Giorno: 24 aprile 2012

Poesie di Emiliano Zappalà

Poesie di Emiliano Zappalà

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Dettagli


Quell’odore impossibile che fa il mare
negli ultimi istanti d’azzurro,
lo schianto d’ala sordo del gabbiano
l’inchiostro degli scogli

– sono tutti dettagli
immortalati dalla foto di un pazzo –

un attimo prima della pugnalata precisa del sole
e del sangue che si sparge a macchie;
quando si sente solo il respiro
rotto del mentecatto
impegnato a ricomporre
i cocci interminabili del crepuscolo.
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Avevo già visto questa scena della mia vita
solo che
non ricordavo l’uomo con il grande
cappotto marrone,
né la donna ferma a contare i granelli di grandine.
Non ricordavo il disordine,
non ricordavo quell’odore disperato.
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È tardi. L’orologio avanza.
Esplode deciso su ogni secondo.
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Mi alzo prima che suoni la sveglia
mi vesto
ed in un attimo sono già alla porta.


*


Oggi ho comprato i tuoi occhi
su una bancarella polverosa
di un mercatino delle pulci
di periferia.

Erano lì che brillavano
come perle.
Qualcuno li aveva lasciati
per pochi spiccioli;
abbandonati
tra ciondoli e vecchie monete.
Ora li ho appesi nella mia stanza.

La notte li fisso
mentre il respiro incespica
sul soffitto.
Per sentirci davvero soli
abbiamo bisogno di due occhi
grandi che ci osservano.


*


Bussarono alla porta con due colpi secchi e regolari
e attraversai l’atrio in ciabatte.
Salutai sulla soglia gli Angeli dell’Apocalisse
e li invitai a prendere un caffè.
Era un giorno di scuole aperte,
di università affollate,
di traffico per le strade
e c’era odore di cannella.
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Parlammo per un po’, poi dissero
ch’era ora di andare.
Indossai un abito casual e gli occhiali da sole,
lasciai in casa la solita confusione;
in fondo da sempre siamo preparati a quel giorno.
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Loro mi aspettavano fischiando in direzione del cielo,
Spensi la tv, rassettai il divano e presi le chiavi di casa,
credo per abitudine.
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Alla fine chiesi il permesso di uscire dalla finestra.
Pensai che quel giorno
Sarebbe stato più giusto andarsene come un ladro.
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Io scrivo sulla fine del mondo,
sul deserto,
sul baratro dei sensi,
sullo scheletro e sulle ossa,
sulla carcassa
di questo brave new world.
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Porto con me l’ultima scossa,
l’ultimo spacco,
con il cielo che zampilla
in una fredda pozza
e si rapprende tra le unghia;
il vento trascina con se
gli ultimi vagiti e
le ultime preghiere,
le ultime pietre
di un castello metafisico.
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La mia mano setaccia
la carta dell’universo
che piano piano sbianca,
diventa bianca,
e accarezzo la superficie
della storia.
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Nell’aria, c’è la puzza di una decomposizione elettronica.
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Sono in bilico sul tempo,
le mie parole non hanno domani
e il riflesso dello specchio
s’è cancellato.
Guardo in basso,
le processioni e le candele
le ultime esecuzioni,
gli ultimi amplessi,
le marce;
ascolto le ultime prediche
e gli ultimi silenzi
bevo le ultime gocce di sangue.
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Scrivo sulla fine del mondo
sciolto dal peso del futuro;
scrivo il testamento di nessuno,
e non ho lettore.
Le mie sottili linee
saranno tagli nel vuoto
e schizzi per nessuno.
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E sono libero
nella fine.

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Scrivo.
Scrivo parole senza legame,
frasi senza sintassi,
racconti senza senso,
suoni senza significato;
perché adesso
sono miei
e domani
non potrà leggerli nessuno.
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Emiliano Zappalà, siciliano nato a Indianapolis nel 1986, da poco specializzato in Filologia Moderna con tesi dal titolo Un viaggio nel Postmoderno. Disoccupato fino a data da destinarsi. Secondo classificato al concorso Raccontare il Monastero, indetto dalla facoltà di Lettere di Catania. Nel 2010 ha stampato a proprie spese, insieme ad altri cinque amici la raccolta Raudi – esplosioni dalla periferia. Collabora con diverse webzine e giornali on-line, frequenta corsi di scrittura e sceneggiatura, scrive racconti e poesie, cerca di capire cosa fare della sua vita e nel frattempo fa un po’ di politica a livello locale, perché a lasciare che gli altri lo facciano per noi poi ci si accorge che «questa è l’Italia».