Giorno: 27 aprile 2012

Venezia barometro (quasi una dichiarazione) di Anna Toscano

Venezia barometro.

(quasi una dichiarazione)

di Anna Toscano

Venezia è il mio barometro dell’anima. Quando qualcuno mi chiede da quanto viva qui rispondo “Oh, qualche anno”. Poi rifaccio i conti sui polpastrelli delle dita e di anni ne conto quasi diciannove. Gli anni insieme non pesano, è come un matrimonio ben riuscito. Non so se Venezia abbia scelto me, o io lei. So che, quando arrivai, sentivo un bisogno estremo per la mia esistenza di un barometro dell’anima. “L’anima ha le sue tempeste e i suoi giorni di beltempo” scriveva qualcuno, e qui ogni stato dell’anima mia si trova in rifrazione con tutto ciò che la circonda, le cose che mi stanno attorno hanno una forma o un odore o un colore che rimandano a me stessa. Scorgo sempre un correlativo oggettivo alla mia anima in questa città: è un luogo di oggetti del tempo, oggetti smarriti o oggetti lasciati da moltitudini di popolazioni diverse. Uno dei pochi luoghi, cosmopoliti e al contempo particolari, che tengono la propria storia, perché buttare il passato vuol dire caricarselo sulle spalle e non accorgersi del peso di ciò che non si vuole vedere, mentre tenere il passato vuol dire guardarlo. Io guardo Venezia, la guardo negli occhi da diciannove anni, la guardo e qualsiasi sia lo stato della mia anima lei è lì, ed è come me. O io come lei. Non so se il sole ci sia per via del mio buon umore, o se il mio buon umore ci sia per via del suo sole. Non so se quando sono arrabbiata lei mi faccia il dispetto di riempire di gente tutte le calli che mi portano al lavoro, o viceversa. Non so se quando rientro dopo un viaggio in inverno sia l’odore di alghe ghiacciate che mi riporta a fondamenta degli incurabili, o se sia la memoria di fondamenta degli incurabili a farmi sentire l’odore delle alghe ghiacciate e la nostalgia per l’inverno in corso. Mi piace l’eterno scherzo dei riflessi di acqua e di vetri, l’amplificarsi infinito delle visioni, tutto si riflette su tutto: posso essere in un luogo ma riflessa anche in un altro: sono sempre io quella, ma con quale altra vita? Anche gli specchietti che sporgono dalle finestre per vedere chi stia fuori senza affacciarsi riflettono un dentro continuo tra vetri e luci. Continui mondi paralleli da cui uscire ed entrare, altre esistenze e altre stanze da vivere, guardandosi da dentro mentre si suona fuori. Ma la amo anche quando fa l’eccentrica, fa la vecchia e bizzarra funambola che si esibisce davanti a tutti con le sue piaghe, i suoi canali fetidi, le sue pantegane e le sue scoasse, sul filo della fine della sua storia. Ed è per questo che da intere generazioni ricamano merletti, e ora che in queste isole non li fanno quasi più è dalla Cina che arrivano i preziosi intarsi all’uncinetto: sono tutte reti, reti che la salveranno quando lo scivolone sarà eccessivo, quando il mondo alla tivù la guarderà facendo “ooohhhh” col fiato sospeso mentre le sirene suonano e suonano e suonano. Io sarò ancora qui, con gli stivali di plastica gialli ai piedi a far combaciare il mio umore con quello della sua luce, a cercare nella sua nebbia il mio naso, a sentire scricchiolare le mie ossa come passi sulle sue pietre. Sarò ancora qui a domandarmi ma quando è stato che, alla luce del lampione che non c’è più a Punta della Dogana, le ho chiesto una promessa “non mi mancare mai troppo…”. E resto.

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tratto da Venezia, strana città