, violentemente, vivo.

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*L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato tre raccolte di racconti (l’ultima, “Generazione di perplessi”, Edizioni della Sera, con la quarta di copertina di Marco Vichi), e cinque romanzi (l’ultimo, “Il rumore della terra che gira”, Perdisa Pop, nella collana “Corsari”, diretta da Luigi Bernardi).

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

È membro del comitato scientifico del Festival Letterario “Letture Corsare” che si tiene ad Alba (CN).

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

 

Contact:

Roberto Saporito

r.saporito@alice.it

 

Sito: http://romanzo.blog.tiscali.it